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Oro: un rally all’insegna della geopolitica

Nell'immagine un abaco completamente fatto in oro è poggiato su uno schermo che riporta delle variazioni percentuali

L’oro ha superato i 2.300 dollari l’oncia e si è portato su nuovi massimi storici. Dopo aver sofferto il rialzo dei tassi di interesse, ora le condizioni sono diventate più favorevoli. Inoltre il metallo prezioso è obiettivo di acquisti di numerosi Banche centrali, in particolare quella cinese. L’analisi degli esperti di Vontobel Certificati nella Newsletter settimanale Weekly Note. (Clicca QUI per iscriverti).

 

La scorsa settimana le quotazioni dell’oro hanno superato per la prima volta i 2.300 dollari l’oncia, confermando il trend rialzista che ha preso vigore nel primo trimestre 2024. Dopo una fase di lateralità che ne ha contraddistinto i prezzi dalla primavera 2020, il metallo prezioso sembra ora intenzionato a recuperare il terreno perduto nel momento in cui l’inflazione è esplosa su scala internazionale. In quel frangente l’oro aveva perso parte del suo appeal tra gli investitori anche a causa della concorrenza delle obbligazioni, rese più attraenti dal rialzo dei tassi di interesse.

In un momento in cui le Banche centrali sembrano intenzionate a iniziare una fase di allentamento monetario, il peso di questa concorrenza si è fatto meno forte. Se dietro ai recenti movimenti di mercato vi sono dunque anche questioni di asset allocation, vi è però un elemento strutturale che sta sostenendo le quotazioni dell’oro: gli acquisti delle Banche centrali, in particolar modo quelle dei Paesi emergenti. L’anno scorso gli istituti centrali hanno acquistato 1.037 tonnellate d’oro, un quantitativo appena inferiore al massimo storico del 2022.

I dati del World Gold Council indicano la Cina come il principale acquirente di oro nel 2023. Da 16 mesi la People’s Bank of China sta incrementando la sua posizione sul metallo prezioso e secondo gli ultimi dati ora ne possiede circa 2.257 tonnellate. Lo stock la colloca al sesto posto a livello mondiale dietro a USA, Germania, Italia, Francia e Russia. A esclusione degli Stati Uniti, che guidano ampiamente la classifica con oltre 8.133 tonnellate, le altre nazioni potrebbero essere superate già nei prossimi mesi. Dietro a questi acquisti  vi sono questioni geopolitiche, in particolar modo la volontà di Pechino di affrancarsi dal dominio planetario del dollaro. Proprio il percorso di de-dollarizzazione che alcuni Stati sono intenzionati a portare avanti si inserisce in questo contesto.

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