Gli elenchi ufficiali dei paradisi fiscali cambiano continuamente. Numerose organizzazioni internazionali pubblicano ogni anno le proprie graduatorie, che vengono redatte secondo diversi criteri. Una delle liste più note è il Corporate Tax Haven Index, realizzato dal Tax Justice Network (ONG londinese che promuove la trasparenza nella finanza internazionale) e utilizzato da governi e organismi internazionali (dal Parlamento europeo al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite) per affrontare gli abusi fiscali globali da parte delle aziende. L’edizione 2024 del report rivela quali sono i 20 paradisi fiscali più sfruttati al mondo.
Paradisi fiscali, la classifica dei 20 più sfruttati
Il Corporate Tax Haven Index coinvolge 70 Paesi nel mondo, pari all’86,67% degli investimenti diretti esteri globali. Gli Stati Uniti detengono la quota più significativa con il 13,5%, seguiti a ruota da Paesi Bassi (9,6%) e Lussemburgo (7,6%). Gli indicatori peggiori in assoluto appartengono ad ex colonie e territori dipendenti da alcune delle più grandi economie del mondo. Nella Top 10 si piazzano cinque nazioni europee: la Svizzera al quarto posto, i Paesi Bassi al settimo, l’isola di Jersey all’ottavo, l’Irlanda al nono e il Lussemburgo al decimo.
In realtà, anche le prime posizioni sono indirettamente europee: le Isole Vergini Britanniche, le Cayman e le Bermuda, ai primi tre posti invariati rispetto al precedente rapporto del 2021, sono territori d’oltremare del Regno Unito. Allo stesso modo Jersey è una dipendenza della Corona britannica (si trova nel Canale della Manica, tra il Regno Unito e la Francia) e le Bahamas (11esimo posto) sono un’ex colonia che fa parte del Commonwealth. Sono dipendenze britanniche pure l’Isola di Man (12esima posizione) e il Guernsey (13esima), così come le Mauritius (15esima) sono un’ex colonia.
- Isole Vergini Britanniche (valore CTHI: 3.061);
- Isole Cayman (2.891);
- Bermuda (2.478);
- Svizzera (2.279);
- Singapore (2.059);
- Hong Kong (1.948);
- Paesi Bassi (1.945);
- Jersey (1.756);
- Irlanda (1.622);
- Lussemburgo (1.480);
- Bahamas (1.313);
- Isola di Man (1.144);
- Guernsey (1.122);
- Cipro (1.046);
- Mauritius (1.005);
- Cina (974);
- Emirati Arabi Uniti (964);
- Regno Unito (894);
- Francia (883);
- Malta (747).
Le Isole Vergini Britanniche e le Isole Cayman non impongono imposte sui redditi delle società e sui capital gains né tasse sul patrimonio e sulla ritenuta alla fonte sui dividendi in uscita. Inoltre, viene mantenuto l’anonimato aziendale e non è richiesta la presentazione e la pubblicazione dei conti. Nelle Bermuda non vengono applicate le ritenute fiscali e non è presente alcuna imposta su plusvalenze patrimoniali, successione e capitale. Le imposte sul reddito delle imprese si applicano soltanto alle società che fanno parte di un gruppo multinazionale con almeno 750 milioni di euro di fatturato consolidato.
In Europa la situazione è peggiorata rispetto al 2021: a Svizzera, Paesi Bassi, Jersey e Lussemburgo si è aggiunta l’Irlanda, entrata per la prima volta nella Top 10 dei paradisi fiscali più sfruttati con alcuni dei punteggi peggiori nei 18 indicatori del report. L’Italia si attesta in 29ma posizione con un valore CTHI di 342, preceduta da Panama e seguita da Curaçao. Insieme a Belgio, Danimarca e Portogallo, l’Italia è uno dei Paesi dell’Unione europea ad aver migliorato le leggi sulle royalties e sulle commissioni per i servizi intercompany. I peggioramenti più significativi in UE sulle norme anti-abusi fiscali aziendali arrivano dalla Polonia, accompagnata in questa graduatoria da Brasile e Messico.
Quanto costano agli Stati i paradisi fiscali
Nei primi dieci Paesi della classifica transita il 44,6% degli investimenti esteri diretti effettuati dalle grandi corporation in tutte le nazioni coinvolte nel rapporto. Gli operatori del Tax Justice Network stimano che a causa dei paradisi fiscali che consentono di pagare meno tasse, le mancate entrate negli erari degli Stati arrivano a toccare quota mezzo trilione di dollari. In particolare, vengono bruciati 84 miliardi di dollari all’anno dalle mancante imposte sulle società che scelgono il Regno Unito e i suoi territori d’oltremare per spendere meno in tasse. Considerando anche i singoli individui, la cifra arriva a 169 miliardi di dollari.
Due terzi degli abusi fiscali che vengono compiuti ogni anno sono realizzati da multinazionali che trasferiscono i profitti all’estero; le altre violazioni sono imputabili a società che nascondono le finanze offshore. In molti casi, specie nell’Unione europea, le corporation riescono a trovare scappatoie alle norme del pacchetto anti-elusione fiscale (la direttiva ATAD che stabilisce misure minime standardizzate per contrastarne le forme più diffuse) sulle società controllate estere. Le previsioni per il futuro non sono incoraggianti: dal Corporate Tax Haven Index emerge che nei prossimi dieci anni gli Stati perderanno a livello globale 4,8 trilioni di dollari a causa dei paradisi fiscali.









