Mercati europei, prodotti, investitori: uniti nella diversità

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Il panorama dei mercati finanziari europei che si sta delineando oggi solo cinque anni fa sarebbe stato impensabile. Un mercato più unito, inclusivo e in grado di portare innovazione e apertura, in piena trasparenza e sicurezza. Ad agevolare questo cambiamento sono intercorsi vari elementi, primo tra tutti l’aumento della partecipazione degli investitori retail alle proprie scelte finanziarie. Complice di ciò è stata la variazione delle condizioni finanziarie, soprattutto dopo la pandemia, unita a un contesto geopolitico e macroeconomico incerto, che hanno spinto gli investitori individuali a cercare rendimento attraverso strumenti in grado di sostituire un mercato del reddito fisso in difficoltà o di rispondere a una eterogeneità di bisogni in maniera flessibile, veloce e sicura.

Si è assistito a una democratizzazione corale della finanza, coadiuvata dall’irresistibile fascino del fintech e della digitalizzazione, con i suoi pro e i suoi contro: da un lato il proliferare di applicazioni di investimento intuitive, rapide e poco costose, così come il crescente interesse verso gli asset digitali; dall’altro il potere destabilizzante dei social media e i rischi di un investimento poco consapevole.

Questo rafforzamento della domanda, soprattutto nel ramo retail, ha portato a un profondo cambio di paradigma nell’industria finanziaria: se prima l’evoluzione dell’offerta poteva basarsi su requisiti standardizzati ai quali gli investitori dovevano necessariamente adeguarsi, ora è l’industria che deve soddisfare le esigenze degli investitori, sia in termini di accessibilità che di prodotto, adottando tecnologie più avanzate, sviluppando soluzioni innovative, abbassando i costi, senza sacrificare la tutela dell’investitore stesso.

Economicamente parlando, un simile investimento si rivelerebbe più redditizio se potesse applicare un’economia di scala, ovvero se il servizio fosse fruibile da un ampio bacino di utenti. L’allargamento dell’accesso ai mercati si inserisce in quest’ottica, ma la realtà è che, per quanto il progetto sia tra i primi punti nell’agenda dell’Unione Europea, non esiste ancora un mercato dei capitali unico e transfrontaliero in Europa, così come non esiste un prototipo di investitore europeo.

L’attitudine all’investimento differisce, infatti, da Paese a Paese, ed è influenzata da diversi fattori come il livello di alfabetizzazione finanziaria, la maturità del mercato di riferimento e lo stato del sistema pensionistico. Un investitore retail italiano, ad esempio, risulta generalmente più conservatore e legato a strumenti che offrano protezione del capitale e un afflusso di reddito costante. Non a caso, gli italiani sono noti per la loro affezione al reddito fisso e, in particolare, ai titoli di Stato. Diversamente, gli investitori dei Paesi nordici o tedeschi, che tendenzialmente hanno una cultura finanziaria più approfondita, appaiono più propensi a considerare investimenti con un grado di rischio superiore.

Non si tratta, tuttavia, di differenze inconciliabili se si guarda a questa fotografia con le lenti della digitalizzazione, che permette di concentrarsi su quello che accomuna gli investitori, piuttosto che su quello che li divide. Il progresso, da un lato, ha reso fruibili le informazioni necessarie su asset class, strumenti, settori, aziende e sul trading stesso a individui di tutte le età; dall’altro ha dato agli operatori modo di poter far evolvere la loro offerta così da incontrare i crescenti bisogni degli investitori.

La classe di strumenti che, grazie alla sua flessibilità, e alla capacità di combinare rendimento e protezione, ha saputo ritagliarsi uno spazio sempre più ampio all’interno dei portafogli retail è stata quella dei certificates. I dati degli ultimi anni mostrano, infatti, che questi strumenti non sono più solo ad appannaggio degli investitori più esperti, ma si sono affermati definitivamente come una delle asset class del futuro, sempre più ricercate dai retail accanto a strumenti più tradizionali.

Gli ultimi dati EUSIPA (l’Associazione europea per certificates e prodotti strutturati), riferiti al primo trimestre del 2024, rivelano infatti che il turnover relativo a prodotti strutturati di investimento e a leva è stato pari a 35 miliardi di euro nei mercati di riferimento, con un aumento del 19% rispetto al trimestre precedente e dell’8% anno su anno.

Questa crescita non è propria di un singolo paese, ma si è rivelata trasversale, pur preservando le idiosincrasie nazionali: italiani e svizzeri più orientati all’utilizzo di questi strumenti per la gestione patrimoniale, gli investitori del nord-Europa prediligono la classe di certificates che offre investimenti a leva, mentre quelli tedeschi mostrano una preferenza per i sottostanti azionari.

 

 

A cura di Christophe F. Grosset, European Sales Director di Spectrum Markets.

Immagine di ACEPI

ACEPI

ACEPI (Associazione Italiana Certificati e Prodotti di Investimento) nasce, sull'esempio di altri Paesi europei come Germania e Svizzera, per promuovere in Italia una cultura evoluta dei prodotti d’investimento, in particolare certificati. ACEPI ha lo scopo di promuovere l’interesse e la conoscenza nei confronti dei certificati e prodotti di investimento presso i risparmiatori e di favorire lo sviluppo di mercati (primario o secondario) efficienti e trasparenti per tali prodotti. Gli Associati, ovvero i membri di ACEPI, si dividono, secondo lo Statuto vigente in Ordinari, Aderenti e Onorari. Attualmente gli Associati Ordinari sono le emittenti Banca Akros, Banca Cesare Ponti, BNP Paribas, Intesa Sanpaolo, Leonteq, Mediobanca, Société Générale, UniCredit, Vontobel, i soci Aderenti Intermonte e IWBank, mentre gli Associati Onorari sono AIBE e AIPB.

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