Michael Burry accusa le Big tech di truccare gli utili e avvisa: “Restate sintonizzati”

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Ci sono nomi che nella finanza evocano una memoria precisa. Michael Burry è uno di questi. L’uomo che scommise contro la bolla dei mutui subprime, guadagnandosi un posto nella storia e nel film The Big Short, torna a far tremare i mercati. Questa volta, però, non punta il dito contro le banche o i titoli derivati, ma contro i giganti della tecnologia: Amazon, Alphabet (Google), Meta e Microsoft.

In un post sul social X Burry li accusa di “truccare gli utili” dal punto di vista prettamente contabile. Manipolerebbero infatti la percezione della redditività attraverso scelte di ammortamento discutibili. In sostanza, secondo l’investitore, i colossi dell’AI starebbero diluendo nel tempo l’impatto degli ingenti investimenti in server, chip e data centre, presentando bilanci più floridi di quanto la realtà industriale suggerisca. Una “creatività” che, sostiene, potrebbe costare cara tra il 2026 e il 2028, quando l’obsolescenza delle infrastrutture si farà sentire.

 

In questo articolo:

 

  • L’intuizione di Burry: la bolla nascosta nei bilanci
  • Il richiamo di un vecchio conoscente della crisi
  • Il contenzioso nascosto tra contabilità e realtà
  • Le trimestrali dicono altro? I numeri, ufficialmente, sono solidi
  • Crescita robusta, ma a costo di enormi investimenti
  • La narrativa dell’AI e il rischio di una bolla “soft”
  • L’impatto potenziale sul mercato globale

 

L’intuizione di Burry: la bolla nascosta nei bilanci

Il punto è sottile ma cruciale. Le Big tech hanno investito cifre astronomiche nell’infrastruttura per l’intelligenza artificiale, oltre 180 miliardi di dollari solo nel 2024. Hardware, Gpu, server farm, reti globali di data centre: tutto ciò alimenta la rivoluzione AI, ma genera anche ammortamenti pluriennali che incidono sui conti.

Burry sostiene che i colossi stiano “allungando” la vita utile di questi asset da tre a cinque anni o più, con l’effetto di abbassare artificialmente le spese operative e gonfiare gli utili. Il rischio, secondo lui, è che oltre 176 miliardi di dollari di costi reali siano stati solo rinviati, non eliminati. Nel dettaglio, entro il 2028 Oracle potrebbe sovrastimare i propri utili del 26,9%, Meta del 20,8%, e via dicendo. Ma la situazione potrebbe essere ancora più grave. “Ulteriori dettagli verranno resi noti il 25 novembre. Restate sintonizzati”, ha chiosato Burry nel suo post.

 

 

 

Il richiamo di un vecchio conoscente della crisi

Chi conosce la storia di Michael Burry sa che non parla mai a cuor leggero. Laureato in medicina, appassionato di finanza autodidatta, divenne una leggenda per aver previsto il crollo del sistema dei subprime, quando nessuno lo riteneva possibile. Da allora, la sua voce alterna lunghi silenzi a improvvisi allarmi: contro la bolla del Bitcoin, contro la speculazione post-pandemia, contro l’euforia delle “meme stock”.

Ora è tornato con un altro duplice attacco. Prima aprendo posizioni ribassiste per un valore complessivo di circa 1,1 miliardi di dollari nei confronti di Palantir e Nvidia, ora preannunciando una bolla contabile del tech. Nella sua visione, i giganti della Silicon Valley stanno applicando un trucco vecchio come la finanza stessa: spostare nel tempo i costi per mostrare profitti oggi. Una forma di doping legale, ma pericolosa.

 

Il contenzioso nascosto tra contabilità e realtà

Ogni società decide in autonomia la vita utile dei propri beni. Una Gpu può essere ammortizzata in tre anni o in cinque, a discrezione del management. La differenza, però, si traduce in miliardi. Un esempio semplificato: un investimento di 10 miliardi in server produce un costo annuale di 2 miliardi se ammortizzato in cinque anni, ma di 3,3 miliardi se in tre. Su scala industriale, la discrepanza può alterare sensibilmente gli utili operativi e il free cash flow.

Ed è qui che entra il sospetto di Michael Burry: nella corsa all’AI, le grandi aziende hanno scelto la seconda strada: quella che ritarda i costi. Un modo per apparire più redditizie, attirare investitori e sostenere quotazioni già tirate. Ma la storia insegna che la contabilità è una coperta corta: prima o poi, i costi reali emergono.

 

Le trimestrali dicono altro? I numeri, ufficialmente, sono solidi

Finora, i conti sembrano smentire i pessimisti. Le quattro società citate hanno pubblicato trimestrali record per il terzo trimestre 2025, confermando la forza del settore tech.

