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MPS: storia e tappe fondamentali della banca più antica del mondo

MPS: storia e tappe fondamentali della banca più antica del mondo

Banca MPS è la banca più antica del mondo. Nata con lo scopo di sostenere le categorie più in difficoltà della Toscana, si è sviluppata negli anni uscendo dai confini locali e svolgendo un ruolo importante nel sistema finanziario italiano. Caratterizzata dagli intrecci con la politica nelle amministrazioni comunali e anche nazionali, MPS è stata coinvolta in vicende spesso oscure che hanno portato a eventi drammatici di cui ancora non è stata fatta completa chiarezza. Sovente sull’orlo del default, è stata salvata più volte dall’intervento dello Stato, preoccupato per gli effetti che un eventuale crollo avrebbe comportato per i risparmiatori e per il sistema bancario nel suo complesso. Ma ripercorriamo le tappe più importanti che hanno contrassegnato la storia della banca senese.

 

MPS: origini e sviluppi

La Banca Monte dei Paschi di Siena nacque nel 1472 con la denominazione di Monte Pio. La sua costituzione fu voluta dalle Magistrature della Repubblica di Siena per fornire assistenza finanziaria alla popolazione più disagiata, mentre l’economia locale attraversava un momento difficile. La banca nei secoli successivi si è sviluppata ma solo nel ventesimo secolo uscì dai confini provinciali e iniziò ad operare in altre regioni del Centro Italia aprendo filiali a Roma, Napoli, Firenze, Perugia ed Empoli.

Nel 1936 MPS fu riconosciuta come istituto di credito di diritto pubblico e si dotò di un nuovo statuto che rimase in vigore fino al 1995. Nel dopoguerra, estese la sua presenza a livello nazionale e iniziò a insediarsi all’estero con uffici a New York, Londra, Francoforte e Singapore. All’inizio degli anni ’90 si segnalò come prima banca italiana a diversificare la sua attività nella bancassicurazione, creando MontePaschi Vita. Nel frattempo si specializzò nel comparto dei fondi comuni di investimento attraverso Ducato Gestioni e rafforzò l’attività di credito a medio/lungo termine con l’acquisizione di Mediocredito Toscano e Istituto Nazionale per il Credito Agrario.

 

MPS: il decreto del ’95

Il 1995 segnò una tappa importante perché, a seguito del decreto del Ministero del Tesoro dell’8 agosto, ci fu la creazione di due enti: Fondazione Monte dei Paschi di Siena e Banca Monte dei Paschi di Siena S.p.A. La Fondazione aveva uno scopo assistenziale e benefico, oltre che di utilità sociale nella ricerca scientifica, nell’istruzione, nella sanità e nell’arte in particolare nella città e provincia di Siena. La Banca Monte dei Paschi invece svolgeva attività creditizie, finanziarie e assicurative.

 

MPS: la quotazione in Borsa e le acquisizioni

Il 25 giugno 1999 MPS è sbarcata alla Borsa di Milano a un prezzo IPO di 3,85 euro. Da quel momento iniziò una fase di grande espansione territoriale, con una serie di sviluppi che furono cruciali nella storia della banca, tipo:

  • l’acquisizione di banche regionali con forte radicamento territoriale, tra cui la Banca Agricola Mantovana;
  • lo sviluppo di alcune società prodotto come: Consum.it nel comparto del credito al consumo, MPS Leasing & Factoring nel parabancario, MPS Finance nel settore dell’investment banking, MP Asset Management SGR nel risparmio gestito, MPS Banca Personale nella promozione finanziaria;
  • l’accentramento del credito specializzato alle imprese e del corporate finance in MPS Banca per l’Impresa;
  • lo sviluppo di servizi specializzati per segmento di clientela in modo da migliorare la produttività commerciale.

MPS: i derivati e gli scandali finanziari

Il nuovo millennio può essere considerato come l’epoca che decretò il drammatico tracollo finanziario di MPS. A innescare un meccanismo perverso fatto di operazioni spregiudicate e di scandali finanziari fu il primo derivato killer sottoscritto nel 2002 dalla banca con Deutsche Bank, denominato “Santorini”. Il nome risultò da una joint venture tra i due istituti di credito, chiamata Santorini Investiments, che evocava la famosa isola greca mitologica corrispondente ad Atlantide. La società aveva il compito di scommettere su un derivato con sottostante le azioni Intesa Sanpaolo, di cui MPS aveva una quota di partecipazione. In sostanza, la banca toscana avrebbe preso profitto se il titolo aumentava di valore e avrebbe perso in caso contrario.

