C’è un’idea di industria che non passa dalla delocalizzazione ma dalla stratificazione. Dal restare. Dal mettere radici più profonde per crescere più lontano. A Borsa&Finanza Maria Cristina Busi Ferruzzi, presidente di Tomarchio e maggior azionista di Acies (holding che controlla la società), la racconta così, senza slogan, come se fosse la cosa più naturale del mondo. In fondo, per chi guida un gruppo che da quasi mezzo secolo ha scelto la Sicilia come piattaforma industriale, lo è davvero.
Da gennaio 2026 Sibat Tomarchio accelera nel segmento del tè freddo ready-to-drink con l’acquisizione di Beltè, storico brand italiano nato in Veneto, negli stabilimenti Sanpellegrino di San Giorgio in Bosco, e cresciuto negli anni fino a diventare un nome familiare nella grande distribuzione, riconoscibile per posizionamento leggero, naturale, quotidiano. Un’operazione che non nasce dall’occasione, ma da una necessità industriale precisa.
In questo articolo:
- Tomarchio e l’acquisizione di Beltè
- I numeri di Beltè
- I piani di Tomarchio per il futuro
- Una squadra per l’economia siciliana
- La storia di Tomarchio
Tomarchio e l’acquisizione di Beltè

“Il mercato va accontentato”, dice Busi Ferruzzi. “Il consumatore oggi vuole di tutto e di più. È diventato talmente raffinato che basta guardare cosa succede anche solo nel mondo del tè: quanti ce ne sono, quante differenze”. In questo contesto, Beltè non è un riempitivo di portafoglio, ma un tassello mancante. “È un ottimo prodotto, rinfrescante, di qualità. Non gli è mai stata data l’importanza che si merita. E lì è scattata la voglia di acquisirlo”. Una trattativa che la presidente definisce “conveniente per loro e per noi”, e che risponde a una logica di coerenza: affiancare a Tomarchio un marchio compatibile per valori, posizionamento e qualità. “Era necessario. Fa parte di quei tè di grande qualità che stanno bene accanto alla grande qualità dei nostri prodotti”.
L’acquisizione di Beltè si inserisce in una fase di profonda evoluzione. “Cambiare? Con cautela”, avverte la presidente. “Vogliamo fare esperienza, tastare il mercato, capire cosa funziona e cosa no. Per il momento non ipotizziamo cambiamenti drastici”. Ma il rilancio è già in agenda, a partire dalla comunicazione. “Stiamo studiando una bella campagna. Quest’anno torniamo anche al Carnevale di Acireale e lì daremo un bel risalto a Beltè”. Un segnale simbolico e concreto insieme: partire dal territorio per parlare al mercato nazionale.
I numeri di Beltè
I numeri di Beltè spiegano perché l’operazione abbia senso industriale. A chiusura 2025 il brand ha registrato oltre 6,5 milioni di litri venduti, pari a circa 26 milioni di bevute, con una distribuzione ponderata di 25 punti a livello nazionale. La presenza è particolarmente forte nel Nord Italia, soprattutto in Veneto e Lombardia, dove la penetrazione arriva a circa 50 punti, e in alcuni mercati esteri. Un marchio “già nella testa” dei consumatori, come lo definisce Tomarchio: nome immediato, identità popolare, proposta pensata per la quotidianità e per il consumo on-the-go.
La gamma resta coerente con questa filosofia: tè alla pesca e al limone, bottiglia da 1,5 litri (anche Zero), 0,5 litri e lattina da 33 cl, con elementi distintivi chiari – estratto di foglie di tè, infusi di frutta, senza coloranti né conservanti, senza glutine – che parlano a famiglie, giovani e adulti attenti al benessere.
I piani di Tomarchio per il futuro
Oggi Tomarchio è il cuore di un progetto industriale che nel 2025 ha superato i 16 milioni di euro di fatturato, con un indotto complessivo di circa 14 milioni, e una struttura che conta 70 persone, tra dipendenti diretti e rete commerciale. Numeri che raccontano un’azienda radicata e tutt’altro che statica.
