Non i dazi, ma il silicio: la corsa ai chip sta creando un’inflazione invisibile

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Non sarà uno dei tanti e noti paradossi filosofici di Zenone, eppure quello che si sta prefigurando a livello economico e geopolitico potrebbe quasi somigliargli. In un contesto in cui i mercati si trovano alle prese con diversi e ingenti sfide, dalle tensioni geopolitiche ai dazi commerciali, c’è uno – un po’ al di sopra di tutti come la tanto odiata nuvola di Fantozzi – che sta condizionando gran parte delle decisioni macroeconomiche: la famelica richiesta di chip. 

La corsa all’intelligenza artificiale, con i suoi data center, server, processori e necessità infinite di memoria ad alta prestazione, ha infatti scatenato una crisi globale nelle catene di approvvigionamento di chip, in particolare delle memorie Dram, Hbm e flash. Aspetto che, a cascata, potrebbe ulteriormente favorire – forse più di ogni altro fattore – l’aumento dell’inflazione.

 

In questo articolo:

 

  • La richiesta di chip e l’inflazione
  • Il rimbalzo del mercato dei semiconduttori: cifre e tendenze
  • Il pericolo dietro ai chip: un’inflazione invisibile che parte a monte
  • Il nodo della supply-chain globale e la fragilità dell’Europa
  • Chip, verso un’inflazione “silicon-driven“? 

 

La richiesta di chip e l’inflazione

La dinamica ha radici semplici, ma profonde. Il mercato globale dei semiconduttori, che nei momenti di stabilità corre sul filo dei cicli domanda-offerta, è entrato in un nuovo paradigma. Come evidenziato da Gartner, nel 2024 le vendite mondiali di chip sono tornate a superare i 600 miliardi di dollari, con un aumento del 18-21% rispetto al 2023, anni in cui il settore aveva attraversato una fase di debolezza e ristrutturazione. Una crescita che coinvolge anche il 2025, con stime che portano il mercato ben oltre i 700 miliardi di dollari.

Le ragioni del rimbalzo sono note: il boom dell’intelligenza artificiale, la spinta verso data-center sempre più potenti, una domanda crescente di Gpu, Hbm e memorie ad alte prestazioni. Un recupero però che nasconde una fragilità di fondo. Perché la domanda, improvvisamente esplosa, ha superato la capacità produttiva: molti produttori – per primi i grandi player asiatici – hanno riallocato risorse verso memorie “premium” per IA, riducendo la produzione di chip standard destinati a pc, smartphone e dispositivi consumer.

Il risultato, come evidenzia Reuters, è una carenza che oggi appare sistemica: scorte ridotte, ordini “open-ended”, rincari rapidi, tensioni lungo l’intera catena di fornitura. Infatti, quando la materia prima di base, il silicio, non è più disponibile nella quantità necessaria, al giusto prezzo e nei tempi richiesti, e quando tutta la tecnologia del mondo lo richiede nello stesso momento, ecco che l’inflazione può nascere dove non ce l’aspettavamo. Ecco allora perché la crisi dei chip non è solo un problema dell’elettronica o della tecnologia: può diventare un problema macroeconomico globale.

 

Il rimbalzo del mercato dei semiconduttori: cifre e tendenze

In questa direzione, non sorprende dunque che grandi vendor come Samsung Electronics, SK hynix, Micron Technology, e produttori di AI-acceleratori come Nvidia siano tornati sotto i riflettori con ricavi in forte aumento. Alcuni report di mercato, come quello di Allianz Trade stimano che, se la tendenza si consolida, il settore potrà raggiungere la soglia del trilione di dollari nel giro di pochi anni.

Dietro questi numeri, però, c’è una verità che dovrebbe far riflettere: la supply-chain dei semiconduttori è estremamente concentrata e complessa. Produzione, design, packaging, supply di materie prime: tutto è distribuito su poche regioni, sotto l’egida di alcuni grandi player. La pressione dell’IA generativa, dei data center e delle infrastrutture cloud ha creato una condizione che molti nel settore definiscono “la peggiore carenza di memoria dagli anni ’90”.

Non è un caso quindi se le grandi aziende del settore, per garantire la fornitura a chi domanda risorse per modelli di IA, hanno scelto di orientare la produzione verso memorie Hbm e altri semiconduttori ad alta intensità tecnica, riducendo la produzione di Dram e Nand tradizionali per Pc e dispositivi consumer. Il risultato è stato un repentino aumento dei prezzi: in molte categorie il costo si è praticamente raddoppiato in pochi mesi. Le scorte, che fino a poco tempo fa apparivano sufficienti per garantire una produzione stabile, si sono drasticamente ridotte: si parla di livelli di inventario critici, con forniture spesso inferiori ai tempi “di sicurezza” necessari in una supply-chain globale vulnerabile.

Per molte imprese la memoria non è un optional: è un input produttivo essenziale. Automobili sempre più elettroniche, sistemi industriali, elettrodomestici smart, infrastrutture di rete, dispositivi medici, IoT, economia dei servizi digitali: ovunque un chip, un modulo di memoria, una Gpu possano trasformare un oggetto “meccanico” in uno “smart”, la scarsità è un problema che pesa. Quando quel peso si trasforma in costo aggiuntivo, l’intero prezzo finale dei beni può salire. È un meccanismo lento, diffuso, che sfugge alle dinamiche tradizionali di inflazione e tuttavia può essere altrettanto pericoloso.

