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Intelligenza artificiale, FMI rivela quali sono i lavori più a rischio

Una donna alle prese con l'intelligenza artificiale

L’intelligenza artificiale è destinata ad avere un impatto sempre più significativo sul mondo del lavoro. Si calcola che la metà delle attività professionali di oggi, grazie alle tecnologie in uso e a quelle che verranno, potrebbe essere automatizzata entro il 2055. Ma quali sono i lavori più a rischio e che potrebbero sparire da qui ai prossimi anni? Lo rivela un rapporto presentato dal Fondo Monetario Internazionale in occasione dell’edizione 2024 del World Economic Forum, a Davos dal 15 al 19 gennaio.

 

Intelligenza artificiale: i lavori più a rischio

La pubblicazione dell’FMI si chiama Gen-AI: Artificial Intelligence and the Future of Work ed è curata dai ricercatori Mauro Cazzaniga, Florence Jaumotte, Longji Li, Giovanni Melina, Augustus J. Panton, Carlo Pizzinelli, Emma J. Rockall e Marina Mendes Tavares. Dall’analisi emerge che l’intelligenza artificiale rischia di sconvolgere buona parte delle professioni in tutto il mondo per come le conosciamo oggi: saranno interessati quasi due posti di lavoro su cinque. Nelle economie occidentali, dall’Europa agli Stati Uniti, è a rischio il 60% dei lavori, una percentuale che scende al 40% nelle economie emergenti (da Cina e India a Russia e Brasile) e al 26% nei Paesi a basso reddito. È dato quasi per certo l’ampliamento delle disuguaglianze sociali e del divario tra le nazioni ricche e quelle povere.

Le nuove tecnologie legate allo sviluppo dell’IA avranno un effetto importante soprattutto sulle categorie di lavoratori più vulnerabili. Decine di figure professionali rischiano di scomparire per sempre o di essere soggette ad un forte demansionamento. Lo studio individua gli operatori nel settore del telemarketing e nei call center, i lavapiatti e gli artisti come figure a bassa complementarietà con l’intelligenza artificiale e quindi in pericolo. Più al sicuro sono professioni ad alta complementarietà con l’IA come quelle di avvocati, chirurghi e giudici: lavori che si avvalgono del supporto dell’intelligenza artificiale, ma che l’AI non è ancora in grado di rimpiazzare.

I lavoratori con un’istruzione universitaria e post-universitaria sono considerati i più preparati a passare da lavori a rischio disoccupazione ad altri ad elevata complementarità. Quelli più anziani potrebbero essere i più vulnerabili alle trasformazioni dell’IA e avere difficoltà a ricollocarsi e a sviluppare rinnovate competenze. Questa eventualità sarebbe accettata in contesti come il Regno Unito e il Brasile, dove storicamente laureate e laureati cambiano più facilmente lavoro. Al contrario, i lavoratori senza un’istruzione post-secondaria mostrano una mobilità ridotta. I giovani, che si adattano meglio ai cambiamenti e hanno maggiore familiarità con le nuove tecnologie, potrebbero cogliere grandi vantaggi e nuove opportunità.

Già in passato al World Economic Forum è stato lanciato l’allarme sul tema dell’intelligenza artificiale nel mondo del lavoro. Nel 2018 una ricerca di Accenture intitolata Reworking the Revolution ha stimato che le imprese possono far crescere l’occupazione del 10% e il fatturato fino al 38% grazie all’IA, ma a patto che investano sulla cooperazione uomo-macchina. Per raggiungere questo risultato occorre una riqualificazione del personale con una continua formazione interna. Un elemento imprescindibile per il successo e la crescita delle imprese e per l’equilibrio tra avanzamento tecnologico e forza lavoro è individuato nell’Applied Intelligence, ovvero la capacità di integrare la tecnologia intelligente e l’ingegno umano in tutte le funzioni aziendali.

I pareri degli esperti dell’FMI, tuttavia, sono confutati da un recente paper della University of Pennsylvania, una ricerca chiamata GPTs are GPTs: An Early Look at the Labor Market Impact Potential of Large Language Models. Secondo questo studio sui trasformatori generativi pre-addestrati, i famosi GPT di terza generazione, l’IA avrà un’influenza su tutti i livelli salariali ma maggiore sui lavori ad alto reddito, in particolare quelli che richiedono titoli universitari (designer, ingegneri, programmatori, esperti di blockchain, analisti finanziari, sondaggisti, matematici, redattori, giornalisti, saggisti e autori di testi), mentre saranno più al sicuro le professioni creative e i lavori manuali come quelli nei settore dell’edilizia e della ristorazione.

 

FMI: intelligenza artificiale un rischio per il lavoro

Se utilizzata in modo corretto l’IA potenzialmente offre enormi vantaggi: la creazione di nuovi posti di lavoro, il miglioramento della produttività, dell’organizzazione e dei redditi, un massiccio aumento del PIL. Ma se si fa un uso improprio ed invasivo della tecnologia, potrebbero diminuire i salari, aumentare la disoccupazione e il lavoro precario, le ineguaglianze e la mancanza di tutele. Il Fondo Monetario Internazionale ritiene essenziale non ostacolare il cambiamento, ma sottolinea l’importanza di individuare tutte le misure necessarie per proteggere i lavoratori.

Nello studio si mette in guardia la comunità internazionale dai pericoli legati ad uno sviluppo incontrollato dell’IA. L’FMI fa pressione sulla comunità internazionale per mettere la questione al centro dell’agenda politica. “Circa la metà dei posti di lavoro nel cui ambito agisce l’IA possono trarre grandi benefici in termini di crescita della produttività – spiega Kristalina Georgieva, la direttrice dell’IMF –, ma per l’altra metà le applicazioni legate all’intelligenza artificiale potrebbero di fatto sostituire le mansioni attualmente svolte dagli umani, con l’effetto di ridurre la domanda di lavoro e di portare a salari più bassi e a una riduzione delle assunzioni. E nei casi più estremi alcuni di questi lavori potrebbe scomparire del tutto”.

Le economie avanzate ed emergenti dovrebbero investire nell’innovazione e nell’integrazione dell’intelligenza artificiale, promuovendo al contempo quadri normativi adeguati per ottimizzare i benefici derivanti da un maggiore utilizzo dell’IA. Per le economie in via di sviluppo e a basso reddito, sono invece fondamentali lo sviluppo delle infrastrutture di base e la creazione di una forza lavoro qualificata dal punto di vista digitale.

L’analisi del Fondo suggerisce ai Paesi trainanti di porre particolare attenzione alle politiche ridistributive e fiscali e ai diritti di proprietà dell’AI. Soltanto in questo modo si potrà regolare l’impatto della tecnologia sulla distribuzione del reddito e della ricchezza. “È cruciale per tutti i Paesi – conclude Georgieva – mettere in campo reti di sicurezza sociale onnicomprensive e offrire programmi di riqualificazione professionale per i lavoratori più vulnerabili. E nel farlo potremo realizzare una transizione verso l’intelligenza artificiale più inclusiva, proteggendo i livelli di vita e tagliando le ineguaglianze”.

AUTORE

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Alessandro Zoppo

Ascolta musica e guarda cinema da quando aveva 6 anni. Orgogliosamente sannita ma romano d'adozione, Alessandro scrive per siti web e riviste occupandosi di cultura, economia, finanza, politica e sport. Impegnato anche in festival e rassegne di cinema, Alessandro è tra gli autori di Borsa&Finanza da aprile 2022 dove si occupa prevalentemente di temi legati alla finanza personale, al Fintech e alla tecnologia.

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