Le opere d’arte non sono più solo oggetti da collezione o beni da custodire in famiglia. Sono diventate asset di investimento a pieno titolo. È il messaggio emerso dall’evento promosso dall’Associazione Italiana Private Banking (AIPB) che insieme a Matis, società di club deal innovativi dedicati all’arte contemporanea, ha presentato la nuova edizione dell’Annuario AIPB 2026 con uno speciale dedicato proprio al rapporto tra AIPB e opere d’arte. In un Paese dove oltre la metà della ricchezza delle famiglie è composta da asset non finanziari, l’arte deve entrare stabilmente nella pianificazione patrimoniale e nell’asset allocation, superando la dimensione esclusivamente emotiva o identitaria.
In questo articolo:
- Dalla passione alla pianificazione: le opere d’arte come asset di investimento
- Un mercato globale in crescita
- Private banking e arte: il potenziale ancora inespresso
Dalla passione alla pianificazione: le opere d’arte come asset di investimento
La consulenza Private deve ampliare i propri confini e integrare l’arte come vera e propria asset class professionale. Il passaggio è culturale prima ancora che tecnico: le opere d’arte fanno parte del patrimonio e, come tali, devono essere trattate con gli stessi criteri di analisi, monitoraggio e pianificazione riservati agli altri asset.
“L’arte è emozione, identità, memoria e passione ma è anche investimento, valore e preservazione. Favorire il dialogo tra queste due dimensioni significa interpretare il patrimonio in modo più integrato, più completo e più virtuoso: e questo è il ruolo del Private Banking”, ha dichiarato Andrea Ragaini, presidente di AIPB. Il punto centrale, sottolineato da Ragaini, riguarda la struttura stessa della ricchezza italiana: oltre il 53% è rappresentato da attività non finanziarie, tra immobili e altri beni reali. In questa fotografia, tuttavia, le opere d’arte sono spesso sottovalutate o non adeguatamente considerate in una logica di pianificazione complessiva. “L’Italia è al terzo posto in Europa per ricchezza delle famiglie. Tuttavia nelle rilevazioni di Banca d’Italia, le opere d’arte non vengono considerate” aggiunge Ragaini.
Il cambio di paradigma consiste proprio in questo: accompagnare le famiglie nella gestione consapevole del patrimonio artistico già posseduto e, al tempo stesso, considerare l’arte come componente fondante dell’asset allocation. Non più semplice bene da tramandare, ma strumento di costruzione di valore nel tempo.

In questo scenario si inseriscono strumenti innovativi come i club deal, che consentono ai clienti Private di acquisire quote di opere “blue-chip” – creazioni di artisti del XX secolo di fama internazionale – con valori superiori ai 500mila euro, attraverso strutture regolamentate (PSFP). L’obiettivo è duplice: abbattere le barriere di accesso e introdurre logiche di governance, trasparenza e gestione del rischio tipiche dei private markets.
Secondo Alberto Bassi, responsabile Italia di Matis, “l’integrazione dell’arte nei portafogli Private rappresenta un passaggio naturale nell’evoluzione della consulenza patrimoniale: parliamo di un asset con una propria dinamica di rischio e rendimento, capace di offrire diversificazione e decorrelazione rispetto ai mercati tradizionali”. Il riferimento alla decorrelazione è cruciale in una fase di volatilità dei mercati finanziari: l’arte, in particolare quella “blue-chip”, ha dimostrato nel lungo periodo una significativa capacità di preservazione del capitale.
Un mercato globale in crescita
Il mercato dell’arte è globale e in espansione. In due anni il valore degli oggetti da collezione detenuti da privati è cresciuto del 18%, passando da 2.174 miliardi di dollari nel 2022 a 2.564 miliardi nel 2024, con stime che indicano un ulteriore incremento fino a 3.473 miliardi entro il 2030 (fonte: Deloitte Art & Finance Report 2025). Si tratta di numeri che collocano le opere d’arte a pieno titolo tra i grandi bacini di ricchezza mondiale.
Il settore resta tuttavia fortemente concentrato: le opere sopra il milione di dollari rappresentano solo l’1% dei lotti venduti ma generano il 50% del valore complessivo delle transazioni (fonte: Art Basel Ubs, Survey of Global Collecting 2025). È la fascia “blue-chip” a trainare il mercato, confermando che qualità, provenienza e storicità sono fattori determinanti per la tenuta del valore.
Non a caso, la quota di investitori che considera l’arte una “riserva di valore” è salita dal 14% nel 2023 al 25% nel 2025. L’arte non viene più vista solo come bene rifugio emotivo, ma come strumento di diversificazione. L’indice Artprice100, che monitora le performance dei grandi maestri del mercato secondario, ha registrato un +620% tra il 2000 e il 2024, evidenziando la capacità di questo segmento di attraversare cicli economici complessi.
Digitalizzazione, tokenizzazione e club deal stanno inoltre contribuendo a ridurre alcuni limiti storici del settore, come l’illiquidità e le asimmetrie informative. L’arte si avvicina così alle logiche dei private markets, con processi più strutturati, maggiore trasparenza e una crescente integrazione nelle strategie di wealth planning. In questo contesto, AIPB e opere d’arte diventano un binomio strategico: l’associazione fotografa un’industria del Private Banking chiamata a strutturare competenze specifiche, metriche di valutazione e servizi dedicati, per trasformare un patrimonio spesso “invisibile” in un asset monitorato e pianificato.
Private banking e arte: il potenziale ancora inespresso
Il profilo dell’investitore in arte è sempre più strutturato. Tra le famiglie che già detengono opere d’arte, questa asset class rappresenta in media il 20% del patrimonio complessivo, quota che sale al 28% nei grandi patrimoni. Il 40% prevede nuovi acquisti nei prossimi dodici mesi e per otto investitori su dieci le collezioni derivano anche da eredità, a conferma della dimensione intergenerazionale di questo investimento.
I dipinti guidano le scelte (27% degli investimenti attuali e 48% delle intenzioni future), seguiti da sculture e arte digitale. Anche in Italia l’interesse è significativo: un quinto delle famiglie Private investe già in arte, più che in private equity o criptoattività, e quasi un quarto intende aumentare la propria esposizione.
Eppure il potenziale è ancora in larga parte inespresso. Dal lato dell’offerta, il 75% delle banche Private mette a disposizione strumenti di gestione delle opere, il 63% servizi di valutazione e il 56% assistenza alla compravendita. Tuttavia, solo il 18% dei clienti ha finora utilizzato servizi di valorizzazione del proprio patrimonio artistico. I servizi esistono, ma non sono ancora pienamente integrati nella relazione con il cliente.
Il dato più significativo riguarda le aspettative: il 30% dei clienti dichiara di attendersi un supporto specifico sul patrimonio artistico, mentre solo il 19% degli operatori in Italia offre un servizio completo di Art Advisory. È qui che si apre uno spazio competitivo per il Private Banking. L’Annuario AIPB 2026, presentato durante l’evento milanese, si propone come guida operativa del settore, includendo uno speciale dedicato all’arte “blue-chip” come asset class. Il messaggio che emerge è netto: le opere d’arte fanno parte del patrimonio familiare e devono essere trattate come tali, con analisi dei rischi, pianificazione fiscale e successoria, strategie di conservazione e valorizzazione.










