Le sentenze di rigetto della Corte Costituzionale hanno rianimato il dibattito sul payback sanitario. Le motivazioni dei giudici, che hanno respinto i quesiti del Tar sull’incostituzionalità del meccanismo, stanno facendo molto discutere: le imprese italiane del settore – 4.641 aziende che occupano 117.607 dipendenti e generano un mercato da 18,3 miliardi di euro tra export e mercato interno – ritengono che applicare il payback “causerà una crisi irreversibile”. Le realtà del comparto saranno “costrette ad avviare procedure diffuse di mobilità e licenziamento, ad astenersi dalla partecipazione a gare pubbliche e, in molti casi, a interrompere completamente la propria attività in Italia”, lamenta Nicola Barni, presidente di Confindustria dispositivi medici.
Payback sanitario: cos’è e che prevede
Innanzitutto si intende per dispositivo sanitario qualunque strumento, apparecchio, software, impianto, reagente, materiale o altro articolo destinato ad essere impiegato per diagnosi, prevenzione, monitoraggio, previsione, prognosi, trattamento o attenuazione di malattie, lesioni e disabilità; studio, sostituzione o modifica dell’anatomia oppure di un processo o stato fisiologico o patologico; per fornire informazioni attraverso l’esame in vitro di campioni provenienti dal corpo umano, inclusi sangue e tessuti donati. Inoltre, si considerano dispositivi medici anche quelli per il controllo del concepimento o il supporto al concepimento, i prodotti specificamente destinati alla pulizia, disinfezione o sterilizzazione di dispositivi sanitari e gli accessori. Insomma, dai respiratori a bisturi e siringhe, l’elenco dei dispositivi sanitari è lungo e articolato.
Introdotto dal governo Renzi nell’ambito della spending review richiesta dall’Unione europea e attuato dal governo Draghi con il DL Aiuti bis convertito in Legge 142/2022, il payback sanitario è un sistema di compartecipazione delle imprese allo sforamento dei tetti regionali di spesa sanitaria. La norma prevede che le aziende che producono e forniscono dispositivi medici al servizio pubblico devono versare una quota di compensazione, quando avviene lo sfondamento certificato del budget regionale, per concorrere a ripianare il superamento del tetto di spesa. L’ammontare è pari al 50% dell’intero importo dichiarato dalle Regioni e dalle Province autonome. C’è da ricordare che il meccanismo di acquisto dei dispositivi è soggetto a gare d’appalto pubbliche (per forniture pluriennali, di solito tra i 5 e i 7 anni) e che gli importi che le imprese sono chiamate a coprire sono riferiti al periodo dal 2015 al 2018, sul quale le aziende hanno già chiuso e presentato i bilanci di esercizio.
Nello specifico, la quota da saldare è pari al 40% per il 2015, al 45% per il 2016 e al 50% a decorrere dall’anno 2017. Con la conversione in legge del DL Enti 51/2023, un emendamento ha introdotto la possibilità di rivedere, entro il 2026, la gestione della spesa dei dispositivi medici. Non bisogna dimenticare che sul disavanzo dei bilanci regionali viene fatto un calcolo complessivo: non c’è distinzione tra le voci di spesa. Questo aspetto impedirebbe alle aziende fornitrici di fare previsioni sulle spese da sostenere e sulla redditività. In caso di mancato adempimento, le Regioni e le Province autonome sono autorizzate a trattenere il pagamento delle fatture, per le forniture già eseguite, fino a compensazione dell’intera quota.
Perché il payback sanitario fa discutere
Le aziende del settore sanitario hanno presentato numerosi ricorsi ai Tar. La Corte Costituzionale, tuttavia, afferma nelle sentenze numero 139 e numero 140 del 2024 che il payback sanitario “presenta di per sé diverse criticità, ma non risulta irragionevole in riferimento all’articolo 41 della Costituzione, quanto al periodo 2015-2018”. La Consulta sottolinea che il meccanismo “pone a carico delle imprese per tale arco temporale un contributo solidaristico, correlabile a ragioni di utilità sociale, al fine di assicurare la dotazione di dispositivi medici necessaria alla tutela della salute in una situazione economico-finanziaria di grave difficoltà”. In aggiunta, il payback “non risulta neppure sproporzionato, alla luce della significativa riduzione al 48 per cento dell’importo originariamente posto a carico delle imprese, riduzione ora riconosciuta incondizionatamente a tutte le aziende in virtù della sentenza n. 139”. Per la Corte Costituzionale, l’obbligo di ripiano a carico delle imprese fornitrici non influisce “in modo costituzionalmente insostenibile sull’affidamento che le parti private riponevano nel mantenimento del prezzo di vendita dei dispositivi medici”.