Beltè quindi è solo una parte di un disegno più ampio. Il 2026 si apre con quello che Busi Ferruzzi definisce “un botto”, anche se “non di champagne, ma di tè”.. Un anno che vedrà investimenti importanti: nuova linea P&T, ristrutturazione dello stabilimento di Acireale, finalmente acquisito dopo anni. “La famiglia Tomarchio non voleva venderlo. Ora è nostro, ma va rinnovato. Aumentano le linee, aumentano i dipendenti, serve spazio”.
Il piano è scandito anche nei numeri: 12 milioni di euro di investimenti in tre anni, esclusa l’acquisizione di Beltè. “Non si può fare tutto insieme. Dobbiamo produrre mentre ristrutturiamo. Si va a tappe”. Un impegno che dovrebbe portare l’organico ad aumentare di almeno dieci unità. “Probabilmente arriveremo a 80, forse qualcosa di più. La parte commerciale è ben organizzata. Il 2026 si presenta bene”.
Una squadra per l’economia siciliana
Il vero moltiplicatore resta però l’estero. Oggi circa il 50% del fatturato Tomarchio arriva dall’export. “Il brand siciliano ha un valore enorme”, sottolinea la presidente. Un valore che, secondo lei, non è ancora pienamente espresso. “Siamo ognuno per sé. Questo è un difetto”. Serve fare squadra, creare un ombrello comune per l’agroalimentare siciliano che dispone di “eccellenze incredibili”.
Da presidente di Confindustria Catania, Busi Ferruzzi individua il nodo nella frammentazione. “Già i consorzi sono divisi. È grave. I canali sono due: Horeca e grande distribuzione”. La vera svolta, però, dovrebbe partire dalla Regione. “Se si riuscisse a creare un grande consorzio siciliano dell’agroalimentare, sarebbe un valore aggiunto enorme”. Un modello? “La Spagna. È molto avanti. Si vede l’azione del governo”.
Un segnale incoraggiante, intanto, è arrivato dal recente incontro con il presidente della Regione Renato Schifani. “Io l’ho definito quasi miracoloso”. Un tavolo unico con imprenditori di tutti i settori, un confronto reale su temi cruciali: dall’acqua alle infrastrutture. “Non era mai successo. Nemmeno in Emilia-Romagna”. Anche perché arrivato in un periodo in cui le e incognite restano, soprattutto sul fronte geopolitico. I dazi, le tensioni commerciali, l’effetto Trump. “Dipende dai settori. Alcuni non hanno risentito, altri sì. Lo capiremo meglio nei prossimi mesi”. L’inizio dell’anno, del resto, è sempre più lento per l’agroalimentare.
La storia di Tomarchio
Nel frattempo Tomarchio guarda al proprio percorso. 106 anni di storia, venti dei quali sotto la guida del gruppo Acies. “Il momento più importante è stato l’acquisizione. Era una crescita del gruppo e un marchio fondamentale”. Anni entusiasmanti, ma anche di concorrenza durissima.
Dietro l’ascesa di Tomarchio, c’è anche una storia personale. Busi Ferruzzi racconta di essere stata una consumatrice di Tomarchio ben prima di diventarne proprietaria. “Dal 1975, d’estate, io bevevo Chinotto Tomarchio. Lo adoravo. Dicevo: prima o poi questa azienda la compro”. Un amore nato dal prodotto, non dal dossier. “È il chinotto più buono d’Italia. Assolutamente”.
In questa direzione, la presidente racconta un aneddoto. “Dovevamo comprarla con Coca-Cola, ma all’ultimo momento da Atlanta si tirarono indietro. Io non mi sono arresa e l’abbiamo comprata lo stesso”. Da lì, una relazione costruita giorno dopo giorno. “Forse il fatto di non essere siciliani ci fa vedere pregi che i siciliani non vedono più”. È lo sguardo esterno che diventa valore. E anche battaglia culturale: destagionalizzare il turismo. “La Sicilia deve lavorare dodici mesi l’anno. In dicembre si può fare il bagno. Chiudere tutto da settembre a primavera è assurdo”.









