A inizio anno erano già tra i più sfiduciati d’Europa, convinti che il 2026 non avrebbe portato nulla di buono. Pochi mesi dopo, quell’umore cupo si è fatto più pesante. È la fotografia scattata in due tempi da Area Studi Legacoop e Ipsos, che a distanza di qualche mese hanno rilevato come il pessimismo degli italiani non sia una fiammata passeggera ma una condizione che si sedimenta e si allarga. Le previsioni di recessione sono salite dal 40% al 59%, e oggi tre italiani su quattro si aspettano che la situazione peggiori nei prossimi mesi. A fare da innesco le guerre, primo fattore di preoccupazione per gli intervistati, capaci di tradursi, settimana dopo settimana, in ansia economica concreta.
In questo articolo:
- Italiani, pessimisti cronici. Le guerre li hanno convinti
- Le aspettative economiche: da cattive a peggiori
- Il ceto popolare: un’Italia che affonda in silenzio
Italiani, pessimisti cronici. Le guerre li hanno convinti
A gennaio 2026, Area Studi Legacoop e Ipsos avevano già fotografato un’Italia poco propensa all’ottimismo. Il report registrava che due italiani su tre (62%, già in crescita di un punto rispetto all’anno precedente) non prefiguravano alcun miglioramento della situazione complessiva del Paese. Le aspettative economiche erano negative: il 40% prevedeva una fase di recessione, il 31% una stagnazione, e il 62% si attendeva un ulteriore aumento del costo della vita. Era, già allora, un quadro tutt’altro che incoraggiante. Eppure, a distanza di pochi mesi, quei numeri sono peggiorati in misura significativa. Il nuovo report FragilItalia “Guerra e pace”, elaborato dagli stessi soggetti su un campione rappresentativo della popolazione, certifica che il pessimismo si è ulteriormente sedimentato e allargato. Tre italiani su quattro (77%) ritengono ora che la situazione nei prossimi mesi peggiorerà rispetto a oggi. Solo il 22% intravede un miglioramento, con l’eccezione parziale degli under 30 (34%) e del ceto medio (32%). La traiettoria, da inizio anno a oggi, è univoca e non lascia spazio a interpretazioni rassicuranti.
Le aspettative economiche: da cattive a peggiori
Il confronto tra i due report è particolarmente eloquente sul versante economico. A gennaio, il 40% degli italiani prevedeva una recessione nei mesi successivi. Nel rilevamento più recente, quella percentuale è salita al 59%, con circa la metà che parla esplicitamente di recessione “forte”. La stagnazione è attesa dal 29%. In pochi mesi, dunque, lo scenario percepito si è deteriorato in misura considerevole: chi a inizio anno temeva una frenata ora teme una caduta vera e propria. Le preoccupazioni che pesano di più restano le guerre, citate al primo posto sia tra i fattori di timore per il futuro (55%) sia tra ciò che si considera sbagliato nella società di oggi (44%). Rispetto al 2024 questa voce segna però un calo di cinque punti percentuali, e scendono di dieci punti anche i cambiamenti climatici (45%). A crescere, invece, sono le preoccupazioni più domestiche e fiscali: le tasse salgono di otto punti (al 32%), la concentrazione eccessiva della ricchezza guadagna tre punti (al 39%), mentre l’inflazione resta stabile al 32%. La lettura complessiva è che le tensioni geopolitiche, pur restando al vertice delle preoccupazioni, si stanno progressivamente traducendo in ansia economica quotidiana, spostando il baricentro della paura dal piano globale a quello familiare.
Il ceto popolare: un’Italia che affonda in silenzio
Le medie nazionali, già poco confortanti, diventano quasi drammatiche quando si disaggrega il dato per classi sociali. È qui che si misura il vero impatto della spirale pessimista degli ultimi mesi. A gennaio, il report di inizio anno segnalava che il 78% degli appartenenti al ceto popolare era preoccupato per l’evoluzione economica della propria famiglia, contro una media del 36%. Il nuovo report conferma e amplifica questa frattura: il pessimismo sul futuro raggiunge il 91% tra il ceto popolare, contro una media nazionale già elevata del 77%, e tocca l’81% tra gli over 64, le donne e i non occupati. Il 71% di chi appartiene alle fasce più fragili prevede una recessione nei prossimi mesi (media nazionale: 59%). Il 44% contempla la possibilità concreta di dover svolgere lavori precari, contro una media del 29%. Sul piano dell’inclusione sociale, il 71% del ceto popolare si sente parzialmente o totalmente escluso dalla società, rispetto a una media già significativa del 42%. L’unico terreno su cui le aspettative tengono, per tutti i ceti e senza variazioni rilevanti rispetto a inizio anno, riguarda la sfera privata: le relazioni familiari (85%), le amicizie (80%), gli affetti e la salute. Come se gli italiani, di fronte a un orizzonte collettivo sempre più cupo, si stessero progressivamente ripiegando sul perimetro ristretto di ciò che possono ancora controllare.









