Puntare sui diamanti da investimento per diversificare il proprio portafoglio significa entrare in un mercato difficile e dal futuro incerto (perché rischioso, illiquido e poco trasparente sulle quotazioni), ma con una tassazione particolare sulle eventuali plusvalenze al momento della vendita. Protetti dalla volatilità dei prezzi, i diamanti sono considerati da sempre un bene rifugio per eccellenza, anche se ormai schiacciati da rubini, zaffiri e smeraldi e soprattutto dal boom dell’oro.
Le pietre preziose di questo tipo possiedono un significativo valore finanziario intrinseco, non conoscono svalutazioni nel tempo e mantengono alta la domanda. Nel caso specifico dei diamanti, i professionisti li dividono in qualità da investimento e qualità da gioielleria. Il diamante ha inoltre la caratteristica peculiare di avere una quotazione, dal grezzo al tagliato: il suo listino di Borsa privato, diventato il riferimento internazionale, è il Rapaport, aggiornato ogni settimana e disponibile su abbonamento per addetti ai lavori con il nome RapNet.
In questo articolo:
- Diamanti da investimento: come funziona la tassazione
- Il loro uso all’interno del portafoglio
Diamanti da investimento: come funziona la tassazione
Per la prima volta nella storia, il 2025 è stato un anno di crisi per i diamanti, complici la prosecuzione della guerra russo-ucraina, il crollo della domanda interna in Cina e l’assedio di Gaza da parte di Israele, primo centro di commercializzazione di pietre preziose al mondo. Tuttavia, i diamanti rimangono un ottimo investimento nell’ambito della diversificazione di un portafoglio, sempre in presenza di un gemmologo esperto e competente che ne garantisca una valutazione affidabile per un massimo guadagno. Grazie al suo rendimento nel tempo, l’investimento in questo tipo di bene continua a fruttare un ritorno nel medio-lungo periodo.
La questione della fiscalità è centrale in questo business. I diamanti, infatti, sono quasi esentasse: non sono soggetti a tassazione e non esiste una tassa sulla plusvalenza perché queste pietre sono considerate beni mobili al portatore non soggetti a registrazione, acquistabili quindi in forma anonima. Per fare un esempio: se un privato investitore compra un diamante a 100.000 euro e lo vende a 150.000 euro, non pagherà tasse sul capital gain. Questo regime fiscale eccezionale e particolarmente agevolato rende il diamante un bene facilmente spostabile, spesso utilizzato come mezzo di pagamento.
Quando l’operazione avviene in Italia, al momento dell’acquisto è applicata l’Iva al 22%: una quota difficile da recuperare nella fase della rivendita. Nel resto del mondo, l’imposta sul valore aggiunto è minore, dallo zero degli Emirati Arabi Uniti all’8% della Svizzera. Nel caso in cui le pietre preziose siano depositate nelle zone franche di Anversa, Le Havre e Rotterdam, sono esenti dall’Iva. Sul piano dei dazi doganali, non viene applicata la tassa per lo sdoganamento per gli acquisti effettuati all’interno dell’Unione europea.
Da beni di libera circolazione, oltre che trasparenti al fisco i diamanti non sono soggetti alle imposte di successione: le pietre lasciate in eredità non entrano nel patrimonio. L’unico costo iniziale, insieme all’Iva al 22%, è la commissione di intermediazione. Questa condizione fiscale speciale genera un mercato secondario che alimenta guerre, riciclaggio, traffico di armi e stupefacenti. Viceversa, in condizioni regolari, la diversa fiscalità non impedisce ai diamanti di seguire le stesse normative del commercio nazionale ed internazionale: l’acquisto e il trasferimento prevedono un atto di vendita o di donazione, una registrazione ufficiale con documento e codice fiscale, una certificazione e la tracciabilità di filiera.
Il loro uso all’interno del portafoglio
Diversificare il portafoglio con asset materiali come i diamanti significa preservare il patrimonio con un bene anticongiunturale, puntare sul medio-lungo periodo e aumentare il potenziale valore nel tempo. Una diversificazione del genere implica acquisizioni strategiche basate su fattori di liquidità del mercato. I diamanti naturali mantengono un apprezzamento stabile del 4-7% annuo per periodi decennali, con i diamanti colorati (i cosiddetti fancy color) che raggiungono rendimenti fino al 9-12%. Tipologia, carati, colore, taglio, purezza e rarità sono gli elementi chiave per determinare l’acquisto. È possibile utilizzare l’investimento in un diamante prezioso come collaterale, trasformandolo – in presenza di certificati e con determinate caratteristiche di purezza – in un prodotto finanziario al pari di un immobile, un’opera d’arte o un’auto d’epoca.
