Nel settore energetico italiano degli ultimi quindici anni poche figure hanno incarnato un potere così visibile e duraturo come Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni dal 2014. Oggi, con la notizia che il governo guidato da Giorgia Meloni è pronto a sostenere un nuovo mandato per il manager milanese, la domanda che circola è sempre la stessa: dopo Descalzi, sempre Descalzi? La prospettiva di un possibile quinto mandato alla guida di uno dei principali gruppi energetici europei non è solo una questione di nomina, ma un nodo per intero della sfida italiana tra energia, geopolitica e transizione.
In questo articolo:
- Il “rapporto” Eni – Descalzi
- Il governo tende ancora la mano
- Eni e Venezuela
Il “rapporto” Eni – Descalzi
Claudio Descalzi è l’uomo che, più di ogni altro, ha segnato l’ultimo decennio di Eni, la compagnia fondata nel 1953 e oggi tra i colossi globali della energia con ricavi di decine di miliardi di euro e attività che spaziano dall’oil & gas tradizionale alla decarbonizzazione avanzata. Nato a Milano nel 1955 e laureato in fisica all’Università di Milano, Descalzi è entrato in Eni nel 1981 come ingegnere, sviluppando poi la sua carriera internazionale tra Nord Europa, Africa e Medio Oriente prima di arrivare al vertice dell’azienda.
Quando fu nominato per la prima volta amministratore delegato a maggio 2014, Eni affrontava una fase complessa: la crisi dei prezzi del petrolio che aveva investito i mercati globali, un’Europa in difficoltà economica e l’emergere di un dibattito sempre più acceso sulla transizione energetica. In quel contesto, Descalzi avviò un progetto di leadership che doveva coniugare l’eccellenza nella produzione di idrocarburi con una visione più ampia del ruolo dell’azienda. La sua strategia non fu un’uscita netta dal cuore tradizionale del business energetico, ma piuttosto una trasformazione graduale e, in certi casi, strutturale: mantenere competitività nell’oil & gas consolidato, ma al contempo costruire ramificazioni in nuove aree come biocarburanti, energie rinnovabili e tecnologie di cattura dell’anidride carbonica. Nel corso dei suoi mandati precedenti, Descalzi ha guidato Eni nella diversificazione delle sue attività e nella costruzione di un portafoglio che oggi conta unità come Plenitude nelle rinnovabili e Enilive nei biocarburanti, insieme a un approccio sempre più integrato nelle aree di ricerca e sviluppo industriale. La strategia è stata quella di ridurre la dipendenza da un unico segmento di mercato, pur mantenendo una solida presenza nei business tradizionali di esplorazione e produzione.
Sotto la sua guida, Eni ha anche celebrato traguardi simbolici: come la trentesima sessione di quotazione al New York Stock Exchange, un momento che ha rappresentato non solo ricorrenza di presenza sui mercati internazionali, ma anche una conferma del ruolo dell’azienda nelle dinamiche finanziarie globali. In quell’occasione, Descalzi tenne a sottolineare l’adattabilità della strategia di Eni di fronte alle continue trasformazioni geopolitiche e di mercato, ricordando come la società avesse saputo conciliare solidità finanziaria e lungimiranza tecnologica.
Il governo tende (ancora) la mano
Quattro mandati consecutivi, tutti votati con ampia maggioranza dai soci e sostenuti dal governo italiano, che detiene una quota rilevante del capitale (pari al 31,83%) attraverso il Ministero dell’Economia e delle Finanze e Cassa Depositi e Prestiti. Questo dato tende a spiegare perché la conferma di Descalzi alla guida del gruppo sia considerata non solo possibile, ma quasi scontata. Secondo Reuters, fonti vicine al dossier sostengono che l’esecutivo Meloni intenderebbe proporre al prossimo shareholder meeting di Eni una conferma per tre anni ancora, consolidando così il percorso di leadership del manager milanese.
La durata di questo percorso non è da interpretare come mera questione di anzianità. È piuttosto l’espressione di un equilibrio che Descalzi ha saputo costruire tra istituzioni pubbliche, investitori globali e partner industriali. In questi anni, infatti, Eni ha stretto accordi e attirato capitali da gruppi come KKR, Energy Infrastructure Partners, Ares Management e BlackRock, collaborazioni che hanno consentito di condividere il rischio economico dei progetti di transizione e di espandere la presenza dell’azienda in settori emergenti con un solido profilo finanziario.
È innegabile che la leadership di Descalzi abbia avuto il sostegno di Palazzo Chigi, così come di molti attori politici sia nel campo della maggioranza sia tra le forze alleate. Nel corso degli anni, il suo ruolo è stato spesso descritto come centrale nel garantire la sicurezza energetica italiana, soprattutto nelle fasi più critiche della crisi derivante dalla dipendenza dal gas russo dopo l’invasione dell’Ucraina. La capacità di diversificare le fonti energetiche italiane, cercando alternative nel Nord Africa e in altri mercati chiave, è stata un punto di forza politico tanto quanto economico. Ma l’esperienza di Descalzi non si limita alle linee guida strategiche o alle relazioni istituzionali. Una parte crescente dell’agenda di Eni si gioca sui grandi dossier internazionali e geopolitici: dalla transizione verso un mix energetico più sostenibile alla gestione delle relazioni con paesi chiave per la produzione di idrocarburi tradizionali. In questo ambito emerge in modo evidente il ruolo esercitato in America Latina, e in particolare in Venezuela.
Eni e Venezuela
Per anni Eni ha mantenuto un presidio in Venezuela, paese ricco di risorse ma politicamente complesso. Negli ultimi mesi e settimane, in un contesto di rinnovata attenzione internazionale verso Caracas, Descalzi ha ripetutamente sottolineato la disponibilità dell’azienda a investire e a collaborare con le compagnie statunitensi per lo sviluppo delle attività nel Paese sudamericano. In un incontro alla Casa Bianca con i principali rappresentanti delle major Usa, l’amministratore delegato, come riportato da AdnKronos, ha affermato che “Eni è pronta a investire in Venezuela e a lavorare con le compagnie Usa”, ricordando che l’azienda possiede circa quattro miliardi di barili di riserve e impiega nel paese circa 500 persone, in gran parte venezuelani.
Questo approccio non è privo di contraddizioni e rischi. Il Venezuela è uno di quei paesi dove le risorse naturali sono enormi, ma la governance, il quadro normativo e le dinamiche internazionali hanno reso difficile ogni investimento stabile: da anni Eni e altre major cercano di recuperare crediti consistenti verso la compagnia statale PDVSA per forniture passate di gas e greggio, una partita che vale miliardi di dollari e che si intreccia con le sanzioni statunitensi e le oscillazioni del quadro politico venezuelano. Allo stesso tempo, Descalzi ha cercato di dare un significato più ampio a queste relazioni: non solo come mero sfruttamento delle risorse, ma come ponte per stabilire in qualche modo una presenza industriale italiana in una regione complessa, dove la capacità di dialogo con diverse amministrazioni e attori internazionali è fondamentale per qualsiasi prospettiva di lungo periodo. In questo senso il suo discorso alla Casa Bianca è stato emblematico di una strategia che miscela pragmatismo economico e ambizioni geopolitiche, pur in un contesto globale tormentato da guerre, tensioni diplomatiche e incertezze regolatorie.









