I mercati emergenti tornano al centro delle strategie di investimento. È quanto è emerso dal confronto organizzato da M&G in occasione Salone del Risparmio 2026 dove l’asset manager ha portato la conferenza “Mercati Emergenti: la transizione da opportunità tattica ad allocazione strategica di portafoglio“.

In questo articolo:
- Mercati emergenti: da allocazione tattica a strategica
- Azionario emergente: questa volta è diverso
Mercati emergenti: da allocazione tattica a strategica
Secondo un sondaggio presentato da M&G, condotto su oltre 300 consulenti e private banker italiani nei mesi di marzo e aprile 2026, più del 60% dei partecipanti ha dichiarato di aver aumentato l’esposizione ai mercati emergenti negli ultimi sei mesi. Tuttavia, per il 61% del campione l’allocazione resta confinata tra lo 0% e il 10% del portafoglio. L’ottica di investimento è invece di lungo termine, visto che oltre l’80% degli intervistati abbina alla classe emergente un orizzonte superiore ai cinque anni. Andrea Orsi, responsabile Italia, Irlanda e Grecia di M&G, ha messo in evidenza quest’ultima elevata percentuale che “testimonia l’elevata qualità della consulenza erogata dai professionisti del risparmio”. “Oggi – ha proseguito Orsi – l’esposizione ai mercati emergenti sta diventando un’allocazione strategica, non più solo tattica, da declinare con un approccio attivo e un orizzonte di lungo termine”.
Azionario emergente: questa volta è diverso
Fabiana Fedeli, chief investment officer equities, multi asset and sustainability, ha sostenuto l’ottimismo espresso da Orsi mettendo in evidenza i cambiamenti strutturali in atto nei mercati emergenti. Ricordando come, negli ultimi decenni, il comparto abbia alternato fasi di entusiasmo a profonde delusioni, Fedeli ha affermato che “alcuni segnali sono diversi rispetto al passato”.
Tra questi, il return on equity delle società dei paesi emergenti, in fase di convergenza verso i livelli delle aziende statunitensi, e l’espansione degli utili, soprattutto nel segmento asiatico, con Corea del Sud e Taiwan protagoniste nel settore tecnologico con nomi del calibro di Tsmc, Samsung ed SK Hynix.
A fronte di questi elementi positivi, Fedeli ha messo in evidenza il tema della concentrazione. “Una parte rilevante della performance emergente dipende da pochi nomi. Negli emergenti i primi dieci titoli hanno un peso del 32% nell’indice principale”. Si tratta in ogni caso di valori inferiori a quelli che si registrano in altre aree geografiche e in particolare negli Stati Uniti, dove i livelli di concentrazione superano il 40%. La gestione attiva, in questi casi, appare la scelta migliore come conferma oltre il 90% dei consulenti e private banker coinvolti nella ricerca.

Obbligazionario emergente: ciò di cui non ci si è ancora accorti
Qualcosa di diverso, rispetto al passato, si vede anche nel credito dei mercati emergenti ed è toccato al direttore degli investimenti Fixed Income, Andrew Chorlton, metterlo in evidenza. “Le banche centrali dei paesi emergenti sono state molto più rapide ad agire contro l’inflazione nel post-Covid – ha affermato -. Al contrario, le banche centrali dei paesi sviluppati hanno commesso l’errore iniziale di ritenere l’incremento dei prezzi al consumo solo temporaneo”.
Chorlton ha poi illustrato la convergenza in corso tra la volatilità caratteristica del mercato obbligazionario emergente verso quella tipica dei mercati sviluppati. Questo perché “gli emergenti hanno dovuto mantenere una maggiore disciplina fiscale”. Ciò ha portato ad avere oggi dei fondamentali solidi, con livelli medi di indebitamento sensibilmente inferiori rispetto a quelli di molti paesi occidentali e degli Stati Uniti.
Secondo Chorlton, i Paesi emergenti non hanno potuto permettersi gli stessi livelli di espansione fiscale adottati dalle economie avanzate dopo il Covid. Questo avrebbe imposto maggiore rigore, riducendo oggi il rischio sistemico rispetto all’Occidente. Tuttavia, finora gli investitori sono rimasti “distratti” e non ne hanno approfittato, permettendo ai rendimenti di rimanere ancora a livelli attraenti. “Negli ultimi cinque anni – ha sintetizzato Chorlton – il fixed income emergente è stato poco amato”.









