Europa “mina dazi” Usa pronta a esplodere nel 2026: conseguenze per l’Italia

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Se l’accordo per la fine dello shutdown ha tranquillizzato i mercati europei, con il Ftse Mib che sta guadagnando quasi due punti percentuali, lo stesso non si può dire invece guardando al potenziale impatto dei dazi americani sull’economia dell’Eurozona. Misura che rischia di imprimere una frenata significativa alla crescita nel continente.

 

In questo articolo: 

 

  • L’impatto dei dazi sull’economia europea
  • Perché l’area euro è più a rischio
  • Patuelli (Abi) lancia l’allarme imprese

 

L’impatto dei dazi sull’economia europea

Secondo un sondaggio recente di BusinessEurope che coinvolge le federazioni d’impresa di 36 paesi in Europa (dall’Unione europea a Gran Bretagna, Svizzera, Turchia, Ucraina), le imprese europee indicano che nel 2025 l’impatto sarà relativamente contenuto, stimato in una diminuzione del Pil dello 0,03% nell’area euro, nell’Ue e nel gruppo più vasto.

Ma la vera scossa è attesa nel 2026: la perdita stimata sale a circa lo 0,50-0,60 p.p. per l’area euro, che è la più vulnerabile. E qui risiede il nodo: non tanto il colpo immediato, quanto quello rinviato, che può risultare più difficile da gestire. Le imprese sono infatti già sottoposte a pressioni di costi, catene d’approvvigionamento tese, incertezza regolamentare e, ora, nuove ombre che si allungano dal di là dell’Atlantico.

La spiegazione di questo fenomeno, evidenziata nel sondaggio, è che nel 2025 alcune misure sono state anticipate, “front-loaded”, attenuando l’impatto immediato. Ma ciò non significa che il peggio sia passato: al contrario, è come se le imprese europee avessero preso un colpo anticipato, ma stessero per ricevere il secondo round. In altre parole, la calma relativa attuale non è rassicurante.

In questo contesto, la Bce aveva stimato che l’impatto complessivo tra il 2025 e il 2027 potesse essere dell’ordine dello 0,70 p.p., stima che risulta coerente con le valutazioni del sondaggio. E tuttavia, le imprese continuano a lamentare “mancanza di prevedibilità” e forte incertezza sul lato dei dazi futuri e delle condizioni di mercato.

 

Perché l’area euro è più a rischio 

Perché proprio l’area euro risulta la più esposta? Il ragionamento non è complicato: l’economia dell’eurozona presenta forte integrazione con le catene globali, dipendenza dall’export e vulnerabilità rispetto alle fluttuazioni dei costi delle materie prime e del commercio internazionale. Quando le barriere si innalzano o le tariffe cambiano, l’effetto non resta confinato nell’esterno: rimbalza all’interno, sui margini delle imprese, sul costo finale dei prodotti, sulla competitività.

L’Italia, in particolare, appare tra i Paesi che dovrebbero porre grande attenzione. Essendo un Paese fortemente orientato all’export, con imprese spesso di dimensione media o piccola e posizione geografica strategica nella catena europea, subisce più rapidamente le conseguenze delle tensioni. L’uscita del sondaggio non si focalizza paese per paese, ma il messaggio è chiaro: “attenzione”.

 

Patuelli (Abi) lancia l’allarme imprese

Se a livello europeo c’è quindi già una pressione visibile, in Italia l’attenzione è altissima, e le parole pronunciate da Antonio Patuelli, presidente dell’Abi, sono un richiamo forte affinché si presti attenzione non solo all’orizzonte europeo, ma alle condizioni strutturali delle imprese nazionali. In un’intervista concessa a Il Secolo XIX, Patuelli afferma che sono “possibili nuove crisi di impresa”.

In particolare, sottolinea che la banca italiana è disposta a sostenere le imprese, “purché rispettino le regole”. Ma l’avvertimento è netto: se un’azienda “non ha i conti in regola”, se non è trasparente dal punto di vista fiscale, non potrà lamentarsi della mancanza di sostegno. Non si tratta soltanto di attivare sostegni generici, ma di richiedere rigore, strutture aziendali solide, trasparenza, e una governance che sia in grado di assorbire e rispondere agli shock esterni. Patuelli, insomma, richiama tutti a una responsabilità collettiva: imprese, banche e istituzioni.

Unendo i due filoni – la “mina dazi” che cresce per il 2026 e l’allarme interno italiano – emerge un triangolo di rischio che può essere sintetizzato così: dazi in aumento (o comunque in corso di determinazione), più un contesto di costi elevati e incertezza crescente, più imprese che non sempre sono pienamente strutturate per affrontare turbolenze prolungate.

Nel dettaglio, le aziende europee stanno segnalando che la previsione di impatto per il 2026 è molto più significativa che per il 2025. Ciò significa che se non si preparano ora, rischiano di arrivare impreparate al momento in cui la pressione cadrà con maggiore intensità. E in Italia, molte imprese – soprattutto le medie e piccole famiglie imprenditoriali – si trovano da tempo sotto stress: elevati costi dell’energia, difficoltà nel reperire materie prime e semilavorati, pressioni sui crediti, inflazione residua, competitività internazionale.

Immagine di Massimiliano Carrà

Massimiliano Carrà

Classe 1994 e laureato in scienze della comunicazione a Palermo (sua città natale), si è specializzato a Milano sostenendo un Master in Radio e New Media Management & Content al Sole 24 Ore. Iscritto dal 2020 all'Ordine dei Giornalisti pubblicisti, dopo le esperienze in Radio 24, Class Editori, Money.it, Forbes Italia e Il Giornale è entrato nel 2025 in Borsa&Finanza, dove si occupa di approfondimenti macro-economici, startup, interviste e imprenditoria. Ama lo sport, la letteratura, il cinema e il mare. Gli piace visitare posti nuovi e scoprire nuove culture.

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