Il pistacchio è ovunque: nei gelati, nelle creme spalmabili, nei dessert gourmet dei ristoranti e negli snack “healthy” sugli scaffali dei supermercati. Secondo un report di Mordor Intelligence, le quotazioni internazionali hanno superato i 9.000 dollari a tonnellata, il mercato globale corre verso i 7 miliardi di dollari entro il 2031 e la parola “Bronte” è diventata una calamita per il consumatore, sinonimo automatico di qualità assoluta. Ma dietro questa pistacchio-mania l’immagine spesso non coincide con la realtà dei numeri: la produzione italiana copre solo una piccola parte del fabbisogno nazionale.
Il Pistacchio Day, che cade ogni 26 febbraio, è quindi l’occasione per mettere ordine e capire quanto pistacchio produce davvero l’Italia, che ruolo ha il Bronte Dop nella filiera e dove, tra scaffale e campi alle pendici dell’Etna, si crea il cortocircuito tra marchio, origine e percezione del consumatore.
In questo articolo:
- Pistacchio made in Italy, il vero peso della produzione nazionale
- Bronte Dop, il brand che pesa più dei volumi reali
- Pistacchio di Bronte, non è tutto “oro verde” quello che luccica
Pistacchio made in Italy, il vero peso della produzione nazionale
Nel 2024 il raccolto di pistacchio in Italia è stato pari a circa 4.000 tonnellate, pari a circa l’1% della produzione nazionale di frutta secca e in grado di coprire il 12% del fabbisogno interno stimato da Ismea. Le tipicità siciliane restano nicchie di alta qualità: il Pistacchio Verde di Bronte Dop ha registrato 341 tonnellate per un giro d’affari all’origine di 5,7 milioni di euro, mentre il pistacchio di Raffadali Dop si è fermato a 180 tonnellate.
Il resto del fabbisogno è garantito dall’estero: nel 2024 le importazioni hanno raggiunto 32.000 tonnellate, circa otto volte il raccolto domestico, con oltre la metà dei volumi provenienti dagli Stati Uniti e, a seguire, da Spagna e Iran. Nel canale retail, secondo Niq, ogni anno si vendono oltre 5.000 tonnellate di pistacchi per più di 120 milioni di euro, mentre l’Osservatorio Immagino di GS1 Italy censisce oltre 730 prodotti a base di pistacchio – biscotti, creme spalmabili, cioccolato – con un giro d’affari in crescita del 5,5% in dodici mesi.
La filiera degli ingredienti e dei semilavorati italiani ha attirato anche capitali di private equity, con l’ingresso di Nextalia in Di Sano e DiGel e l’acquisizione della maggioranza di Marullo, storica azienda brontese specializzata nella produzione e trasformazione di pistacchio, da parte di Wise Equity, segnale di un utilizzo crescente del pistacchio nell’industria dolciaria destinata anche all’export.
Bronte Dop, il brand che pesa più dei volumi reali
La “pistacchio-mania” si concentra in particolare sul Pistacchio Verde di Bronte Dop, spesso indicato come “oro verde” per il colore e per il valore economico. La zona di produzione interessa i comuni di Bronte, Adrano e Biancavilla, sulle pendici dell’Etna tra i 400 e i 900 metri di altitudine, per una superficie complessiva di circa 3.000 ettari. La coltivazione è in gran parte affidata a piccole e medie proprietà, con forte impiego di manodopera locale; la raccolta è manuale, avviene su terreni scoscesi e si svolge, per tradizione colturale, ogni due anni. Dopo la raccolta si susseguono smallatura, asciugatura e, se previsto, trasformazione in granella, farina o crema.
Queste caratteristiche, unite alla limitatezza dell’area, fanno sì che il Pistacchio Verde di Bronte rappresenti circa l’1% della produzione mondiale e che i prezzi all’ingrosso si collochino, come ordine di grandezza, in una fascia minima compresa tra 40 e 50 euro al chilo.
Pistacchio di Bronte, non è tutto “oro verde” quello che luccica
Il richiamo al nome Bronte ha un forte valore commerciale e ha favorito l’emergere di etichette che possono generare ambiguità. I principali produttori mondiali di pistacchi, escludendo l’Italia, sono Iran e Stati Uniti, seguiti da Turchia, Siria, Grecia e Spagna. In molti casi le aziende coltivano pistacchi di qualità nei Paesi d’origine, ma collocano gli impianti di lavorazione e confezionamento nell’area di Bronte. Il prodotto arriva così sul mercato con la dicitura generica “pistacchio di Bronte”, che risulta corretta dal punto di vista formale perché il confezionamento avviene nel comune siciliano, senza però indicare un’origine Dop della materia prima.
Il disciplinare del Pistacchio Verde di Bronte Dop ha stabilito infatti che produzione e trasformazione debbano avvenire entrambe all’interno dell’area delimitata e che la denominazione corretta sia “Pistacchio Verde di Bronte Dop”. Questa indicazione in etichetta, affiancata al marchio comunitario, è l’elemento che consente di distinguere il prodotto certificato da tutte le altre referenze che utilizzano il nome Bronte in modo meramente evocativo.
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