 

Il pericolo dietro ai chip: un’inflazione invisibile che parte a monte

Parliamo spesso di inflazione come di un fenomeno che nasce da domanda, redditi, salari, consumi; magari da energia, da materie prime o da logistica. Ma l’ “inflazione tecnologica” – quella che osserviamo oggi – ha radici diverse: nasce nella fase di produzione, nei costi delle componenti che compongono quasi ogni bene moderno.

Quando il costo di una memoria o di un chip sale, chi produce un bene finito (un’automobile, un pc, un server, un elettrodomestico) ha due opzioni: assorbire il costo, comprimendo margini, oppure trasferirlo sul prezzo finale. In molti casi, preferirà la seconda strada. Il risultato: beni più costosi, costi di produzione più alti, consumatori che pagano di più.

E se l’evento si estende a molti settori – dall’elettronica di consumo all’automotive, dall’industria al cloud – l’incremento di prezzo complessivo non sarà marginale. Può diventare un fenomeno sistemico, un’ondata inflazionistica globale quasi silenziosa, perché generata non da uno choc evidente, ma da migliaia di componenti contese, in penuria, carissime. Se ciò avvenisse, le politiche monetarie tradizionali – tassi d’interesse, regole di inflazione basate su consumi e salari – rischierebbero di essere inadeguate: perché la causa non è la domanda finale, ma il costo dei componenti a monte, che nessun intervento sui tassi può modificare.

 

Il nodo della supply-chain globale e la fragilità dell’Europa

Una delle debolezze più evidenti in questa storia è la concentrazione geografica della produzione dei chip. Alcuni paesi e regioni controllano la quasi totalità della catena: da design e proprietà intellettuale, a produzione wafer, packaging, test, fino alla supply di materie prime.

In questo sistema, l’Europa appare come un attore secondario, nonostante i suoi punti di forza in alcuni segmenti. E per colmare il divario, l’Unione Europea ha varato qualche anno fa l’European Chips Act, con l’obiettivo di aumentare la produzione domestica di chip fino al 20% del totale globale entro il 2030. Tuttavia, lo sforzo rischia di non essere sufficiente. Molti analisti infatti considerano quell’obiettivo ambizioso, forse irraggiungibile nelle tempistiche attuali, se non viene accompagnato da ingenti investimenti pubblici e privati, da un forte piano di formazione e da una strategia industriale coerente.

Costruire una fabbrica di chip avanzati è costoso: una struttura di nuova generazione può costare decine di miliardi di euro; molte imprese e governi europei faticano a trovare risorse comparabili a quelle messe sul tavolo da Stati Uniti o Asia. Il risultato è che l’Europa rischia di restare cliente in un mercato globale dove i chip, soprattutto quelli ad alte prestazioni, saranno sempre più contesi. I rincari più forti, le carenze, le priorità produttive: saranno decise altrove, nei Paesi dominanti della produzione.

In uno scenario del genere, ogni automazione industriale, ogni veicolo elettrico, ogni apparecchio smart in vendita in Europa rischia di essere esposto non solo a ritardi, ma a aumenti di prezzo. Questo, per un continente che importa gran parte delle sue componenti hi-tech, significa una vulnerabilità strutturale.

 

Chip, un’inflazione “silicon-driven”? 

Alla luce di questi elementi, l’ipotesi di un’inflazione “silicon-driven” non appare più come una curiosità tecnica, ma come un rischio reale. Se la carenza e il rialzo dei prezzi delle memorie e dei chip dovessero protrarsi, e se la domanda globale di tecnologie avanzate continuasse a crescere, le conseguenze sarebbero diverse.

Oltre a un aumento generalizzato del costo dei beni tecnologici, si andrebbe incontro a un effetto “spill-over” sull’intera economia: margini industriali compressi, rallentamento degli investimenti in nuovi progetti tecnologici, riduzione dei tassi di aggiornamento dei dispositivi, possibile stagnazione della domanda. Questo rischia di colpire in modo particolare i paesi importatori netti di tecnologia, dove redditi, potere d’acquisto e consumi possono essere erosi. In terzo luogo, si verificherebbe una maggiore instabilità per le imprese: pianificare la produzione diventerebbe più difficile, prevedere i costi più complesso, con conseguenze su prezzi, contratti, relazioni con fornitori e clienti.

Infine, si creerebbe una nuova sfida per la politica economica: le banche centrali e i governi si troverebbero a dover gestire un’inflazione endogena, non generata da domanda o da massa monetaria, ma da un vincolo tecnico di produzione. Le solite leve, tassi, stimoli, controllo dei salari, rischierebbero di essere inefficaci o controproducenti. E dato che il silicio oggi pesa come una materia prima strategica sarebbe un errore sottovalutare la crisi in corso come un semplice “problema di componentistica”. È molto di più: è un rischio economico sistemico.

Immagine di Massimiliano Carrà

Massimiliano Carrà

Classe 1994 e laureato in scienze della comunicazione a Palermo (sua città natale), si è specializzato a Milano sostenendo un Master in Radio e New Media Management & Content al Sole 24 Ore. Iscritto dal 2020 all'Ordine dei Giornalisti pubblicisti, dopo le esperienze in Radio 24, Class Editori, Money.it, Forbes Italia e Il Giornale è entrato nel 2025 in Borsa&Finanza, dove si occupa di approfondimenti macro-economici, startup, interviste e imprenditoria. Ama lo sport, la letteratura, il cinema e il mare. Gli piace visitare posti nuovi e scoprire nuove culture.

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