C’è un filo che attraversa oltre un secolo di storia industriale e arriva fino alla quotazione, alle acquisizioni internazionali, alla robotica applicata alle infrastrutture portuali e all’ingresso di un top manager con trent’anni di esperienza globale. È il filo dell’ingegneria come strumento di creazione di valore, della specializzazione come scelta strategica e del lungo periodo come bussola. Icop non è diventata grande cambiando pelle: è cresciuta rimanendo fedele a un’identità costruita nel tempo.
Fondata nel 1920 dalla famiglia Petrucco, Icop è oggi uno dei principali player europei nell’ingegneria del sottosuolo, attivo nelle fondazioni speciali, nel microtunnelling e nelle opere marittime, con una presenza sempre più marcata nei mercati a maggiore sofisticazione tecnologica. Un gruppo che, nel giro di pochi anni, ha cambiato scala: dalla dimensione di una media impresa altamente specializzata a quella di un operatore industriale internazionale, quotato, con oltre 1.100 dipendenti e un portafoglio ordini che supera 1,4 miliardi di euro.
“Icop è una società che ha più di cento anni ma che fa ingegneria specializzata dagli anni Sessanta. Prima le fondazioni, poi il microtunnel dagli anni Novanta, quindi, in modo pienamente operativo dal 2015, le opere marittime. Siamo cresciuti in modo continuo, selezionando nicchie molto specifiche, non solo dal punto di vista tecnologico ma anche geografico”, raccontano a Borsa&Finanza Piero Petrucco, amministratore delegato della società, e suo figlio Giacomo, quarta generazione di famiglia nella Icop, dove è consigliere di amministratore, responsabile per le funzioni di finanza strategica, corporate development e investor relation.
In questo articolo:
- Una crescita selettiva, anche grazie alle acquisizioni
- La quotazione, il volano e il potenziale salto
- Icop, tra la Germania e i Paesi Nordici
- E l’Italia?
- Icop e la tecnologia come leva competitiva
- L’ingresso di Luca Fontana: il cambio di scala manageriale
Una crescita selettiva, anche grazie alle acquisizioni
La mappa geografica di Icop racconta bene questa filosofia. Italia, certo, ma anche Germania, Paesi Nordici, Francia e gli Stati Uniti. Mercati scelti non per dimensione astratta, ma per compatibilità industriale: elevata complessità tecnica, barriere all’ingresso, capacità di valorizzare l’ingegneria. “Coerentemente alla nostra strategia – spiega la famiglia Petrucco – dobbiamo operare in mercati selettivi, sofisticati, con potenziale di volume. Il mercato americano era quello più significativo”.
L’ingresso negli Stati Uniti è arrivato attraverso l’acquisizione di Atlantic Geoconstruction Holdings, gruppo statunitense che opera nelle soluzioni geotecniche avanzate, valutato 126 milioni di dollari. “Guardavamo già da tempo agli Usa, anche perché stiamo parlando di un mercato che vale oltre 30 miliardi di dollari per il settore delle fondazioni e solo la zona del Nord-Est, dove noi stiamo iniziando a operare, è un mercato da circa 11 miliardi. Dieci volte di più rispetto a quello italiano”, spiegano. Ma quella americana non è stata l’unica acquisizione dell’anno. Icop in Italia ha anche inglobato Palingeo, un’operazione da circa 48 milioni di euro complessivi. “L’acquisizione americana era nel dna dell’ipo – chiarisce Petrucco – Palingeo, invece, è stata una grande opportunità industriale”.
Attiva nelle fondazioni, Palingeo è una società con circa 260 dipendenti, di cui la quasi totalità operativi di cantiere, con marginalità già superiore alla media di settore. “Noi non facciamo aggregazioni di aziende in difficoltà. Abbiamo acquisito realtà che erano già performanti. Piccoli campioni”. Un approccio che ha facilitato l’integrazione e rafforzato la capacità operativa del gruppo, mantenendo la specializzazione. Palingeo, inoltre, entrerà in questo modo in una piattaforma di gruppo con maggiore esposizione internazionale, riducendone la dipendenza dal mercato italiano in una fase in cui, come osservano i manager, il ciclo degli investimenti potrebbe rallentare.
