Mercati emergenti, la rotta cambia: il 61% dei consulenti italiani alza l’esposizione

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In una fase in cui la divergenza tra i cicli monetari e il deterioramento del quadro geopolitico globale ridisegnano i parametri di rischio dei portafogli, i mercati emergenti riacquistano centralità nelle scelte dei consulenti finanziari italiani. Al Salone del Risparmio 2026, M&G Investments ha presentato i risultati dello Snapshot Survey condotto tra il 17 marzo e il 17 aprile su 274 professionisti attivi nelle principali reti bancarie italiane — consulenti finanziari, private banker e figure di advisory e fund selection.

Il campione, composto per oltre il 75% da professionisti con più di quarant’anni, restituisce una fotografia aggiornata dell’approccio all’asset class nelle reti distributive italiane, segnata da un progressivo spostamento dall’esposizione tattica a quella strategica.

 

In questo articolo:

 

  • Allocazioni emergenti in espansione
  • Mercati emergenti, l’Asia guida il 70% delle allocazioni
  • Oltre le materie prime: il 90% punta sui fondi attivi

 

Allocazioni emergenti in espansione

La direzione prevalente nelle reti italiane è quella del rafforzamento: negli ultimi sei mesi il 61% del campione ha aumentato l’esposizione ai mercati emergenti, il 37% l’ha mantenuta invariata e soltanto il 2% l’ha ridotta. Ciononostante, il peso complessivo nei portafogli resta contenuto: il 61% degli intervistati si colloca nella fascia fino al 10%, il 38% tra il 10% e il 30%, l’1% oltre questa soglia, in linea con un profilo di gestione orientato alla prudenza e alla selezione. L’orizzonte temporale è prevalentemente strategico: l’81% dei rispondenti investe con una prospettiva superiore ai cinque anni, il 19% con un approccio tattico tra uno e due anni. La diversificazione rappresenta la finalità primaria dell’esposizione per il 58% del campione, seguita dalla crescita del capitale (33%) e dalla generazione di reddito (9%).

Il rischio associato all’asset class è giudicato moderato dal 66% degli intervistati, elevato dal 33% e basso dall’1%. Tra le fonti di rischio percepite, la geopolitica si posiziona al primo posto con il 62% delle indicazioni, davanti al contesto macroeconomico (20%) e alla volatilità valutaria (18%). Sul fronte delle valutazioni, il giudizio del campione si divide in modo quasi simmetrico: il 49% considera i mercati emergenti sottovalutati, il 48% li ritiene in linea con il fair value. Il 3% segnala il rischio di una value trap, ovvero la possibilità che valutazioni apparentemente contenute incorporino criticità strutturali tali da limitarne la rivalutazione nel tempo. “Il continuo flusso di notizie ha amplificato la percezione dei rischi di breve periodo, ma gli investitori stanno sempre più imparando a guardare oltre il rumore e a ritornare a concentrarsi sui fondamentali”, ha dichiarato Andrea Orsi, country head Italia, Irlanda e Grecia di M&G Investments.

 

Mercati emergenti, l’Asia guida il 70% delle allocazioni

Sul piano geografico, l’Asia si conferma il principale baricentro delle scelte di allocazione, raccogliendo il 70% delle preferenze del campione, davanti all’America Latina (13%), all’area EMEA (12%) e ai Frontier Markets (5%). La composizione per asset class registra una netta prevalenza dell’azionario emergente (66%), con il debito in valuta locale al 20% e quello in valuta forte al 14%. Sul comparto obbligazionario, M&G segnala comunque un miglioramento strutturale dei fondamentali rispetto ai cicli precedenti. Un’ampia ondata di upgrade dei rating sovrani, un diffuso consolidamento fiscale e una crescita sostenuta hanno contribuito a rafforzare i bilanci pubblici di molte economie emergenti, con livelli di debito che in numerosi casi restano inferiori a quelli dei mercati sviluppati.

