Il settore del lusso in Europa sta attraversando una delle crisi più profonde degli ultimi decenni. Il rallentamento dell’economia cinese sta facendo danni oltre le aspettative. I paperoni di Pechino che un tempo affollavano le boutique di lusso a Milano e Parigi, ora si stanno dileguando. Il loro appetito per gli articoli costosi è in via di estinzione perché la spirale discendente dell’economia del Dragone pone un freno, ancorché il lusso fino a poco tempo venisse considerato una zona franca. Infatti, le aziende del settore erano paragonate sotto questo punto di vista alle Big Tech statunitensi, in quanto gli investitori vi si rifugiavano anche quando l’economia andava a rotoli. L’industria del lusso si rivolge a un target che in teoria continua a spendere se i prezzi generali salgono e il reddito della popolazione si riduce. Evidentemente in questo frangente storico non è così.
La voglia di spendere che dopo la pandemia aveva spinto le persone verso abbigliamento, borse e gioielli di fascia alta si è affievolita e le aziende del lusso ora devono fare i conti con i loro bilanci languenti. Nei più recenti rapporti sugli utili, Kering, Burberry e Hugo Boss hanno emesso un profit warning, mentre LVMH ha registrato un crollo dei ricavi relativi alla sua unità cruciale di pelletteria all’1%, dal 21% dell’anno prima. A resistere alla buriana sono state solo le società come Hermes International e Brunello Cucinelli, i cui prodotti sono rivolti essenzialmente a una fascia di consumatori ultra-ricchi.
Settore lusso: crisi temporanea o duratura?
La tempesta che si è abbattuta sul settore del lusso ha avuto un impatto inevitabile sui mercati azionari, facendo vittime illustri. Il produttore britannico Burberry Group, ad esempio, è stato estromesso dal FTSE 100 della Borsa di Londra dopo un crollo di circa il 70% delle sue azioni nell’ultimo anno. Mentre Kering e Hugo Boss hanno praticamente dimezzato il loro valore di mercato nello stesso periodo. In grande crisi è anche quella che fino a poco tempo era l’azienda europea più capitalizzata, ossia LVMH. Il gigante di Bernard Arnault negli ultimi 12 mesi è scivolato di circa 17 punti percentuali alla Borsa di Parigi. Nel complesso, stando ai dati raccolti da Goldman Sachs, le azioni del lusso nel Vecchio Continente hanno perso qualcosa come circa 240 miliardi di dollari dal picco di marzo.
Il punto è se questa nuova situazione sia in una fase temporanea o rappresenti la nuova normalità. Secondo Zuzanna Pusz, analista di UBS, le prospettive del settore del lusso sono più lente e per un periodo più lungo. Per questo, l’esperta ha tagliato le stime riguardo la crescita organica delle vendite nella seconda metà del 2024 e nel 2025. “Il settore sembra entrare in un proprio ciclo specifico, dopo alcuni anni di boom con prezzi elevati”, ha detto. Il suo punto di vista è condiviso da altri analisti, come Ashley Wallace di Bank of America, che considera le stime di consensus per le aziende operative nel settore troppo alte per la seconda metà dell’anno. Mentre Edouard Aubin di Morgan Stanley lancia l’allarme su LVMH e Richemont in quanto “particolarmente vulnerabili al rallentamento della Cina”.
C’è però chi nei cali delle azioni del lusso vede un aspetto positivo, poiché i titoli ora sono più appetibili rispetto a qualche tempo fa. “Il settore ha chiaramente vantaggi competitivi a lungo termine, quindi i cicli ribassisti sono probabilmente il momento migliore per investire”, ha detto l’analista di Morningstar Jelena Sokolova, che vede un’opportunità in Kering.









