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Petrolio: ecco chi sono i Paesi più colpiti dalla decisione shock dell’OPEC+

Petrolio: ecco chi saranno i Paesi più colpiti dalla decisione shock dell'OPEC+

Il taglio a sorpresa delle forniture di petrolio deciso dall’OPEC+

nella giornata di domenica ha scioccato i mercati, con le quotazioni del greggio che si sono impennate facendo temere per una nuova ondata inflazionistica. I Paesi produttori ed esportatori di oro nero hanno stabilito una riduzione dell’offerta di 1,16 milioni di barili al giorno a partire al prossimo mese, che durerà fino alla fine del 2023. I due pesi massimi dell’organizzazione, Arabia Saudita e Russia, daranno una sforbiciata di 500 mila barili giornalieri ciascuna, mentre altri membri come Kuwait, Oman, Iraq, Algeria e Kazakistan non ridurranno solo l’output ma anche la produzione. Questo ha scatenato la reazione furente degli Stati Uniti, che hanno parlato di una “mossa mal consigliata” e che potrebbero adottare delle contromisure come il ricorso nuovamente alle riserve strategiche.

 

Petrolio: ecco i Paesi più esposti

Tuttavia, non sono gli Stati Uniti quelli più danneggiati dalla decisione dell’OPEC+, ma i Paesi più dipendenti dalle importazioni di petrolio, a giudizio di Henning Gloystein, direttore di Eurasia Group. L’esperto ritiene che, se il prezzo del greggio sale fino a 100 dollari al barile, alcuni Paesi pagheranno maggiormente dazio, come quelli di seguito elencati.

 

India

L’India oggi rappresenta il terzo più grande consumatore mondiale di petrolio, con un aumento delle importazioni dell’8,5% a febbraio su base annua. Da quando l’Occidente ha imposto le sanzioni alla Russia, Nuova Delhi ha fatto incetta di greggio proveniente da Mosca approfittando dei grandi sconti di prezzo. Tuttavia, “anche se stanno ancora approfittando del gas russo scontato, stanno già soffrendo a causa degli alti prezzi del carbone e del gas. Se il petrolio sale ulteriormente, anche il greggio russo scontato inizierà a danneggiare la crescita dell’India”, ha affermato Gloystein.

 

Giappone

Per il Giappone il petrolio è la fonte energetica primaria, rappresentando circa il 40% del suo approvvigionamento complessivo. Gloystein osserva che il Sol Levante “è fortemente dipendente dalle importazione di greggio, non avendo una produzione interna degna di nota”. Attualmente, infatti, “l’80%-90% della fornitura proviene dalla regione del Medio Oriente”.

 

Corea del Sud

Per la Corea del Sud vale lo stesso discorso fatto per il Giappone, essendo Seoul alla mercé degli esportatori di petrolio per la gran parte del fabbisogno energetico. Si conta che il Paese produca il 75% di energia attraverso il greggio proveniente dall’estero. Ciò a differenza della Cina, che fa affidamento anche sulla produzione interna, sottolinea Gloystein.

 

Paesi emergenti

Pavel Molchanov, amministratore delegato della banca d’investimento privata Raymond James, mette nella lista anche alcun Paesi emergenti che “non hanno la capacità in valuta estera per sostenere queste importazioni di carburante”. Tra questi emergono Argentina, Turchia, Sud Africa, Pakistan e Sri Lanka, con quest’ultima che sarà la più colpita in quanto dipendente al 100% dalle importazioni. “I Paesi con meno valute estere e che sono importatori faranno peggio perché il petrolio ha un prezzo in dollari USA”, ha aggiunto il fondatore di Energy Aspects, Amrita Sen, che ha rimarcato come il costo delle importazioni possa aumentare ulteriormente se il biglietto verde si apprezzerà.

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Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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