Da strumento a infrastruttura: le masse in Etf sfiorano 22.000 miliardi di dollari

Articolo sponsorizzato

Condividi su

Ascolta questo articolo

C’è una cifra che, più di ogni altra, restituisce con immediatezza la portata della trasformazione in corso nell’industria globale degli Etf: quasi 22.000 miliardi di dollari di masse. Non è semplicemente un record, né un dato da esibire in chiave celebrativa. È, piuttosto, un punto di svolta. Non si tratta più di una soluzione efficiente per investire e diventa un’infrastruttura, un di un elemento strutturale del sistema. È esattamente questa la traiettoria che emerge dal report “2026 Global ETF Outlook, From Wrapper to Backbone” di State Street Corporation, uno dei principali osservatori privilegiati del settore.

 

In questo articolo:

 

  • Gli Etf diventano “ossatura portante”
  • L’evoluzione degli Etf
  • Dagli Stati Uniti all’Europa
  • E l’Italia?

 

Gli Etf diventano “ossatura portante”

Il titolo del report è già una sintesi efficace di quello che sta accadendo: da “wrapper”, involucro tecnico, a “backbone”, ossatura portante. Per anni gli Etf sono stati considerati strumenti, oggi stanno diventando sistema. Ed è un passaggio tutt’altro che semantico. Significa che gli Etf non si limitano più a replicare il mercato: contribuiscono a plasmarlo.

Per comprendere fino in fondo questa trasformazione bisogna ripercorrere, almeno per sommi capi, l’evoluzione degli ultimi quindici anni. Gli Etf si sono affermati grazie a una combinazione di fattori difficilmente replicabile: costi contenuti, trasparenza, liquidità, semplicità. Hanno intercettato una domanda crescente di efficienza e, progressivamente, hanno sottratto spazio a strumenti più costosi e meno flessibili, a partire dai fondi comuni tradizionali. Ma fino a poco tempo fa il loro ruolo restava, in fondo, ancillare. Erano veicoli di implementazione, non centri decisionali.

Oggi non è più così. Il report evidenzia come un numero crescente di asset manager abbia smesso di considerare gli Etf un esperimento laterale per integrarli pienamente nelle proprie strategie distributive. Stanno diventando il canale attraverso cui le strategie prendono forma e raggiungono il mercato. Questa evoluzione è stata accelerata da un 2025 che, sotto molti aspetti, ha rappresentato un anno spartiacque. I flussi globali verso gli etf hanno raggiunto circa 2.400 miliardi di dollari, un livello record. Ma il dato più interessante riguarda la composizione di questi flussi. Una quota crescente è stata assorbita dalle strategie attive, che hanno raccolto oltre 600 miliardi. Un risultato che fino a pochi anni fa sarebbe stato difficile anche solo immaginare.

 

L’evoluzione degli Etf

Per ltanto tempo, l’industria degli Etf è stata sinonimo di gestione passiva. Oggi questo paradigma si sta progressivamente sgretolando. Gli Etf attivi non sono più una nicchia, ma uno dei principali motori di crescita del settore. E questo vale in modo particolare per alcune asset class, come il reddito fisso, dove la gestione attiva offre vantaggi evidenti in termini di flessibilità e capacità di adattamento a contesti di mercato complessi. Il report sottolinea come due forze stiano convergendo: da un lato, la crescente domanda degli investitori per soluzioni più sofisticate e orientate al risultato; dall’altro, la maturità raggiunta dall’infrastruttura Etf, che consente di veicolare strategie complesse all’interno di un wrapper liquido e trasparente. Il risultato è un’espansione dell’universo investibile che fino a pochi anni fa era impensabile.

Ed è proprio qui che emerge il primo grande paradosso di questa fase. La forza degli Etf è sempre stata la semplicità. Oggi, però, il loro successo li sta spingendo verso una crescente complessità. Strategie basate su derivati, approcci outcome-oriented, esposizioni al reddito fisso più sofisticate, tentativi di integrare asset digitali: tutto questo amplia le possibilità, ma introduce nuove sfide. La prima, e forse più rilevante, riguarda la liquidità. Gli Etf sono strumenti liquidi per definizione, ma la loro liquidità è funzione di quella degli asset sottostanti. Quando si passa da indici azionari ampi e liquidi a obbligazioni meno scambiate o a strategie complesse, la gestione della liquidità diventa un elemento critico. Non è un problema nuovo, ma è un problema che cresce con la scala.

Ed è proprio la scala il secondo grande tema. Come osserva il report, a questi livelli dimensionali “la scala cambia le regole del gioc””. Non basta più innovare. Serve capacità operativa, infrastruttura, execution. In altre parole, il vantaggio competitivo si sposta progressivamente dal prodotto al sistema. Questo è un passaggio fondamentale. Per anni la competizione tra emittenti si è giocata principalmente sul costo e sulla capacità di replicare indici in modo efficiente. Oggi questi fattori restano importanti, ma non sono più sufficienti. La capacità di gestire la complessità operativa, di garantire liquidità anche in condizioni di stress, di integrare i processi lungo tutta la catena del valore diventa decisiva.

