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I fondi pensione australiani in ritirata dalla Cina

I fondi pensione australiani in ritirata dalla Cina

I fondi pensione australiani sono in ritirata dalle azioni cinesi. Lo rivelano i dirigenti previdenziali, manifestando tutta la loro preoccupazione per la politica di prosperità comune portata avanti dal Presidente Xi Jinping. A loro giudizio, tutto ciò porterà solo a interferenze statali nel settore privato rischiando di distruggere aziende che per anni sono stati la colonna portante del Paese.

A partire da luglio 2020 infatti le Autorithy di Pechino hanno iniziato una campagna repressiva estremamente dura nei confronti di vari settori dell’economia cinese. In particolare sono state colpite le aziende tecnologiche come Alibaba, Meituan, Tencent e Didi. Le motivazioni sono state diverse: dall’esercizio di potere monopolistico alla gestione dei dati degli utenti, all’applicazione di tariffe non in linea con determinati obiettivi sociali.

Proprio questi ultimi hanno determinato anche l’accanimento nei confronti delle società di tutoring scolastico, costrette in pratica a trasformarsi in enti non profit. Il fine ultimo del Partito Comunista cinese sarebbe quello di garantire una crescita economica più sana in armonia con una più equa redistribuzione della ricchezza.

 

Fondi pensione australiani: ecco perché fuggono dalla Cina

Tutto ciò ha avuto un prezzo molto salato, con la gran parte dei grandi gruppi assoggettati a limiti e restrizioni che hanno sterminato la loro capitalizzazione di mercato. Si conta che in circa 1 anno e mezzo di mano pesante di Pechino siano stati spazzati via circa 1.500 miliardi di dollari. La cosa ha messo in guardia i gestori dei fondi pensione australiani ai quali l’atteggiamento del Governo convince ben poco.

John Pearce, Chief Investment Officer di UniSuper, uno dei più grandi fondi pensione dell’Australia con 105 miliardi di dollari australiani in gestione, ha dichiarato che investire nei mercati cinesi oggi è diventato troppo rischioso. A suo giudizio, prosperità comune significa solo cingere l’industria tecnologica, immobiliare e dell’istruzione. UniSuper è stato fino a poco tempo fa uno dei pochi fondi ad avere una certa esposizione in Cina, ma Pearce ha precisato di aver dato disposizioni di uscire dal Paese, sottolineando che il fondo non possiede più alcuna azione A, ossia negoziata nelle Borse di Shangai e Shenzen, ma solo qualcosa a Hong Kong.

Secondo il parere di Robert Credaro, responsabile delle attività di crescita presso Aware Super, fondo da 150 miliardi di dollari australiani, la repressione del tutoring ha colto tutti di sorpresa. Ad ogni modo il fondo si sta concentrando su società a piccola o media capitalizzazione meno assoggettabili alle pressioni del Governo centrale, sebbene Credaro riconosca che le azioni A continuano ad avere vantaggi potenziali. I settori più esposti a misure repressive a suo avviso sono quelli bancario, assicurativo, delle telecomunicazioni, della tecnologia e della petrolchimica.

Ian Patrick, chief investment officer del mega fondo da 230 miliardi di dollari australiani, Australian Retirement Trust, ha dichiarato che investire in Cina non comporti benefici proporzionati al rischio aggiuntivo. A suo avviso vi è un incremento del rischio che non si riflette sui rendimenti a termine, non solo per quanto riguarda il mercato azionario, ma anche quello obbligazionario e del debito privato.

 

AUTORE

Johnny Zotti

Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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