Quando i numeri raccontano una storia di ripresa, vale la pena leggere anche le note a piè di pagina: il mercato del lavoro italiano chiude il 2025 con il tasso di occupazione più alto dal 2019, ma dietro il record si apre un panorama più articolato. Stabilizzare un contratto a termine è diventato più difficile, i giovani restano indietro rispetto alla media europea anche quando hanno una laurea in tasca, e il divario retributivo tra chi lavora in condizioni standard e chi è intrappolato in occupazioni vulnerabili supera i 21mila euro annui.
Il Rapporto annuale Istat 2026 fotografa un mercato del lavoro in miglioramento quantitativo, ma ancora segnato da fratture strutturali profonde per genere, età, titolo di studio e territorio, con il Mezzogiorno che continua a perdere capitale umano qualificato a favore del Centro-nord e dell’estero.
In questo articolo:
- Il mercato del lavoro italiano nel 2025: i numeri
- Meno precari, ma il divario retributivo resta
- Donne, giovani e Sud: le fratture del mercato del lavoro
Il mercato del lavoro italiano nel 2025: i numeri
Secondo l’ultimo rapporto Istat, il numero di occupati è cresciuto dello 0,8% nel 2025, in decelerazione rispetto all’1,5% del 2024 e al 2,1% del 2023. Il tasso di occupazione nella fascia 15-64 anni ha raggiunto la media annua del 62,5%, con un incremento di 3,5 punti percentuali rispetto al 2019. In termini comparativi, tra il quarto trimestre del 2019 e l’ultimo del 2025 l’Italia ha registrato una crescita occupazionale del 4,3%, superiore alla Germania (+2,4%), distante dai risultati di Francia (+6,4%) e Spagna (+12,6%). Il tasso di disoccupazione si è attestato al 6,1% come media annua, scendendo ulteriormente al 5,2% a marzo 2026. Nello stesso arco temporale dal 2019, il numero di disoccupati si è ridotto del 42,6%, una contrazione superiore a quella registrata in Spagna (-21,3%) e opposta alle dinamiche di Germania e Francia. Il tasso di inattività nella fascia 15-64 anni si è lievemente ridotto al 33,3%, salvo poi risalire al 34,1% a marzo 2026 a partire dal secondo trimestre del 2025.
Nel 2025 le forme di lavoro standard coinvolgono 15,7 milioni di individui (circa 2,3 milioni in più rispetto al 2019) rappresentando quasi i due terzi dell’occupazione totale, contro il 58% del 2019. La crescita occupazionale dell’ultimo triennio si è concentrata sui dipendenti a tempo indeterminato, sugli autonomi con dipendenti e sui lavoratori a tempo pieno, mentre i dipendenti a termine e i lavoratori part-time hanno registrato una riduzione. L’Istat rileva al contempo una crescente difficoltà a stabilizzare la condizione lavorativa, con un calo delle transizioni da contratti a tempo determinato a indeterminato, e segnala come la condizione dei giovani rimanga critica, con tassi di occupazione distanti dalla media europea anche tra i laureati. La struttura occupazionale registra un aumento delle professioni altamente qualificate — manageriali e specialistiche — e una contrazione di quelle meno qualificate, con le prime che nel 2025 rappresentano il 20,2% degli occupati, in crescita di 1,1 punti percentuali rispetto al 2019. L’Italia sconta un ritardo strutturale rispetto agli altri paesi europei nelle professioni scientifiche e tecnologiche, collocandosi tra gli ultimi posti in Europa per quota di risorse umane impiegate in questi ambiti. Il mercato mostra nel contempo segnali di tensione sul fronte dell’incontro tra domanda e offerta: nella seconda metà del 2025 i posti vacanti sono tornati a crescere mentre la disoccupazione si manteneva su livelli contenuti, segnale della difficoltà delle imprese nel reperire personale adeguato.
Meno precari, ma il divario retributivo resta
I lavoratori definiti “vulnerabili”, dipendenti a termine e/o in part-time involontario, sono scesi a circa 4 milioni nel 2025, pari al 17% degli occupati, contro il 22,3% del 2019: una riduzione di quasi un milione di unità rispetto al periodo pre-pandemico. La loro incidenza rimane significativamente più elevata tra le donne (23%) e i giovani tra i 15 e i 34 anni (oltre il 30%). Il divario retributivo tra le categorie è particolarmente marcato. Nel settore privato extra-agricolo, nel 2023, la retribuzione lorda mediana dei lavoratori standard supera i 28mila euro annui, mentre quella dei lavoratori vulnerabili non raggiunge i 7mila euro. La differenza è riconducibile alla forte frammentarietà dei percorsi lavorativi e al numero ridotto di ore retribuite. Le donne, in ogni tipologia contrattuale, registrano retribuzioni inferiori a quelle degli uomini. Analogamente, i lavoratori del Mezzogiorno presentano retribuzioni e ore retribuite sistematicamente inferiori rispetto ai colleghi del Centro-nord.
Donne, giovani e Sud: le fratture del mercato del lavoro
La mappa della precarietà segue linee precise. Il gap di genere nei tassi di occupazione si attesta a 17 punti percentuali, con il 71,2% per gli uomini e il 53,8% per le donne. Metà dell’occupazione femminile è concentrata in sole 17 professioni, spesso meno remunerative, contro le 43 che assorbono la componente maschile. La segregazione orizzontale si affianca a quella verticale: le donne rappresentano il 43% degli occupati totali, quota che scende al 25,3% nelle posizioni dirigenziali e manageriali. Oltre un milione di donne inattive appartiene alle forze di lavoro potenziali.
La condizione dei giovani tra i 15 e i 34 anni rimane critica. Il tasso di occupazione nel 2025 si ferma al 43,9%, inferiore alla media UE27 del 58,1%; il divario persiste anche tra i laureati nella fascia 25-34 anni, dove l’Italia registra il 68,5% contro il 79,6% della media europea. Il fenomeno dei NEET coinvolge il 13,3% dei giovani tra 15 e 29 anni, valore quasi dimezzato rispetto al 25,7% del 2015, con la quota più elevata nel Mezzogiorno (20,2%). Tra i giovani occupati laureati di 25-34 anni, il 23,7% svolge professioni a media o bassa qualifica, un tasso di sovraistruzione superiore alla media UE27 (21,3%). Il titolo di studio resta il principale fattore di protezione occupazionale: il tasso di occupazione raggiunge l’85,3% tra i laureati, contro il 74,6% dei diplomati e il 56,1% di chi possiede la sola licenza media. Il divario geografico, sebbene in leggera attenuazione, rimane ampio.
Nel 2025 il differenziale nei tassi di occupazione tra Nord e Mezzogiorno è di circa 20 punti percentuali in media, ridotto rispetto ai 23 del 2019, e di 25 punti per le donne (27 nel 2019). Il Mezzogiorno registra il tasso di NEET più elevato e una quota di lavoratori vulnerabili strutturalmente superiore. La perdita netta di capitale umano qualificato (nel 2024 i giovani italiani laureati tra i 25 e i 34 anni emigrati all’estero sono stati quasi 21mila in termini netti) penalizza in modo particolare le regioni meridionali, soggette a flussi in uscita sia verso l’estero sia verso il Centro-nord non compensati dai rientri.