 

Dagli Stati Uniti all’Europa

Se lo sguardo si sposta sul piano geografico, emergono differenze significative. Il Nord America resta il laboratorio più avanzato, caratterizzato da scala e innovazione. È qui che si sviluppano le strategie più complesse, è qui che gli Etf attivi hanno trovato terreno fertile, è qui che l’industria sperimenta nuovi modelli di distribuzione. Ma è forse l’Europa il contesto più interessante da osservare in questa fase. Non perché sia più avanzata, ma perché rappresenta un modello diverso di evoluzione. Un modello più graduale, più regolato, più legato al risparmio retail.

Il 2025 è stato un anno record anche per l’Europa, con masse, flussi e nuovi lanci ai massimi storici. Ma ciò che conta davvero è la qualità della crescita. E il dato più significativo riguarda, ancora una volta, gli Etf attivi. Pur rappresentando solo circa il 3% degli asset complessivi, hanno raccolto oltre 38 miliardi di dollari nel 2025, pari a circa il 10% dei flussi totali. Ancora più rilevante è il fatto che, per la prima volta, i lanci di Etf attivi hanno superato quelli degli Etf azionari passivi. Un segnale simbolico, ma potente.

Secondo le previsioni del report, nel 2026 questa tendenza si rafforzerà ulteriormente, con gli Etf attivi destinati a superare tutti i prodotti passivi in termini di nuovi lanci. È un cambiamento che riflette una trasformazione più ampia: gli asset manager non vedono più gli Etf come una minaccia alla gestione attiva, ma come il canale più efficiente per distribuirla. Parallelamente, si assiste a un cambiamento profondo nella base degli investitori. Il retail europeo sta vivendo una fase di espansione senza precedenti. Il numero di investitori in Etf è passato da 19,3 milioni nel 2022 a 32,8 milioni nel 2025, con una crescita del 69% in tre anni. Gli Etf sono oggi detenuti da un quarto degli investitori europei e da circa il 10% della popolazione adulta.

Non è solo una questione di numeri, ma di struttura. Crescono soprattutto i giovani e le donne, e gli Etf vengono sempre più utilizzati come strumenti di risparmio di lungo periodo. In Germania sono diventati la “spina dorsale” del risparmio azionario, mentre in Francia il numero di investitori retail attivi è cresciuto rapidamente, accompagnato da un aumento significativo delle transazioni.

 

E l’Italia?

Questa evoluzione ha implicazioni dirette anche per l’Italia, pur non essendo citata esplicitamente nel report. Il mercato italiano condivide molte delle caratteristiche europee: una forte propensione al risparmio, una partecipazione ancora limitata ai mercati finanziari, un ruolo dominante degli intermediari tradizionali. In questo contesto, gli Etf rappresentano uno strumento potenzialmente rivoluzionario, capace di democratizzare l’accesso agli investimenti.

Il ritardo rispetto ad altri Paesi europei è evidente, ma proprio per questo il potenziale di crescita è significativo. La diffusione dei piani di accumulo, l’evoluzione delle piattaforme digitali, l’attenzione crescente ai costi e alla trasparenza potrebbero favorire una progressiva integrazione degli Etf nei portafogli delle famiglie italiane. Un altro elemento cruciale per l’Europa riguarda l’infrastruttura di mercato. A differenza degli Stati Uniti, il mercato europeo è frammentato, con molteplici sedi di negoziazione e sistemi di settlement. Questa frammentazione rappresenta un limite alla crescita, perché disperde la liquidità e aumenta la complessità operativa.

Il report sottolinea come la crescita futura dipenderà dalla capacità di superare questi limiti, attraverso una maggiore integrazione dei sistemi post-trade e un’evoluzione dell’infrastruttura. È un tema tecnico, ma fondamentale. Senza un’infrastruttura efficiente, anche la domanda più dinamica rischia di non tradursi in crescita sostenibile.

Immagine di Massimiliano Carrà

Massimiliano Carrà

Classe 1994 e laureato in scienze della comunicazione a Palermo (sua città natale), si è specializzato a Milano sostenendo un Master in Radio e New Media Management & Content al Sole 24 Ore. Iscritto dal 2020 all'Ordine dei Giornalisti pubblicisti, dopo le esperienze in Radio 24, Class Editori, Money.it, Forbes Italia e Il Giornale è entrato nel 2025 in Borsa&Finanza, dove si occupa di approfondimenti macro-economici, startup, interviste e imprenditoria. Ama lo sport, la letteratura, il cinema e il mare. Gli piace visitare posti nuovi e scoprire nuove culture.

Ricevi gratis la copia di Borsa&Finanza

Ottieni la copia digitale del nostro magazine e resta aggiornato su mercati, economia e scenari finanziari