Nel 2005 fu un accordo tra MPS e la Dresner Bank a creare un altro derivato, di nome “Alexandria”, per cartolarizzare mutui attraverso la società veicolo Skylark. Un anno più tardi arrivò il derivato “Nota Italia”. In quel caso il partner dell’operazione fu JPMorgan Chase che acquisì da MPS a prezzi molto bassi un Credit Default Swap sull’Italia.

La tossicità di questi prodotti emerse in tutta la sua potenza con la crisi del 2008, che determinò il tracollo delle azioni bancarie e delle obbligazioni di Paesi ad alto indebitamento come l’Italia. La storia ebbe un lungo iter giudiziario lungo 11 anni, che culminò con la condanna in primo grado di Giuseppe Mussari e Antonio Vigni, rispettivamente ex presidente ed ex direttore generale, per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza, poi assolti in Appello e in Cassazione.

 

MPS: l’acquisizione fatale di Antonveneta e gli aumenti di capitale

I guai finanziari di MPS raggiunsero l’apice dopo un’operazione suicida effettuata a novembre 2007: l’acquisizione da Banco Santander di Banca Antonveneta per 10,13 miliardi di euro. Una cifra spropositata per il valore della banca veneta e per le casse di Rocca Salimbeni. Allora, i vertici di MPS giustificarono la mossa con gli sforzi per consentire alla banca di fare il salto di qualità e competere con le big bank nazionali. A seguito dell’operazione, nel piano industriale 2008-2011 MPS prevedeva alla fine del periodo un utile netto di 2,2 miliardi di dollari. Al termine del 2011, la banca registrò invece una perdita di 4,7 miliardi di euro.

Le difficoltà finanziarie derivanti da una gestione sconsiderata dell’azienda comportarono l’ingresso dello Stato nel capitale di MPS. Contestualmente, l’allora Presidente del Consiglio Mario Monti introdusse i “Monti Bond”, obbligazioni emesse da MPS per 3,92 miliardi di euro e acquistati dal Tesoro italiano. Per cercare di coprire gli enormi buchi di bilancio, dal 2008 l’istituto di credito senese attuò ben 6 aumenti di capitale per un totale di quasi 26 miliardi di euro. Eccoli di seguito quali sono stati:

  • 2008 – aumento di capitale di 5 miliardi di euro;
  • 2011 – aumento di capitale di 2,15 miliardi di euro;
  • 2014 – aumento di capitale di 5 miliardi di euro;
  • 2015 – aumento di capitale di 3 miliardi di euro e di 243 milioni di euro per pagare gli interessi al Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), con contestuale emissione di azioni ordinarie pari al 4% del capitale sociale;
  • 2017 – aumento di capitale di 8 miliardi di euro sottoscritto in gran parte dallo Stato, dopo che divenne primo azionista della banca con una quota del 70% a seguito di una lunga trattativa con l’Europa che nel frattempo aveva introdotto le regole del bail-in;
  • 2022 – aumento di capitale di 2,5 miliardi di euro, sottoscritto per il 64% dal MEF in virtù della stessa quota di partecipazione.

La cessione del 25% del MEF

Dal primo gennaio 2016 in Europa vigono le regole del bail in, che proibiscono ai governi di salvare le banche con denaro pubblico, a meno che non ricorrono delle situazioni estreme di urgenza dove vi è in pericolo la stabilità del sistema finanziario e la salvaguardia degli interessi dei risparmiatori. Lo Stato italiano riuscì a spuntare con l’Europa un accordo per salvare la banca incrementando la partecipazione azionaria ed evitando il fallimento. Il patto però richiedeva un’uscita, entro un periodo di tempo concordato, dal capitale sociale. Le varie situazioni particolari della banca e di mercato hanno portato a procrastinare il momento in cui il MEF avrebbe dovuto abbandonare la banca.

Tuttavia, un primo passo è stato fatto a novembre 2023 con la cessione del Tesoro di una quota del 25%, che ha generato un incasso di circa 920 milioni di euro. L’operazione è stata fatta approfittando del buon momento dell’istituto dopo un piano di risanamento orchestrato dallo Stato e dall’amministratore delegato di MPS Luigi Lovaglio. Oggi il MEF ha ancora una quota del 39% che conta di vendere entro la fine del 2024, nella speranza che nel contempo un grosso istituto di credito si faccia avanti per un’operazione di fusione e lo Stato possa rispettare finalmente i patti con l’Europa. Negli ultimi anni sono montate le speculazioni su UniCredit e Banco BPM come possibili candidati per una grande aggregazione bancaria, ma entrambi gli istituti finanziari hanno per il momento chiuso le porte a un’operazione di tale portata.

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