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Keith Haring: le 5 opere più costose dell’artista

Un visitatore ammira un quadro di Keith Haring

Pochissime personalità hanno lasciato il segno nella storia dell’arte contemporanea come Keith Haring, un autentico precursore di stili e tendenze. Dai murales con gli iconici omini stilizzati e le linee audaci ai mosaici e i muri popolati da figure colorate e vitali, l’artista statunitense – nato nel 1958 e morto nella sua casa di New York a soli 31 anni – è stato il protagonista di una rivoluzione pop che da strade e metropolitane è arrivata subito nei musei e in un ingranaggio commerciale e finanziario. Le sue opere più costose hanno infatti raggiunto cifre davvero notevoli, specie dal 2008, quando il fatturato di Sotheby’s e Christie’s è aumentato del 538%.

 

Keith Haring: le 5 opere più costose

Per più costose si intende quindi quelle con le valutazioni realizzate nei risultati delle aste. Nel caso di Haring, il dato è significativo: negli ultimi cinque anni, tra il 2017 e il 2022, i suoi lavori hanno avuto un incremento nel valore medio di mercato del 148%. Dalla Top 5 rimangono fuori pezzi notevoli come i vari Untitled (i giganteschi Dancing Dogs e il mosaico di uomo, natura e tecnologia del 1981, le complicazioni del sesso non protetto del 1983: tutte vendute oltre i 2 milioni di dollari), il Sister Cities – For Tokyo e il Self Portrait for Tony, venduti da Sotheby’s sopra i 4 milioni. Senza dimenticare i cinque disegni digitali realizzati da Haring a metà degli anni Ottanta con un computer Commodore Amiga che stanno per passare sotto il martello di Christie’s. Realizzati sotto forma di NFT (coniati per l’occasione dalla Keith Haring Foundation sulla blockchain Ethereum per garantirne la conservazione), potrebbero raggiungere i 2 milioni di dollari. Nell’attesa, ecco le cinque opere più costose vendute finora.

 

Untitled (1986)

Un’apocalisse distopica si è abbattuta sul mondo: una inquietante figura senza testa si contorce tra esseri umani e creature fantastiche. È l’apice dei “mostri quasi surreali e spaventosi” (come li definisce l’artista) che avvertono il pianeta sulle conseguenze imprevedibili del ricorso al nucleare. Si percepisce l’influenza della collaborazione con William Burroughs e Brion Gysin. Nel maggio del 2014 questo impressionante e irresistibile caos raddoppia la base d’asta da Sotheby’s a New York e viene venduto per 4,87 milioni di dollari.

Untitled (1986) di Keith Haring
Untitled (1986) (foto: Sotheby’s)

 

Untitled (Acrobats) (1982)

Figure contorte, simboli universali in progressione cinetica e motivi in stile geroglifico ricoprono questo grande dipinto monocromatico, popolato dagli acrobati che danzano in diverse combinazioni. “Ricordo che cercavo di capire da dove venisse questa roba, ma non ne ho idea. Si è semplicemente trasformata in questo gruppo di disegni. Pensavo a queste immagini come simboli, come un vocabolario di cose. In uno c’è un cane adorato, in un altro lo stesso cane viene colpito da un ufo. All’improvviso ha avuto senso disegnare per strada, perché avevo finalmente qualcosa da dire”, ha spiegato Haring in un’intervista a David Sheff per Rolling Stone. Nel dicembre del 2021 gli “acrobati” sono stati messi all’asta da Sotheby’s a New York (dalla collezione di Peter M. Brant e Stephanie Seymour) e venduti per 5,49 milioni di dollari.

Untitled (Acrobats) di Keith Haring
Untitled (Acrobats) (foto: Keith Haring Foundation)

 

The Last Rainforest

Da Sotheby’s nel 2016 arriva questa gigantesca opera di Haring (in tutti i sensi: le sue dimensioni sono 1,82 metri per 2,42) messa all’asta dal fotografo David LaChapelle, che a sua volta l’aveva acquistata nel 2001 dal gallerista newyorkese Tony Shafrazi. Risultato: una vendita da 5,52 milioni di dollari. Considerato l’ultimo grande capolavoro dell’artista (che sarebbe morto quattro mesi dopo averla completata) ed immagine emblematica di un vero e proprio melting pot in cui confluiscono violenza, sessualità, questioni ambientali e sociali, storia e fantasia, The Last Rainforest ha più che raddoppiato la sua stima rispetto all’ultima volta che era stato messo all’asta da Sotheby’s a Londra nel giugno del 2016.

The Last Rainforest di Keith Haring
The Last Rainforest del 1989 (foto: Sotheby’s)

 

Silence = Death (1988)

Il 1988 è l’anno in cui a Haring viene diagnosticato l’AIDS. Il silenzio è uguale alla morte, grida l’artista in quella che diventa subito una delle sue opere più politiche ed iconiche. Il triangolo rosa (simbolo dell’orgoglio gay) e le figure con mani senza dita che come le tre scimmie si coprono occhi, bocche e orecchie, sono utilizzati per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’epidemia che sta distruggendo la comunità artistica e queer newyorkese. Il quadro è venduto da Christie’s a New York il 15 maggio 2019 all’interno del Post-War and Contemporary Art Evening Sale per la cifra di 5,60 milioni di dollari.

Silence = Death di Keith Haring
Silence = Death (foto: Christie’s)

 

Untitled (1982)

È ad oggi in assoluto l’opera più costosa di Haring: dopo essere stata battuta all’asta da Christie’s a New York per 2,84 milioni di dollari nel 2007, dieci anni più tardi, nel maggio del 2017, ha superato tutte le valutazioni della vigilia e da Sotheby’s è stata comprata da un anonimo collezionista svizzero per 6,53 milioni di dollari. D’altronde al centro dell’opera (uno dei moltissimi senza nome di Haring) c’è la combinazione definitiva di temi e motivi più cari all’artista newyorkese: i conflitti tra autorità e cultura giovanile, la critica feroce del consumismo, la preoccupazione per il pericolo nucleare, il conflitto tra bene e male, l’intreccio continuo di vita e morte, l’estetica della street art, il linguaggio naïf e i suoi adorati cani che abbaiano. Un esempio perfetto dell’inimitabile attitudine di Haring “a trasmettere il movimento pulsante attraverso forme distillate nelle loro componenti più semplici ed essenziali”, come spiegano i curatori di Sotheby’s.

Untitled (1982) di Keith Haring
Untitled del 1982: l’opera più costosa (finora) di Keith Haring (foto: Sotheby’s)

AUTORE

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Alessandro Zoppo

Ascolta musica e guarda cinema da quando aveva 6 anni. Orgogliosamente sannita ma romano d'adozione, Alessandro scrive per siti web e riviste occupandosi di cultura, economia, finanza, politica e sport. Impegnato anche in festival e rassegne di cinema, Alessandro è tra gli autori di Borsa&Finanza da aprile 2022 dove si occupa prevalentemente di temi legati alla finanza personale, al Fintech e alla tecnologia.

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