I diamanti, in particolare quelli naturali, tendono ad aumentare di valore nel lungo termine e hanno storicamente dimostrato resilienza durante le crisi economiche, i periodi di inflazione e di incertezza. I vantaggi dell’investimento in asset diamantiferi sono il mantenimento della stabilità contro la volatilità del mercato e la riduzione della dipendenza dai mercati tradizionali. Per massimizzare il loro uso nel portafoglio, è innanzitutto necessario investire in diamanti fisici certificati a livello mondiale da istituzioni affidabili, come l’Igi (International Gemological Institute), il Gia (Gemological Institute of America) e l’Hdr Antwerp (Hoge Raad voor Diamant).
In alternativa, c’è una modalità indiretta di investimento: quella in Etf che includono azioni di società minerarie (tra quelle più capitalizzate spiccano l’australiana Bhp Group, l’anglo-australiana Rio Tinto, la svizzera Glencore, la brasiliana Vale, la cinese China Shenhua Energy e l’anglo-sudafricana-lussemburghese Anglo American) oppure in Etf che nella loro composizione comprendono materie prime allo stato grezzo, tra cui diamanti puri. Non esiste un fondo specifico dedicato ai diamanti, ma ci sono Etf sulle materie prime che possono essere acquistati in qualsiasi Borsa in cui sono quotati.
Chi preferisce un’esposizione più diretta al settore, può invece considerare fondi e mercati chiusi. In questi contesti, però, c’è una grossa quota di rischio, come ha dimostrato il caso di Dlb (Diamond Love Bond), Dpi (Diamond Private Investment) e Idb (Intermarket Diamond Business), broker specializzati che tra il 2012 e il 2016 hanno venduto diamanti agli investitori attraverso gli sportelli bancari di istituti come Banca Aletti e Banco Bpm, Intesa Sanpaolo, Monte dei Paschi di Siena, Ubi Banca e UniCredit.
Quello che alle filiali delle principali banche italiane era proposto come un investimento sicuro, protetto da oscillazioni di mercato e speculazioni, alternativo ai tradizionali titoli di Stato e obbligazioni, si è rivelato un business opaco con quotazioni false, prezzi gonfiati e commissioni elevate. I media hanno bollato la vicenda come la “truffa” dei diamanti: l’Antitrust e i Tar hanno ritenuto illecite le modalità del piazzamento delle pietre e 22.000 piccoli investitori coinvolti hanno subito perdite ingenti.
I punti fermi per inserire diamanti da investimento in un portafoglio sono un’attenta pianificazione, un’eccellente diversificazione (i diamanti devono costituire una piccola parte e non la principale di un portafoglio: massimo il 5%) e una guida esperta per la scelta dell’asset e la certificazione. In aggiunta, c’è un elemento da tenere in considerazione, un dato importante in epoca di politiche e strategie Esg orientate a sostenibilità, impatto ambientale e sociale. In un periodo storico in cui le valutazioni etiche stanno diventando sempre più rilevanti per gli investitori, molti puntano esclusivamente su diamanti “conflict-free” (che non hanno legami con conflitti armati, legati all’estrazione e al commercio in zone di guerra) e provenienti da fonti responsabili.
I diamanti “conflict-free” sono estratti in modo affidabile da miniere lecite e conosciute e venduti da fornitori identificati. Queste pietre si differenziano dai cosiddetti “blood diamonds” (quelli “insanguinati” estratti in zone di guerra tramite minatori schiavi o bambini, venduti clandestinamente ai rivenditori e usati per finanziare violenti cambi di regime, colpi di stato e guerre civili) perché rispettano le direttive delle Nazioni Unite in vigore dal 2003 in seguito alla promozione del Kimberley Process, l’accordo di certificazione siglato da governi e multinazionali del settore per garantire che i profitti ricavati dal commercio siano sostenibili.
Negli ultimi anni, ai diamanti “conflict-free” si sono affiancati quelli “climate-neutral”, ossia estratti e lavorati compensando le emissioni di anidride carbonica prodotte oppure coltivati in laboratorio, quindi con un’impronta molto più bassa rispetto all’estrazione tradizionale e un maggiore rispetto per la tutela della biodiversità. Gli investimenti da fonti sicure ed etiche si indirizzano su gemme provenienti da filiere controllate, tracciate dalla miniera alla vendita e messe in commercio da aziende, organizzazioni e rivenditori che reinvestono una parte dei profitti nelle comunità locali.









