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Greenwashing: ecco 4 espressioni usate a cui prestare attenzione

Greenwashing: 4 espressioni utilizzate dalle aziende che fanno sorgere sospetti

Gli attivisti dell’ambiente stanno combattendo una battaglia sempre più efferata nei confronti delle aziende che applicano il greenwashing. Questa pratica, altrimenti detta ambientalismo di facciata, consiste in una serie di atteggiamenti in apparenza rispettosi dell’ecosistema dal punto di vista della sostenibilità, ma nella pratica in totale contraddizione. L’ultima grande polemica si è consumata lo scorso novembre in occasione della COP27 a Sharm El-Sheik, in Egitto, il cui sponsor ufficiale della manifestazione è stato Coca-Cola, che oggi rappresenta ancora il principale emittente mondiale di carbonio nella lavorazione della plastica.

 

Greenwashing: ecco come prestare la massima attenzione

Sotto le pressioni di molte organizzazioni ambientaliste, l’Unione europea ha effettuato una ricerca in modo da stanare tutte le affermazioni e tutti gli atti effettuati dalle aziende che possano configurare una situazione di greenwashing. In questo modo, chi acquisterà i prodotti sarà maggiormente informato circa una serie di circostanze vaghe e non verificabili che disconnettono il marketing dall’ambientalismo di facciata. L’Ue ha individuato al riguardo quattro espressioni che le aziende utilizzano e che potrebbero nascondere delle insidie.

La prima consiste nei termini “neutrale dal punto di vista climatico”, “carbon neutral” e “100% CO2 compensata”. Per quanto tale frasario possa promettere chissà cosa, la domanda da porsi è: chi non desidera un impatto di carbonio neutrale? Tuttavia, queste affermazioni potrebbero essere interpretate come che l’azienda non stia attuando delle azioni per ridurre le emissioni, ma più che altro stia effettuando una compensazione di carbonio. In altri termini, le aziende continuano a emettere, ma pagano per rimuovere una certa quantità di carbonio, cosa che può essere attuata ad esempio attraverso una piantagione di alberi. Le compensazioni sono poco trasparenti e difficili da misurare in termini di impatto positivo sull’ambiente. L’Ue ha affermato che “questi fattori si traducono in crediti compensativi di bassa integrità ambientale e credibilità che inducono in errore i consumatori quando le dichiarazioni si basano su tali compensazioni”.

La seconda espressione da mettere sotto il microscopio è “il più verde che puoi comprare”. Il problema in questo caso è che non esiste alcuna spiegazione del modo in cui un prodotto risulta essere il più green di tutti, di quanto eventualmente lo sia e secondo quali istituti è certificato che lo sia. Ad esempio, non si conosce se il prodotto consuma meno acqua, produce meno carbonio, è meno inquinante nello smaltimento, quanto impatta sull’ambiente quando viene riciclato o riutilizzato, ecc. L’Ue sottolinea che ci sono alcuni prodotti che sono per definizione più rispettosi dell’ambiente e più efficienti dal punto di vista energetico rispetto a 20 o 30 anni fa, semplicemente perché sono cambiate le normative sulle sostanze chimiche e sugli imballaggi. Quindi, questo non è un merito che le aziende possono rivendicare.

La terza frase da attenzionare è “riduzione del 50% entro il 2030”. Molti stanno propagandando la riduzione delle emissioni entro la fine del decennio, ma in pochi danno un punto di riferimento per effettuare un termine di paragone. In sostanza, non viene specificato se tali riduzioni avvengono in confronto alle emissioni attuali o di un altro periodo. Un calo del 50% rispetto al 2000 non è lo stesso calo del 50% paragonato al 2023. La nuova legislazione dell’Ue potrebbe richiedere alle aziende di specificare di quale periodo stanno parlando e le tappe previste per ridurre le emissioni, allorché fanno certe affermazioni.

La quarta espressione che può far pensare al greenwashing concerne i termini “plastica biodegradabile”, “compostabile” e “bio-based”. Quando giungono a fine vita, le plastiche biodegradabili si scompongono in ossigeno, acqua, biomassa e sali minerali. Quelle compostabili riguardano un sottoinsieme di plastiche biodegradabili che si rompono attraverso speciali impianti di compostaggio industriale. Tuttavia, nelle discariche nessuno dei due tipi di plastica si distrugge particolarmente bene, a causa della mancanza di ossigeno. L’Ue ritiene che le etichette dovrebbero indicare l’ambiente in cui la plastica è progettata per rompersi e quanto tempo dovrebbe richiedere. Le bio-based sono ricavate da legno, cereali, oli e altri materiali organici. Bisogna dire, però, che non tutta la plastica biodegradabile è a base biologica e non tutta la plastica a base biologica è intrinsecamente biodegradabile. L’Ue sostiene che le affermazioni delle aziende “dovrebbero riferirsi solo alla quota esatta e misurabile di contenuto di plastica a base biologica nel prodotto”.

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Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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