Perché Unicredit fa ricorso visto che non è più interessata (così dicono) a Banco Bpm?

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Quando si guarda alla vicenda del cosiddetto “golden power” italiano applicato a operazioni di finanza, la recente vicenda che ha interessato Unicredit emerge come uno degli esempi più significativi e forse più emblematici delle tensioni che possono scaturire tra strategia d’impresa, interessi regolatori nazionali ed esigenze del mercato europeo. Anche perché, a distanza di mesi, non risulta un capitolo chiuso. Anzi.

 

In questo articolo:

 

  • Golden power, Unicredit e il ricorso al Consiglio di Stato
  • Perché il ricorso anche se l’operazione non è più prioritaria
  • Tempi e scadenze che pesano
  • Golden power, Unicredit e il confronto governo e Ue

 

Golden power, Unicredit e il ricorso al Consiglio di Stato

Secondo quanto rivelato da La Repubblica, Unicredit starebbe ultimando le ultime carte per presentare ricorso al Consiglio di Stato contro la sentenza del Tar del Lazio del 12 luglio scorso che aveva parzialmente accolto il suo ricorso contro un decreto di golden power che aveva bloccato la sua scalata a Banco Bpm.

L’origine della vicenda è nota: Unicredit aveva lanciato un’offerta pubblica di scambio sull’istituto guidato da Castagna e in quel contesto il governo italiano, applicando poteri speciali – ossia il golden power – aveva imposto condizioni molto stringenti che, secondo la banca, superavano la normale cornice degli interventi ordinari.

In primo luogo, il decreto prevedeva un obbligo quinquennale di mantenere un rapporto minimo tra prestiti e depositi, e un vincolo a non ridurre il portafoglio di project‑financing. In secondo luogo, sono state imposte prescrizioni più dure: l’obbligo di mantenere investimenti in fondi italiani gestiti da Anima Holding S.p.A./Anima Sgr, e l’uscita dal mercato russo entro un termine prefissato. Quel decreto del governo ha dunque cambiato significato: non più solo la tutela di interessi strategici nel senso tradizionale (energia, difesa, infrastrutture) ma l’estensione al settore bancario e finanziario.

Quando il Tar ha pronunciato la sua sentenza il 12 luglio, ha accolto solo in parte il ricorso presentato dalla banca: solo due dei quattro punti contestati sono stati annullati: quelli che riguardavano il rapporto prestiti e depositi e l’obbligo di conservare invariato il portafoglio di project financing. Le altre due prescrizioni sono state invece confermate.

Proprio qui si apre il paradosso: Unicredit sostiene pubblicamente di non essere più interessata all’operazione su Banco Bpm, e tuttavia decide di andare avanti con il ricorso. Perché mantenere la battaglia, a quali motivi risponde questo apparente contrasto?

 

Perché il ricorso, anche se l’operazione non è più prioritaria

La risposta è duplice e tocca gli ambiti strategici e regolatori, più che l’operazione stessa. Primo, Unicredit vuole tutelare la propria libertà strategica e non accettare che una decisione di governo, tramite prescrizioni di golden power, possa costituire un precedente permanente che limiti future operazioni di M&A, sia in Italia sia all’estero. In un’epoca in cui il consolidamento bancario europeo è un tema centrale, accettare che uno Stato imponga condizioni – anche se la singola acquisizione può essere abbandonata – significa aprire un varco regolatorio che potrebbe diventare un ostacolo ricorrente.

Secondo, è una questione di segno politico e reputazionale: la banca non vuole assumere il ruolo di soggetto che si piega a restrizioni considerate sproporzionate o non coerenti con il diritto europeo, e che potrebbero essere rievocate in altri dossier. In altre parole, l’offerta su Banco Bpm è diventata un terreno di gioco per definire la cornice entro cui le grandi banche italiane possono operare senza essere soggette a interventi regolatori straordinari che alterano l’equilibrio competitivo.

Sul fronte operativo, il ricorso in corso, secondo quanto riportato dalla stampa, riguarda in modo particolare due punti: uno è l’obbligo d’uscita dal mercato russo, su cui Unicredit ritiene che solo il mercato locale (il Cremlino) possa decidere tempi e modalità di disimpegno. L’altro è l’obbligo di mantenere investimenti nei fondi italiani di AnimaSgr, che la banca ritiene confliggere con l’autonomia dei gestori, la direttiva Mifid e la libera circolazione dei capitali.

 

Tempi e scadenze che pesano

I tempi sono stretti: la giustizia amministrativa impone che il ricorso al Consiglio di Stato debba essere presentato entro 60 giorni dalla notifica della sentenza del Tar. Quella notifica, secondo le ricostruzioni, è datata 12 luglio, e pertanto il termine scade il 12 novembre 2025. Di fronte a questo vincolo cronologico, l’appello appare come una mossa non procrastinabile: ritardare significherebbe consolidare una sentenza che la banca considera pericolosa non solo per l’operazione su Banco Bpm, ma per l’intera architettura delle sue operazioni future. Peraltro, non dimentichiamo che al momento Unicredit è impegnata in un’altra scalata: quella su Commerzbank. Anche questa fortemente ostracizzata dal governo tedesco.

 

Golden Power, Unicredit e il confronto governo e Ue

Sul piano comunitario, l’uso del golden power da parte dell’Italia è sotto esame: la Commissione Ue contesta che l’intervento dello Stato rischi di sostituirsi ai poteri della Commissione stessa e della Bce nel disciplinare fusioni e acquisizioni, e che possa violare la libera circolazione dei capitali.

In una missiva di oltre 50 pagine, l’organo della Commissione europea aveva smontato uno per uno i quattro punti cardine del provvedimento dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni. Lo stesso portavoce della Comissione, Thomas Regnier, aveva peraltro sottolineato come gli Stati membri dell’Ue abbiano “la capacità e la facoltà di imporre determinate condizioni quando lo Stato ha un interesse legittimo e una fusione presenta un potenziale rischio per la sicurezza pubblica”. 

In questo contesto, giovedì 13 novembre è considerato un giorno chiave: la Commissione dovrà decidere se avviare la procedura di infrazione contro l’Italia o concedere un ulteriore rinvio in attesa di modifiche normative. Il governo italiano spera che quella data arrivi senza l’iscrizione dell’Italia nella lista di Paesi contro cui è stata avviata la procedura. Una decisione favorevole darebbe respiro all’esecutivo, che intende rivedere la legge sul golden power per renderla più compatibile con il diritto comunitario.

Immagine di Massimiliano Carrà

Massimiliano Carrà

Classe 1994 e laureato in scienze della comunicazione a Palermo (sua città natale), si è specializzato a Milano sostenendo un Master in Radio e New Media Management & Content al Sole 24 Ore. Iscritto dal 2020 all'Ordine dei Giornalisti pubblicisti, dopo le esperienze in Radio 24, Class Editori, Money.it, Forbes Italia e Il Giornale è entrato nel 2025 in Borsa&Finanza, dove si occupa di approfondimenti macro-economici, startup, interviste e imprenditoria. Ama lo sport, la letteratura, il cinema e il mare. Gli piace visitare posti nuovi e scoprire nuove culture.

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