La Nigeria ha iniziato a vendere petrolio in naira, la valuta locale. Il più grande Paese produttore dell’Africa ha così terminato il commercio del greggio in dollari USA, sulla base delle informazioni fornite dal Federal executive council che ha effettuato la modifica. Secondo quanto comunicato dal portavoce del Ministero delle finanze nigeriano, Mohammed Manga, il cambiamento è finalizzato al miglioramento della crescita e della stabilità del Paese, che rappresenta il 3,1% delle riserve globali di petrolio con 37 milioni di barili.
Il prezzo del Bonny Light – il tipo di greggio nigeriano – nelle ultime settimane è passato da 73 a 78 dollari al barile per via dell’intensificarsi delle tensioni in Medio Oriente tra Iran e Israele. Il prezzo corrisponde a quanto fissato dal governo nel bilancio 2024 e permetterà di ridurre il deficit pubblico se gli obiettivi di produzione verranno rispettati. “Se i prezzi rimangono alti e la produzione resta costante, la Nigeria potrebbe ottenere un alleggerimento del suo debito e un miglioramento nel finanziamento dei progetti pubblici”, ha affermato l’economista Abdulsalam Muhammad Kani. Inoltre, il rafforzamento del naira rispetto al dollaro potrebbe “ridurre i costi delle importazioni”, il che sarebbe un grande vantaggio per un Paese che “importa quasi tutto” ha affermato Kani.
Petrolio: la vendita in naira non risolve i problemi della Nigeria
Negli ultimi giorni il prezzo del petrolio è aumentato con l’escalation dei conflitti in Medio Oriente. Il mondo rimane con il fiato sospeso per l’attacco ormai imminente di Israele verso l’Iran in risposta all’aggressione ricevuta la scorsa settimana con il lancio di 180 missili. Nel frattempo, lo Stato ebraico continua a bombardare il Libano dando la caccia ai terroristi di Hamas e Hezbollah. Oggi però le quotazioni dell’oro nero si sono contratte, tornando sotto quota 80 dollari, in quanto gli investitori sono rimasti delusi dalle misure di stimolo annunciate dalle autorità della Cina, il più grande consumatore al mondo di petrolio.
I prezzi in aumento di questi giorni comunque non risolvono i problemi interni della Nigeria. Il politico nigeriano esperto di energia Sani Yabagi ha affermato che la corruzione e il furto di greggio sono una piaga nel Paese e mettono a rischio i profitti. “I soldi che la Nigeria dovrebbe guadagnare dal suo greggio finiscono nelle mani dei ladri e questo impedisce alla nazione di godere appieno dell’aumento dei prezzi globali del petrolio”, ha riferito. Al riguardo, la Nigerian National Petroleum corporation ha segnalato 188 furti nel solo Delta del Niger nella settimana tra il 24 e il 30 agosto. Tra l’altro, le entrate sono ulteriormente indebolite dal fatto che la Nigeria importa la maggior parte dei suoi prodotti petroliferi raffinati. “Vendiamo petrolio greggio e riacquistiamo il raffinato. Quindi, anche quando i prezzi salgono, continuiamo a spendere i soldi che guadagniamo per importare prodotti raffinati nel Paese”, ha precisato l’esperto.
Solo di recente la Nigeria ha iniziato a raffinare il suo petrolio a livello locale con l’apertura della raffineria Dangote, ma per il momento gli effetti sono minimi. “A meno che il governo non venda greggio alle raffinerie locali come Dangote a un prezzo più basso, l’impatto sulle entrate sarà irrilevante”, ha rimarcato Yabagi, evidenziando come la nuova raffineria continui ad acquistare il combustibile anche da altri Paesi per soddisfare la domanda.