La quotazione, il volano e il potenziale salto
La quotazione sul mercato Euronext Growth Milan nel 2024 è stata lo strumento per accelerare questo percorso, non il fine ultimo.”Abbiamo sempre visto il mercato dei capitali come un mezzo. La raccolta è stata finalizzata a un passaggio strategico preciso: aprire un nuovo mercato mantenendo una struttura finanziaria equilibrata”. I numeri raccontano con chiarezza la portata del cambiamento. Al momento dell’ipo, Icop contava circa 350 persone e un valore della produzione nell’ordine dei 100 milioni. Oggi il gruppo viaggia verso una dimensione prossima al mezzo miliardo di euro di produzione, con una crescita che combina operazioni straordinarie e forte sviluppo organico.
Al 30 giugno 2025, il gruppo ha registrato: ricavi per circa 160 milioni di euro (221 milioni pro-forma), più che raddoppiati rispetto al primo semestre 2024, Ebitda pari a circa 27 milioni (37 pro-forma), con una marginalità superiore al 16%, utile netto di circa 11 milioni di euro e backlog ordini pari a 1,4 miliardi di euro. In questa direzione, è interessante notare che dal debutto su Egm, le azioni Icop hanno registrato una crescita superiore al 200%.
Una performance che, secondo il management, riflette soprattutto l’accelerazione industriale del gruppo. “Il titolo è cresciuto molto, ma è cresciuto di più il gruppo”, sottolineano. E il tema del passaggio a un mercato superiore – Star o Mta – è sul tavolo, ma senza fretta. “Non abbiamo bisogno di capitale – spiegano – la leva resta bassa e la crescita organica è molto robusta. Il vero tema è il costo opportunità della diluizione”. La priorità è il tempo: fare il passaggio quando sarà coerente con un uso efficiente del capitale e con la tutela degli investitori. Nel frattempo, Icop sta accelerando l’adeguamento agli standard: IFRS, rafforzamento della governance, maggiore presenza di indipendenti, sistemi di reporting omogenei. “Vogliamo essere pronti. Poi decideremo quando”.
Icop, tra la Germania e i paesi Nordici
Accanto agli Stati Uniti, la Germania rappresenta uno dei mercati più promettenti, anche in considerazione del fatto che il Paese ha annunciato un maxi piano di investimenti infrastrutturali di almeno 500 miliardi di euro. Icop opera da anni in Germania, ma negli ultimi due esercizi ha rafforzato la presenza, in particolare nel microtunnelling legato alle nuove infrastrutture energetiche. “Negli ultimi due anni – raccontano i manager – abbiamo acquisito oltre 70 milioni di lavori solo nel Paese”.
Un esempio concreto della capacità di Icop di operare nei mercati internazionali ad alta complessità viene dal Belgio. “C’è un cantiere molto interessante ad Anversa – spiega Piero Petrucco – un progetto tecnico di nicchia in cui stiamo collaborando con Bauer e un operatore belga. Stiamo utilizzando un’attrezzatura nuova per la realizzazione di muri profondi con idrofresa in spazi estremamente limitati: normalmente ci vorrebbe un braccio alto 15-18 metri, qui invece lavoriamo con un macchinario contenuto dentro un container di soli 2 metri e 20. È una prima mondiale, i primi pannelli li stiamo realizzando in questi giorni”.
La scelta di partecipare a questo progetto, aggiunge Petrucco, non è casuale: “Bauer è uno dei nostri principali fornitori di attrezzature su questo tema specifico e, sapendo delle nostre competenze, abbiamo trovato la quadra per realizzare insieme questa innovazione. È un lavoro che ci permette di entrare in mercati complessi e dimostrare la nostra capacità di applicare tecnologie avanzate dove altri non possono operare.”
E in Italia?
Guardando al nostro Paese, sono diversi i progetti seguiti da Icop. Sul fronte delle opere marittime, la società ha storicamente un presidio forte a Trieste, dove è coinvolta nello sviluppo del nuovo porto. Ma il perimetro si allarga: La Spezia, Piombino, e altri scali entrano nel portafoglio, in vista di una nuova stagione di investimenti legata all’adeguamento delle infrastrutture portuali.