Da FIFO Sanità e AIIC ad ACOI e CONFIMI Industria, la conferma del payback fa scattare l’allarme nell’intero settore che si occupa di fornitura e distribuzione dei dispositivi medico-sanitari e che chiede la cancellazione della norma. Confindustria dispositivi medici è la federazione che rappresenta “un tessuto imprenditoriale variegato e specializzato, dove le piccole aziende convivono con i grandi gruppi”. Il presidente Nicola Barni chiede con forza al governo “l’immediata convocazione e costituzione di tavoli per gestire la crisi del comparto”. Barni ritiene che “con questa sentenza non si è considerato che le imprese potrebbero non essere in grado di provvedere alle forniture con un’inevitabile ripercussione sulla capacità del sistema di garantire la tutela della salute dei pazienti”. Si calcola che il mercato dei dispositivi medici valga 6 miliardi di euro di fatturato all’anno. La richiesta di versamento nelle casse regionali per gli anni 2015-2018 arriva invece a 1,085 miliardi.
Le aziende ribadiscono che il sistema del payback porterà alla compressione del mercato per i produttori, alla fuga degli investimenti e al fallimento di almeno un migliaio di imprese, in particolare le realtà più piccole che si trovano a valle della filiera: i venditori e i distributori, che smetteranno di partecipare alle gare pubbliche e orienteranno le vendite all’estero e verso i privati. Senza dimenticare le conseguenze sul Servizio sanitario nazionale che potrebbe ritrovarsi ad affrontare numerosi problemi di approvvigionamento, manutenzione e formazione per l’utilizzo dei macchinari. Molte Regioni replicano sostenendo che il mancato ottenimento del rimborso delle aziende è ciò che ha spinto diversi governatori ad aumentare le aliquote dell’addizionale regionale IRPEF, per evitare i temuti tagli alla sanità.
Gennaro Broya de Lucia, presidente dell’associazione PMI Sanità, fa sapere in una nota che la sentenza della Corte Costituzionale “liquida frettolosamente e senza reali motivazioni giuridiche, un istituto folle, che sposta artificiosamente miliardi di debito pubblico su malcapitate aziende private che da anni si prodigano quotidianamente per il funzionamento della sanità, specialmente quella pubblica”. “Stiamo vivendo uno dei momenti più bui della storia della giustizia italiana perché anche chi avrebbe dovuto tutelarla ha mancato nel proprio compito”, afferma Broya de Lucia.
Migliaia di famiglie vedranno, in pochi istanti, azzerata la propria esistenza professionale e non solo, dal momento che si rischia la perdita di almeno 200mila posti di lavoro. Come se non bastasse, poi, per molte delle 6mila imprese destinatarie della norma-mostro, specialmente le più piccole, il payback significa uscire dal mercato senza l’onore delle armi, travolte da una valanga di debiti impagabili imposti per legge. Le nostre società, i nostri collaboratori, i nostri medici ed infermieri assistiti, non meritano tutto questo.
“Dinnanzi ad una legge profondamente sbagliata e foriera di irreversibili iniquità, il governo ha ora la possibilità ed il dovere di intervenire dove altri hanno fallito, ed agire nell’interesse della tenuta del sistema sanitario, del lavoro e della giustizia perché, qualora le istituzioni dovessero continuare ad ignorare le nostre istanze, va da sé che valuteremo con i nostri legali e le imprese associate, un’interruzione delle forniture ospedaliere a livello nazionale”, annuncia il presidente di PMI Sanità. Un’interruzione che avverrà comunque “se le aziende dovessero chiudere anticipatamente i battenti”.