Sul versante delle politiche monetarie, molte banche centrali dei mercati emergenti hanno inasprito i tassi prima della Federal Reserve e avviato il ciclo di allentamento in anticipo, generando in molti casi tassi di interesse reali positivi e un miglioramento della qualità del carry per gli investitori, con aspettative di default sovrani nel breve termine che restano contenute. M&G sottolinea come la disomogeneità dell’asset class richieda un approccio bottom-up capace di distinguere le economie con fondamentali in consolidamento da quelle in cui i rischi di default rimangono elevati, e indica nella diversificazione un pilastro centrale della gestione del rischio in un universo ampio e differenziato.

 

Oltre le materie prime: il 90% punta sui fondi attivi

Due grafici a ciambella mostrano come si investe nei mercati emergenti: prevalgono i fondi attivi (90%) rispetto a ETF passivi e investimento diretto; per i supporti, piattaforme finanziarie (38%), advisory desk (37%) e fai da te (25%)
Nei mercati emergenti dominano i fondi attivi, mentre sul fronte dei canali di investimento si registra una distribuzione più equilibrata tra piattaforme finanziarie, consulenza e approccio autonomo. Fonte: M&G

La quasi totalità del campione (90%) investe nei mercati emergenti attraverso fondi attivi, contro l’8% che ricorre a etf passivi e il 2% che opta per l’investimento diretto. L’accesso alle strategie avviene prevalentemente tramite piattaforme finanziarie (38%) e advisory desk (37%), con il 25% del campione che adotta un approccio autonomo. Una preferenza che riflette la percezione di un universo ad elevata dispersione tra paesi, settori e modelli economici profondamente distinti. Sul comparto azionario, Michael Bourke, head of Emerging Market Equities di M&G, osserva che le stime di consensus attribuiscono agli emergenti una crescita degli utili nettamente superiore a quella dei mercati sviluppati, dopo un anno già particolarmente positivo. Il ritorno sul capitale proprio è in aumento in diversi grandi mercati asiatici, sostenuto da una gestione più attenta alla creazione di valore per gli azionisti.

Le valutazioni prospettiche restano al di sotto dei massimi storici e al di sotto di quelle dei mercati sviluppati, sia sui rapporti prezzo/utili sia sul valore di bilancio, risultando interessanti se rapportate al potenziale di crescita e alla solidità dei bilanci. Bourke evidenzia inoltre una trasformazione strutturale dell’asset class: tecnologia e consumi rappresentano oggi una quota rilevante sia degli indici di riferimento sia della crescita degli utili, rendendo superata una lettura degli emergenti come allocazione prevalentemente ciclica o concentrata sulle materie prime. In questo contesto, la selezione attiva dei titoli con approccio bottom-up — più che l’esposizione generalizzata al mercato — è indicata come fattore determinante nella cattura dei driver di crescita degli utili più solidi e duraturi. “In un contesto caratterizzato da maggiore complessità e dispersione, la gestione attiva assume un ruolo centrale. Un approccio di lungo periodo, basato su fondamentali solidi e valutazioni, può contribuire a diversificare le fonti di rendimento, sostenendo al tempo stesso la crescita di capitale e la generazione di reddito. In questo scenario, la partnership tra asset manager e distribuzione è fondamentale per trasformare la complessità dell’universo dei mercati emergenti in soluzioni coerenti con gli obiettivi di lungo termine degli investitori finali”, ha concluso Orsi.

Immagine di Hillary Di Lernia

Hillary Di Lernia

Classe 1994 e laureata in scienze della comunicazione, si è specializzata in sociologia conseguendo successivamente un master in criminologia. Giornalista pubblicista, ha collaborato con diverse testate finanziarie tra cui Bluerating e Milano Finanza, occupandosi di risparmio gestito e approfondimenti sui mercati finanziari. Oggi svolge anche la professione di criminologa e giornalista d’inchiesta, con particolare attenzione alle dinamiche sociali, economiche e criminali.

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