Allargando lo spettro, nell’ambito grandi opere troviamo anche il prolungamento della metropolitana M1 a Milano fino al quartiere Baggio e la terza corsia dell’autostrada A4 in Friuli. “Sono due appalti impegnativi, da 360 milioni l’uno, ed entrambi con un’estensione prevista fino a 500 milioni. Poi ci sono i lavori con Acea a Roma sulla rete idrica e alcuni degli interventi previsti a Catania sulla rete ferroviaria”.
E sulla possibilità di essere uno dei punti di riferimento per la costruzione del Ponte sullo Stretto, la risposta del management è chiara: “È un’opera estremamente complessa dal punto di vista geotecnico. Non è tanto il ponte in sé, quanto tutto ciò che riguarda le fondazioni, le opere propedeutiche, i consolidamenti e le infrastrutture accessorie”. Icop potrebbe essere eventualmente coinvolta nelle fasi di studio e di analisi delle opere di fondazione, con particolare attenzione alle condizioni geologiche e geotecniche dell’area. “Parliamo tuttavia di un contesto unico con profondità elevate, terreni complessi, interazione tra strutture marine e terrestri, e una sismicità che richiede livelli di sicurezza altissimi”.
Se l’opera andrà avanti “ci saranno lavori per molti anni, soprattutto sulle parti meno visibili ma più delicate: fondazioni, opere di sostegno, strutture interrate. Sicuramente però non è qualcosa che riguarda il 2026. Vedremo”.
Icop e la tecnologia come leva competitiva
Se c’è un tratto distintivo che emerge con forza, è l’investimento in tecnologia. Non come esercizio teorico, ma come risposta a problemi concreti. Il progetto RoboGo, un pontone robotizzato per la manutenzione delle banchine portuali, è emblematico. Un investimento da 20 milioni di euro, realizzato nel 2025, che consente di eliminare attività ad alto rischio svolte in precedenza da operatori subacquei. “È stato completamente ripagato dal primo progetto in cui è stato applicato”, sottolineano i manager. Lo stesso vale per le nuove macchine di microtunnel in grado di lavorare con pendenze superiori al 20%, contro il 3% standard. “Anche in questo caso – spiegano – l’investimento è stato recuperato nei primi progetti”.
Icop investe inoltre in robotizzazione dei processi, BIM, intelligenza artificiale applicata al controllo di gestione, e sta sperimentando nuovi materiali, già in fase avanzata di testing. “La nostra parte di Ricerca e Sviluppo nasce dai problemi dell’ingegneria del sottosuolo – osserva Petrucco – non da un’analisi astratta del mercato. Se serve una soluzione nuova, la sviluppiamo”.
L’ingresso di Luca Fontana: il cambio di scala manageriale
In questo contesto si inserisce la nomina di Luca Fontana a group chief operating officer. Una scelta che accompagna la trasformazione del gruppo da realtà prevalentemente italiana a organizzazione internazionale complessa. Fontana porta con sé trent’anni di esperienza globale tra Foster Wheeler, AECOM e, più recentemente, Autostrade per l’Italia, dove ha guidato il Capex infrastrutturale in una fase cruciale. “Ho scelto Icop perché è un gioiello industriale – spiega – c’è una forte volontà di costruire un progetto industriale vero. Le acquisizioni sono coerenti, adiacenti al core business, e la crescita è rapida ma sana”.
Il suo ruolo sarà centrale nel rafforzare governance, processi, sistemi, senza snaturare le realtà acquisite. “L’integrazione è una parola pericolosa se fatta male. Qui deve essere equilibrata: preservare ciò che funziona e al tempo stesso dare al gruppo una struttura che scala”. Fontana lavorerà sul coordinamento delle funzioni chiave – sicurezza, qualità, contracting, decision making – e sull’allineamento tra Europa e Stati Uniti, mercati profondamente diversi anche negli standard tecnici.
Un ultimo tassello riguarda le persone. In un settore dove la scarsità di competenze è tema ricorrente, Icop rivendica un’attenzione storica allo sviluppo dei talenti. “Ho trovato molte competenze interne – osserva Fontana – e una forte attenzione alla loro crescita. Abbiamo rapporti con le università, sistemi di attrazione e retention. Il mercato è selettivo, ma sappiamo come lavorarci”.