Amazon ha riportato ricavi in aumento del 13% su base annua a 180 miliardi di dollari contro i 158,9 miliardi della scorsa trimestrale. Le vendite in Nord America sono aumentate dell’11%, del 14% a livello internazionale mentre AWS in crescita del 20%. L’utile operativo si è attestato a 17,4 miliardi di dollari, mentre l’utile netto è salito a 21,2 miliardi di dollari (ossia 1,95 dollari per azione), in aumento rispetto ai 15,3 miliardi di dollari dello scorso anno.

Alphabet, casa madre di Google, ha segnato 102,3 miliardi di ricavi (+16%) e un utile netto di 34,98 miliardi, pari a 2,87 dollari per azione. Il business pubblicitario è tornato a correre, mentre Google Cloud ha registrato un +34% a 15,2 miliardi. Tuttavia, il direttore finanziario Ruth Porat ha ammesso che i capex “hanno raggiunto livelli storicamente elevati”.

Meta Platforms ha chiuso il trimestre con 51,24 miliardi di ricavi (+26% anno su anno). L’utile netto ufficiale è stato 2,71 miliardi di dollari, contro i 11,6 miliardi del Q3 2024, a causa di una voce fiscale straordinaria di 15,9 miliardi. Senza tale impatto, l’utile “core” sarebbe stato vicino ai 18,6 miliardi, in linea con le attese.

Microsoft ha pubblicato risultati impressionanti: 77,7 miliardi di ricavi (+18%) e 30,8 miliardi di utile netto, in crescita del 22% rispetto all’anno precedente. Azure continua a essere il motore principale (+29%), mentre l’integrazione di AI in Office e Copilot ha spinto il software enterprise.

 

Crescita robusta, ma a costo di enormi investimenti

Se i numeri appaiono solidi, è altrettanto vero che le quattro aziende stanno spendendo più che mai. Microsoft, Amazon e Alphabet hanno tutte segnalato incrementi a doppia cifra dei capex nel trimestre. Meta ha già avvisato che le spese in infrastruttura AI nel 2026 saranno “significativamente più alte” di quanto previsto a inizio anno.

È un circolo virtuoso finché il mercato crede nella promessa dell’intelligenza artificiale. Ma se la curva dei ricavi dovesse rallentare, le spese fisse diventerebbero un macigno. Ecco perché l’analisi di Burry non può essere liquidata come allarmismo: il suo monito riguarda la qualità degli utili, non la loro quantità.

 

La narrativa dell’AI e il rischio di una bolla “soft”

Il 2025 è l’anno dell’euforia AI. Nvidia capitalizza più di Apple, OpenAI è sulla bocca di tutti, e i titoli tech dominano gli indici. Ogni conferenza sugli utili inizia con la parola “AI”, ogni slide promette “accelerazione esponenziale”. Eppure, le stesse dinamiche che alimentano la crescita possono generare distorsioni. Gli investitori scontano flussi di cassa futuri come se fossero certi, i multipli si gonfiano, e le spese capitalizzate vengono accettate come investimenti inevitabili. È la psicologia delle bolle: non nasce dall’inganno, ma dall’entusiasmo collettivo.

Michael Burry, da parte sua, non parla di “crollo imminente”. Parla di asimmetria: troppa speranza nel futuro, troppo poca prudenza nel presente. E soprattutto, parla di contabilità come “specchio della narrativa”. Quando le storie non bastano più a sostenere i numeri, il mercato torna alla realtà.

 

L’impatto potenziale sul mercato globale

Se Michael Burry avesse ragione, la correzione non riguarderebbe solo il Nasdaq. Le Big tech rappresentano oggi oltre un quarto della capitalizzazione totale dell’S&P 500 e più di un terzo del Nasdaq 100. Un ridimensionamento dei loro utili, anche del 10-15%, avrebbe effetti sistemici: sulle valutazioni dei fondi passivi, sui portafogli dei fondi pensione, sui derivati e perfino sulla volatilità dei Treasury.

L’onda d’urto raggiungerebbe anche l’Europa. Molte aziende del Vecchio continente – da Asml a Sap, da Stmicroelectronics a Infineon – sono parte integrante della catena di fornitura AI. Una flessione americana si tradurrebbe in contraccolpi industriali e borsistici. È lo stesso principio che, nel 2008, trasformò una crisi di mutui americani in una crisi finanziaria globale.

Immagine di Massimiliano Carrà

Massimiliano Carrà

Classe 1994 e laureato in scienze della comunicazione a Palermo (sua città natale), si è specializzato a Milano sostenendo un Master in Radio e New Media Management & Content al Sole 24 Ore. Iscritto dal 2020 all'Ordine dei Giornalisti pubblicisti, dopo le esperienze in Radio 24, Class Editori, Money.it, Forbes Italia e Il Giornale è entrato nel 2025 in Borsa&Finanza, dove si occupa di approfondimenti macro-economici, startup, interviste e imprenditoria. Ama lo sport, la letteratura, il cinema e il mare. Gli piace visitare posti nuovi e scoprire nuove culture.

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