La bambagia di rendimenti elevati nel credito privato potrebbe essere finita. A sostenerlo è Jonathan Gray, presidente di Blackstone, che in un’intervista al Financial Times ha lanciato l’allarme sull’impossibilità di ottenere ritorni dal capitale investito nei prestiti privati (private credit) ai livelli di quelli di qualche anno fa. Blackstone è la più grande società di private equity del mondo e gestisce oltre 500 miliardi di dollari in attività di credito e assicurative.
In questo articolo:
- Private credit: perché scendono i rendimenti
- La “democratizzazione” arriva tardi?
Private credit: perché scendono i rendimenti
Secondo Gray, la causa dei rendimenti più bassi del credito privato è da attribuire al taglio dei tassi da parte delle Banche centrali. Quando nel 2022 gli istituti monetari hanno iniziato ad aumentare il costo del denaro per combattere l’inflazione, i costi di finanziamento si sono impennati e le società come Blackstone che concedevano prestiti privati hanno regitrato ritorni a due cifre. In quella situazione molti investitori preferivano investire nei fondi Blackstone piuttosto che nei mercati pubblici (le Borse), in quel momento sotto pressione e caratterizzate da un’elevata volatilità. Durante quel periodo, gli investitori privati hanno riversato oltre 100 miliardi di dollari nei fondi di credito Blackstone, afferma la società.
Oggi, però, “i tassi di base e gli spread sono scesi e i rendimenti assoluti lo riflettono”, ha detto Gray. Giocoforza, “parte del rendimento in eccesso di due anni e mezzo fa è scomparso”. Tuttavia, Gray sottolinea come, nonostante ci sia stata una diminuzione dei rendimenti, i prestiti di Blackstone continuino ad avere ritorni sostanzialmente più elevati rispetto alle alternative dei mercati pubblici, più liquidi. “I rendimenti del reddito fisso sono più bassi, ma i rendimenti del credito privato sono più alti di quelli del credito pubblico”, ha osservato.
Il presidente di Blackstone non pensa che il recente trambusto negli istituti di credito subprime statunitensi e il fallimento di First Brands possano dare adito a una stretta creditizia che colpisca i grandi gruppi di capitali privati. Il problema “proviene dal sistema bancario e l’idea che rifletta un problema di credito più ampio, in particolare nel credito privato, non ha alcun senso”, ha affermato Gray.
La “democratizzazione” arriva tardi?
Fino a poco tempo fa, investire nei mercati privati era una cosa riservata agli ultra-ricchi. Per i retailer, l’accesso era complicato da ticket minimi di investimento elevati, orizzonti temporali lunghi e illiquidità del mercato.
Oggi qualcosa sta cambiando e le grandi aziende del settore si stanno attrezzando per consentire anche agli investitori al dettaglio di inserirsi nei mercati privati. Ad esempio, in Europa, i fondi di lungo termine regolamentati consentono a investitori non istituzionali di investire in asset non quotati, inclusi private equity e investimenti in infrastrutture.
Negli Stati Uniti, la Securities and Exchange Commission ha cominciato a rivedere alcune restrizioni che impedivano ai fondi registrati di aprire al retail. In giurisdizioni come Singapore, la regolamentazione è stata rivista per permettere ai piccoli investitori l’ingresso in fondi di mercati privati: ad esempio la Monetary Authority of Singapore (Mas) ha proposto un framework “long term investment fund” che includa private equity, debito privato, infrastrutture.
Il passaggio a una “democratizzazione” dei fondi privati è quindi in corso, tuttavia la vera festa, quella dei rendimenti più alti, potrebbe essere già finita, secondo Gray.









