“L’intelligenza artificiale funzionerà?” non è più la domanda che tiene svegli i vertici aziendali. Al suo posto ne è arrivata un’altra, ben più pressante: “Stiamo investendo abbastanza?”. È questa la fotografia scattata dalla seconda edizione dello studio Cisco “Come i ceo vedono l’IA”, condotto da Opinion Matters su un campione di circa 2.500 amministratori delegati di aziende con oltre 250 dipendenti in 23 Paesi, con dati raccolti a gennaio 2026.
In questo articolo:
- Intelligenza artificiale, la paura dei ceo
- Infrastrutture, dati e fiducia: i tre freni
- Intelligenza artificiale, chi corre davvero : i “Pacesetters”
Intelligenza artificiale, il timore dei ceo
Entrando nel merito della ricerca, il 91% dei ceo si dichiara più ottimista rispetto a dodici mesi fa sul potenziale dell’intelligenza artificiale, e non si tratta di un entusiasmo astratto: il 60% afferma che nel 2025 la tecnologia ha superato le proprie aspettative. Ma l’ottimismo porta con sé una nuova ansia, quella di restare indietro. Il 65% degli intervistati teme infatti che la propria azienda stia perdendo opportunità per mancanza di investimenti, in netto aumento rispetto al 53% dell’anno precedente, mentre il 69% considera ormai l’adozione dell’IA un requisito imprescindibile per qualsiasi impresa moderna.
Un dato aiuta a capire quanto sia cambiato il clima in appena un anno: la percentuale di ceo che si dice frenata nelle decisioni dalla propria scarsa comprensione dell’intelligenza artificiale è crollata dal 74% al 47%, e per il 53% degli intervistati la conoscenza della materia non rappresenta più una barriera, contro il 26% di dodici mesi prima. I vertici aziendali, insomma, hanno studiato. Il problema è che comprensione e azione non coincidono: mentre cresce la volontà di adottare queste tecnologie, tre vincoli concreti continuano a rallentarne l’implementazione su larga scala.
Infrastrutture, dati e fiducia: i tre freni
Il primo ostacolo è di natura tecnologica: il 53% dei ceo teme che i limiti infrastrutturali possano frenare i progetti, tanto che l’aggiornamento delle infrastrutture IT per gestire i carichi di lavoro legati all’IA è la priorità assoluta indicata per il 2026, seguita dalla formazione del personale. Il secondo riguarda i dati: i problemi di qualità, accessibilità e centralizzazione sono citati dal 34% degli intervistati, più di qualsiasi altra sfida. Il terzo è la fiducia.
Proprio mentre i ceo spingono per integrare gli agenti IA nella forza lavoro – la loro implementazione rientra tra le tre priorità principali dell’anno – la sicurezza e il controllo di questi sistemi autonomi sono diventati la preoccupazione numero uno. Le risposte dei ceo trovano peraltro conferma nell’AI Readiness Index 2026 della stessa Cisco, l’indagine condotta su oltre 8.000 responsabili IT a livello globale: solo il 22% delle organizzazioni considera la propria rete ottimale per i carichi di lavoro IA, appena il 31% si sente pronto a garantire sicurezza e controllo sugli agenti e il 19% dispone di dati completamente centralizzati e accessibili.
Intelligenza artificiale, chi corre davvero: i “Pacesetters”
A fare la differenza è il modo in cui le priorità vengono tradotte in azione. Cisco definisce “Pacesetters” il 13% di organizzazioni più mature nel proprio indice di preparazione all’IA, e i numeri raccontano un divario che rischia di allargarsi: il 77% di queste aziende prevede di costruire nuovi data center nei prossimi dodici mesi, la totalità offre formazione interna sull’IA e il 61% ha già mappato i compiti che gli agenti dovranno svolgere, contro appena il 32% della media globale. Il 95% ha inoltre definito metriche per misurare l’impatto dell’intelligenza artificiale e il 62% ha integrato pienamente i casi d’uso nei propri sistemi di sicurezza e governance, a fronte del 28% a livello mondiale. Chi ha superato le tre barriere, in altre parole, sta già incassando un vantaggio competitivo.
Se la corsa agli investimenti accelera, la sostituzione dell’attività umana non è però all’ordine del giorno. Guardando al 2030, solo il 7% dei ceo immagina un business quasi privo di intelligenza artificiale – segno che la quasi totalità le assegna un ruolo – ma il 72% prevede che l’IA si limiterà a fornire supporto o a eseguire compiti sotto la direzione, il giudizio e la supervisione delle persone, per ragioni che vanno dalla sicurezza dei sistemi alla gestione delle implicazioni etiche delle decisioni. «Bisogna muoversi rapidamente con l’IA, ma ancorare sempre le decisioni ai valori umani», sintetizza uno degli intervistati. Un approccio che in Europa assume tratti ancora più marcati: i ceo del Vecchio Continente si concentrano meno sulla velocità e più sulla corretta implementazione, mettendo al primo posto fiducia, trasparenza e allineamento etico. Il consiglio che rivolgono ai colleghi è eloquente: “Evitate di introdurre frettolosamente l’IA nei processi decisionali senza trasparenza. È più difficile riconquistare la fiducia che recuperare efficienza”.









