Dopo Singapore e Stati Uniti, Hong Kong è diventato ufficialmente il terzo mercato al mondo dove è possibile acquistare e consumare la cosiddetta carne coltivata. È l’azienda australiana Vow (la food-tech di Sydney che ha creato la famosa polpetta gigante dalle cellule di un mammut) ad aver ottenuto il via libera per commercializzare il suo Forged Gras, ovvero un foie gras prodotto in laboratorio a partire da cellule di quaglie giapponesi allevate, senza alcun intervento sull’animale. Vow ha soddisfatto tutti i requisiti di sicurezza stabiliti dalle autorità hongkonghesi del Centre for Food Safety (CFS), il centro regolatore del Food and Environmental Hygiene Department (FEHD).
Hong Kong apre alla carne coltivata: ecco Forged Gras
Alternativa sostenibile al controverso foie gras, grande classico dell’alta cucina francese responsabile di una enorme crudeltà verso gli animali per la pratica dell’alimentazione forzata impiegata per far ingrassare i fegati di anatre e oche, il Forged Gras di Vow (forged è un gioco di parole per falso, costruito in laboratorio) è 100% cruelty free: le cellule di quaglie giapponesi sono coltivate in un bioreattore per 79 giorni a partire da una quantità minima selezionata a mano. Le cellule scelte sono fatte sviluppare in una sorta di “brodo” di nutrienti e amminoacidi e successivamente vengono combinate con grassi vegetali, proteine di fava e aromi naturali, eliminando ogni problema etico e ambientale.
Dopo aver fatto il suo debutto a Singapore, dov’è presente nelle carte di sei ristoranti con prezzi da 20 a 250 dollari SGD (tra i 14 e i 176 euro) per menù degustazione, Forged Gras debutta in una location esclusiva come il The Aubrey, ristorante-bar izakaya aperto nel Mandarin Oriental Hotel, nel cuore della città di Hong Kong. Il prezzo di vendita è di circa 47 euro. Il foie gras coltivato di Vow è stato inoltre protagonista di un menù speciale che l’azienda australiana ha commissionato allo chef giapponese Masa Takayama del Masa di New York, tre stelle Michelin grazie alle innovazioni nell’arte del sushi. Il prossimo mercato su cui far arrivare Forged Gras, stando a quanto ha rivelato il CEO George Peppou, potrebbe essere la Cina.
A differenza di molti competitor, Forged Gras si posiziona nella fascia alta del mercato: Peppou e i suoi collaboratori stanno sfruttando la carne coltivata come un prodotto di lusso, una strategia insolita per questo settore. “Il nostro prodotto è per un locale che vuole usare ingredienti particolari per distinguersi o per grandi hotel e ristoratori che hanno eliminato quello convenzionale dai loro menù a causa della crudeltà”, spiega il CEO in un’intervista a Wired. La sfida della food-tech è superare gli elevati costi di produzione per l’allevamento della carne nei bioreattori, in particolare per quello che viene definito terreno di coltura cellulare: un litro costa più di 400 dollari.
L’Asia e l’Australia (dove la FSANZ, l’ente regolatore della sicurezza alimentare, ha dichiarato sicura per il consumo la cell-cultured meat) stanno integrando sempre di più la carne coltivata nei loro mercati. Oltre Vow, la SFA (Singapore Food Agency) ha approvato anche il pollo coltivato della californiana GOOD Meat, in vendita nei negozi e ristoranti della catena Huber. A Singapore, Stati Uniti e Hong Kong potrebbe presto aggiungersi Israele: l’AMAR (l’agenzia regolatoria del Ministero della Salute) non ha ancora autorizzato la vendita al dettaglio, ma le start-up israeliane sono da tempo all’avanguardia nella sperimentazione e produzione di carne coltivata in laboratorio.
A che punto è l’Europa sulla carne coltivata
In Europa la situazione è diversa: la carne coltivata non è autorizzata e questi prodotti devono essere approvati dall’EFSA (l’agenzia per la sicurezza alimentare) prima di essere immessi sul mercato. La francese Gourmey è stata la prima start-up ad aver presentato richiesta ufficiale di vendita di carne coltivata nell’Unione europea, inoltrando alle autorità di regolamentazione dell’UE una domanda di autorizzazione per il suo cultured foie gras. Prima ancora, la start-up israeliana Aleph Farms ha presentato a Regno Unito e Svizzera una richiesta di autorizzazione per il suo manzo coltivato.
L’Italia considera la carne coltivata ancora cibo sintetico e ha vietato la produzione e l’immissione sul mercato di “alimenti e mangimi costituiti, isolati o prodotti a partire da colture cellulari o di tessuti derivanti da animali vertebrati”, anche se la legge è potenzialmente inapplicabile perché non ha rispettato l’iter procedurale previsto dall’Unione. Non mancano progetti come Cult Meat dell’Università di Torino che punta ad un mercato made in Italy e ad uno scale-up industriale. A far riflettere in merito sono i risultati di un recente studio del Good Food Institute Europe.
Il report State of the European Alternative Protein Research Ecosystem 2019-2023 rivela che la ricerca europea sulla carne coltivata è in forte crescita. Oltre un quarto degli studi sul tema delle proteine alternative sono stati pubblicati nel 2023, sostenuti da finanziamenti per 290 milioni di euro, +227 rispetto ai 63 milioni del 2020. Nello specifico, il 66,9% delle pubblicazioni riguarda le alternative alimentari a base di piante, il 13,7% la fermentazione da biomassa, l’11,3% la carne coltivata e l’8,2% la ricerca “cross-pillar”. L’Italia occupa un posto di rilievo in questo settore: nonostante la carenza di fondi dedicati, si distingue per il maggior numero di ricercatori (403) e per 144 pubblicazioni, più di Spagna, Francia e Portogallo.
L’Università di Napoli Federico II e l’Università di Bari Aldo Moro contano il maggior numero di pubblicazioni sul tema, rispettivamente 23 e 22, con 460 e 666 citazioni. I due atenei del Sud Italia sono secondi soltanto all’INRAE di Parigi (l’Institut national de recherche pour l’agriculture, l’alimentation et l’environnement) che conta 23 pubblicazioni e 492 citazioni. Nella Top 10 dei ricercatori spiccano Antonella Pasqualone (9 pubblicazioni e 212 citazioni) e Carmine Summo (8 pubblicazioni e 161 citazioni) del Dipartimento di Scienze del suolo, della pianta e degli alimenti dell’UniBa.









