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Petrolio: rischio più grave crisi degli ultimi decenni

Petrolio: per l'AIE rischio della più grave crisi degli ultimi decenni

I prezzi del petrolio tornano a correre e si riportano sopra la soglia psicologica dei 100 dollari al barile. La situazione sul fronte della guerra Russia-Ucraina alterna fasi in cui sembra vi sia una schiarita nelle negoziazioni di pace ad altre dove si percepisce una distanza siderale tra le contrapposte posizioni. La realtà è che vi è incertezza assoluta, con la sensazione di fondo che l’uscita dal tunnel richieda ancora molta strada da compiere.

Le quotazioni del greggio oggi riflettono probabilmente tale impressione, che fotografa tra l’altro una crisi energetica in atto sempre più preoccupante. Nel frattempo una grave sentenza è stata calata dall’Agenzia Internazionale per l’Energia, che nel suo ultimo rapporto avverte come si stia per profilare la più grande crisi di approvvigionamento degli ultimi decenni, in quanto il conflitto nell’Est Europa avrà ricadute tali da sconvolgere i mercati dell’energia.

 

Petrolio: 7 aspetti che incideranno sul mercato

Solitamente l’AIE non è un istituto allarmista, ma stavolta non può fare a meno di evidenziare alcuni aspetti che avranno implicazioni sul mercato del petrolio tutt’altro che trascurabili. Il primo consiste nello shock immediato sui prezzi della guerra Russia-Ucraina, che comporta una diminuzione dell’offerta russa di 3 milioni di barili al giorno, ovvero il 3% del mercato complessivo. Questo a causa delle sanzioni che portano gli acquirenti a evitare il greggio russo. Nel medio-lungo periodo tutto ciò porta a profondi cambiamenti nei mercati energetici, incluso un passaggio più rapido verso altre forme di energia che non siano quelle derivanti dai combustibili.

Il secondo aspetto riguarda il fatto che Venezuela e Iran potrebbero coprire circa il 50% del vuoto lasciato dal petrolio russo, in quanto la prima aggiungerebbe all’output circa 200-300 mila barili al giorno nello spazio di 3-4 mesi, il secondo invece arriverebbe a 1 milione entro 6 mesi. L’apporto quindi sarebbe importante, ma non avverrebbe subito. L’AIE precisa che solo Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno una tale capacità inutilizzata tale da sopperire nell’immediato alle carenze russe, ma né l’una né l’altra sembrano essere disposte a farlo.

Il terzo aspetto concerne la corsa delle raffinerie europee a cercare forniture alternative a quelle russe, con il rischio nel frattempo di dover ridurre l’attività arrecando un danno ai consumatori. In particolare la quantità di diesel a disposizione già scarseggia e dalla Russia arrivano 1 milioni di barili al giorno che saranno difficili da rimpiazzare per le raffinerie.

Il quarto aspetto fa riferimento alle scorte petrolifere. A livello globale la carenza di offerta porta a un esaurimento estremamente rapido delle scorte, esattamente il contrario di quanto avveniva durante la pandemia dove i magazzini erano pieni e le aziende erano disposte addirittura a pagare pur di non sovraccaricarli.

Il quinto aspetto ha a che fare con l’effetto delle sanzioni che abbatte la domanda di petrolio, con il pericolo in questo modo di generare una recessione. L’AIE prevede che il consumo aumenti ancora, ma solo di 2,1 milioni di barili al giorno, per un media di 99,7 milioni complessivi nel 2022, al di sotto del picco pre-pandemico.

Il sesto si riferisce al consumo di greggio di Russia e Cina. Il primo è destinato a crollare del 9% a circa 315 mila barili giornalieri, compensato da quello cinese in crescita di 360 mila unità. Questo però a patto che il Dragone riesca a tenere sotto controllo l’ultimo focolaio di Covid-19, altrimenti tutta l’attività economica del Paese potrebbe essere gravemente bloccata.

L’ultimo aspetto riguarda un alert lanciato dal settore dell’energia solare, la cui crescita sta rallentando proprio mentre in USA si sta cercando di espanderla. Nell’ultimo trimestre del 2021 le installazioni dei pannelli solari sono scese del 43% su base annua e tale calo dovrebbe estendersi per tutto l’anno in corso. Questo è successo per via della supply shortage, dell’impennata del prezzo delle materie prime e delle restrizioni sui rifornimenti delle apparecchiature sospettate di venire dallo Xinjiang, dove è sempre viva la questione sullo sfruttamento dei diritti umani.

 

AUTORE

Johnny Zotti

Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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