L’Apple Watch non è carbon neutral: anche la ‘Mela’ finisce nel piatto del greenwashing

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Anche Apple cade nel vortice del tanto discusso greenwashing. Come riportato da Reuters, in seguito a una sentenza odierna di un tribunale regionale di Francoforte, la società di Cupertino non potrà più pubblicizzare il suo Apple Watch come un “prodotto a zero emissioni di CO2” in Germania. Una batosta, soprattutto in termini reputazionali, dato che il tribunale ha constatato che la società ha tratto in inganno i suoi consumatori e che solamente lo scorso luglio è anche finita nel mirino dell’Antitrust Ue. 

 

In questo articolo: 

 

  • L’Apple Watch non è a zero emissioni di CO2: cosa è successo
  • Come risponde e cosa farà Apple?
  • Il greenwashing come rischio sistemico

 

L’Apple Watch non è a zero emissioni di CO2: cosa è successo

Partendo dal presupposto che il colosso tech aveva pubblicizzato online il suo Apple Watch come il “primo prodotto a zero emissioni di CO2”, la sentenza odierna arriva in seguito a un ricorso – di conseguenza accolto – dell’associazione ambientalista Deutsche Umwelthilfe (DUH), secondo la quale il claim della società fosse appunto ingannevole e in violazione della legge sulla concorrenza.

“Apple crea falsamente l’impressione che i suoi Apple Watch, pubblicizzati come a zero emissioni di CO2, abbiano un’impronta di CO2 bilanciata. Questa promessa inganna i consumatori perché si basa su un programma di indulgenza sulle emissioni di CO2 con un progetto di compensazione inefficace”, ha dichiarato in una nota ufficiale Jürgen Resch, direttore generale federale dell’associazione. Nel dettaglio, spiega Resch, “il presunto stoccaggio di CO2 nelle piantagioni commerciali di eucalipto (in Paraguay) è limitato a pochi anni, le garanzie contrattuali per il futuro sono insufficienti e l’integrità ecologica delle aree di monocoltura non è garantita”, ha aggiunto il direttore della Deutsche.

Difatti, come spiegato da Remo Klinger che rappresenta l’associazione nel procedimento, “i contratti di locazione per il 75% dell’area del progetto sono garantiti solo fino al 2029”. L’azienda tecnologica, in sintesi, “non è stata in grado di dimostrare in tribunale che tutti i contratti di locazione siano stati prorogati. Di conseguenza, la continuazione del progetto non è garantita e l’affermazione pubblicitaria di Apple è semplicemente fuorviante. Il tribunale non riconosce inoltre come sufficiente la misura correttiva del cosiddetto conto cuscinetto Verra, che mira a compensare le incertezze di possibili proroghe dei contratti di locazione”, ha specificato.

Ma non è finita qui. A contorno di ciò, l’associazione aggiunge inoltre che “le monocolture di eucalipto non sono foreste naturali. Sono mantenute attraverso l’uso regolare di pesticidi come il fipronil, un prodotto che uccide le api. Questi alberi a crescita rapida consumano enormi quantità di acqua e sono altamente infiammabili durante i periodi di siccità, il che mette ulteriormente in discussione il potenziale di stoccaggio del carbonio a lungo termine di tali progetti”. 

 

Come risponde e cosa farà Apple?

Se inizialmente lo scorso giugno, in risposta alla causa intentata dall’associazione tedesca, Apple aveva dichiarato che “scoraggiava il tipo di azioni credibili per il clima di cui il mondo ha bisogno”, oggi un portavoce della società ha rifiutato di commentare a Reuters se l’azienda avrebbe presentato ricorso contro la sentenza, dichiarando esclusivamente che la decisione “ha ampiamente confermato il nostro rigoroso approccio alla neutralità carbonica”.
 
Dichiarazione che va in controtendenza con quanto appurato dal tribunale e con la decisione, inserita in un rapporto della stessa società, in base alla quale Apple eliminerà gradualmente l’etichetta “carbon neutral” utilizzata per gli Apple Watch, per conformarsi alla legislazione europea che entrerà in vigore nel settembre 2026 e che limita l’uso di tali termini.
 

Il greenwashing come rischio sistemico

Quello di Apple è soltanto uno degli ultimi casi di greenwashing attribuibili a grandi società. Facendo solo un piccolo passo indietro, qualche settimana fa l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha colpito Shein con una multa da un milione di euro per “comunicazioni ambientali ingannevoli”, ossia proprio per greenwashing.

L’indagine, avviata nel settembre 2024, ha riguardato i claim riportati nelle sezioni del sito “evoluSHEIN” e “Responsabilità sociale” e in quella dedicata al progetto “#SHEINTHEKNOW”. Evidenziando che quanto era stato riportato era ingannevole e omissivo. Ma, come dicevamo, Shein non è stata l’unica big a finire nel mirino. A partire dal gruppo Gls, che lo scorso febbraio si è vista infliggere una sanzione da 8 milioni di euro, fino ad arrivare ad alcuni big dell’industria dell’automotive. 

Immagine di Massimiliano Carrà

Massimiliano Carrà

Classe 1994 e laureato in scienze della comunicazione a Palermo (sua città natale), si è specializzato a Milano sostenendo un Master in Radio e New Media Management & Content al Sole 24 Ore. Iscritto dal 2020 all'Ordine dei Giornalisti pubblicisti, dopo le esperienze in Radio 24, Class Editori, Money.it, Forbes Italia e Il Giornale è entrato nel 2025 in Borsa&Finanza, dove si occupa di approfondimenti macro-economici, startup, interviste e imprenditoria. Ama lo sport, la letteratura, il cinema e il mare. Gli piace visitare posti nuovi e scoprire nuove culture.

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