Creare una holding fa veramente risparmiare in termini di tasse? La questione fiscale in Italia è una delle più spinose e controverse, soprattutto per un imprenditore. Il carico tributario per chi porta avanti un’azienda è veramente enorme e molte volte insostenibile, per cui sovente si cercano delle soluzioni, nei limiti della legalità, che possano far risparmiare in termini di imposte da versare all’erario. Una delle strade che in alcuni casi è possibile percorrere è quella della holding. Si tratta di una società che acquista quote di partecipazione di controllo o anche solo di minoranza di altre aziende operative, con lo scopo spesso di coordinare il business esercitato dalle partecipate. L’obiettivo in molte situazioni è quello però di ottenere delle agevolazioni fiscali, ma in realtà non è sempre così e ci sono diversi aspetti a cui prestare particolare attenzione.
Holding: la forma societaria
Prima di tutto è necessario fare una premessa che risulterà importante ai fini fiscali. Una holding può assumere la forma della società di capitali (solitamente una S.r.l.) o quella della società di persone (solitamente una S.s.). La distinzione è fondamentale perché, oltre il discorso legato ai costi, alla burocrazia e alla pubblicità, a livello fiscale cambia tutto radicalmente. In una Società a responsabilità limitata (S.r.l.), ad esempio, sugli utili si paga un’imposta societaria (IRES) del 24%; in una Società semplice (S.s.) l’utile è in capo ai soci, concorrendo a formare il reddito imponibile in sede di dichiarazione dei redditi.
Holding: tassa dell’1,2%, verità o bugia?
In giro si è diffusa la voce che grazie alla holding è possibile pagare fino all’1,2% di tasse sul reddito al posto dell’imposta ordinaria. Ma è veramente così? La risposta, come sempre avviene quando si tratta di materia fiscale, è: dipende. La supposizione dell’1,2% di tasse si basa su quella che viene denominata participation expemption o PEX della holding. In sostanza, il discorso è il seguente: per i dividendi pagati da una società partecipata (figlia) alla holding (società madre) nella forma di società di capitali si ha un’esenzione dell’imponibile fiscale del 95%. Quindi, l’IRES della holding su questi redditi ammonta al 24% solo sul 5%, quindi all’1,2%.
Facciamo un esempio per chiarire meglio. Ipotizziamo che la società di capitali figlia produce un utile prima delle imposte di 50 mila euro. Su tale cifra dovrà pagare IRES e IRAP che per semplicità supponiamo ammontino complessivamente a 20 mila euro. Quindi, l’utile netto risulterà di 30 mila euro. Se questo viene distribuito ai soci, ci sarà l’applicazione di una tassazione del 26%. Qualora invece il dividendo sia trasferito alla holding in qualità di società madre, entra in azione la PEX e quindi l’imposizione risulterà dell’1,2%. Vanno fatte tuttavia 5 precisazioni di fondamentale importanza:
- la holding paga l’1,2% solo sui dividendi trasferiti dalle società figlie, ma sugli altri redditi prodotti continuerà a versare l’IRES al 24%;
- i dividendi scontano la PEX ma solo se rimangono all’interno dell’azienda. Quindi, cosa succede se vengono distribuiti ai soci della holding? A quel punto scatta la tassazione del 26% come di norma per i redditi finanziari alle persone fisiche, che peraltro si aggiunge all’1,2% già trattenuto;
- la tassazione del dividendo infragruppo è anche troppa. Sembra un’affermazione forte, ma se ci si ferma un attimo a riflettere non è così. Basti pensare, ad esempio, che in Olanda sui dividendi non c’è alcuna tassazione. Se si immagina che ogni società figlia controlli altre società da cui riceve dividendi, ogni passaggio comporta una tassazione dell’1,2%. Se i passaggi sono tanti, alla fine il cumulo non rende più conveniente neppure la PEX, ancor più allorché le cedole verranno distribuiti ai soci;
- le società figlie non hanno agevolazioni fiscali, nel senso che continueranno a pagare IRES e IRAP;
- tutto questo vale solo se la holding è una società di capitali. Nel caso di una S.s., ad esempio, la PEX non è ammessa in quanto i redditi da dividendi della capogruppo sono in capo ai soci che subiranno una ritenuta d’acconto del 26%.
La PEX vale non solo per i dividendi ricevuti dalle società figlie, ma anche per le plusvalenze realizzate dalla holding sulle partecipazioni azionarie, a patto però di detenere tali quote per un periodo superiore a 12 mesi e di iscriverle in bilancio tra le immobilizzazioni finanziarie.
Conclusioni
In conclusione, far nascere una holding pensando di avere chissà quale grande risparmio di tasse rischia di rivelarsi un clamoroso abbaglio. La PEX è utile se l’intenzione è quella di non distribuire i dividendi ricevuti dalle società figlie al fine di reinvestirli nell’attività aziendale, magari per acquisire altre partecipazioni allo scopo di far crescere il gruppo. Se viceversa l’obiettivo finale è quello di distribuire i dividendi ai soci, la formula della holding è addirittura svantaggiosa, perché alla fine si andrebbe a pagare il 26,89% di tasse (26% sul reddito imponibile depurato dall’1,2% a cui si aggiunge l’1,2% già pagato), superiore al 26% di norma.
In altri termini, i dividendi ricevuti dalla holding non vanno distribuiti nell’istantaneo, altrimenti significherebbe non pagare l’1,2%, ma pagare l’1,2% in più rispetto alla norma. Viceversa, vanno distribuiti in futuro, una volta che il loro reinvestimento ha comportato un ritorno superiore a quell’1,2% extra che di fatto si sborsa in termini di tassazione. Quindi, è come se si ottenesse un finanziamento sul mercato per gli investimenti al costo dell’1,2%.









