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Rame: ecco perché il problema dell’offerta è destinato a durare

Rame: ecco perché il problema dell'offerta è destinato a durare

Il mercato del rame negli ultimi giorni è stato caratterizzato da due eventi molto significativi: il superamento delle quotazioni della soglia di 10.000 dollari e il tentativo di acquisizione da parte di BHP Group del rivale Anglo American. Entrambi i fatti sono il riflesso in questo momento di una difficoltà sul lato dell’offerta del metallo rosso.

Il rame è considerato un bene che viaggia nello stesso binario dell’economia globale, ovvero quando quest’ultima è in progresso cresce allo stesso tempo la domanda della materia prima. Il motivo è che il metallo viene utilizzato in una quantità ampia di attività industriali, soprattutto in quelle del futuro legate alla transizione energetica. Con l’economia in ripresa, la domanda attualmente è enorme e non viene supportata dall’offerta. In particolare dopo la chiusura della Cobre Panama, una delle più grandi miniere del mondo, a dicembre dello scorso anno allorché la Corte Suprema del Panama ha dichiarato incostituzionale lo sfruttamento della miniera.

BHP Group, il principale estrattore al mondo di rame, ha lanciato la scorsa settimana una proposta di acquisto di 38,8 miliardi di dollari alla britannica Anglo American, ma l’offerta è stata considerata inadeguata e pertanto rifiutata dal consiglio di amministrazione del competitor più piccolo. Il gruppo australiano sta valutando di rilanciare con una proposta più allettante e, se dovesse arrivare all’obiettivo, creerebbe un colosso in grado di controllare il 10% del mercato globale. Tuttavia, sul fronte dell’offerta complessiva non cambierebbe molto.

 

Rame: ecco qual è il vero problema

L’unico modo per incrementare l’approvvigionamento davanti a una domanda crescente è quello di investire in nuovi progetti, ma le aziende stanno facendo poco su questo fronte. Il tentativo di acquisizione di Anglo da parte di BHP ne è la conferma. In altri termini, i grandi minatori preferiscono diventare ancora più grandi attraverso le operazioni di aggregazione piuttosto che andare all’esplorazione di nuove miniere. Alla base dell’investimento insufficiente ci stanno diverse ragioni, come la difficoltà a trovare giacimenti di qualità, il costo elevato per ricerca, manodopera, materie prime e attrezzature per l’estrazione, nonché le resistenze di carattere sociale e ambientale al mining.

Secondo la società di consulenza mineraria CRU Group, tra il 2025 e il 2032 occorreranno oltre 150 miliardi di dollari di investimenti per soddisfare le esigenze di approvvigionamento. Questo significa che, nella situazione attuale, lo squilibrio tra la domanda e l’offerta nel mercato del rame sarà destinata a perdurare, con la conseguenza che i prezzi saliranno ancora. “In uno scenario di zero emissioni nette, avremo bisogno di una grande quantità di rame e di una strategia diversa per aumentare l’offerta”, ha affermato Bernard Dahdah, analista senior di materie prime presso Natixis SA.

Alcune aziende stanno probabilmente aspettando che i prezzi del rame salgano ancora prima di muoversi con nuovi progetti. Ma quale potrebbe essere un livello considerato adeguato? La scorsa settimana Olivia Markham, che co-gestisce il BlackRock World Mining Fund, ha affermato che “i minatori avrebbero bisogno di un prezzo del rame almeno di 12.000 dollari per giustificare la spesa per nuove miniere”.

 

La Cina l’ultima speranza?

La domanda a questo punto è chi o cosa veramente potrebbe far cambiare le sorti per riequilibrare il mercato del rame. La risposta potrebbe venire ancora una volta dalla Cina, specialmente se l’economia dovesse invertire decisamente rotta dal percorso segnato nel 2022 e nel 2023. Pechino ha rappresentato nell’ultimo decennio circa il 40% dell’aumento netto dell’offerta, grazie soprattutto all’utilizzo del rame nell’industria delle auto elettriche, su cui il Dragone ha costruito il più grande mercato del mondo. Tuttavia, a giudizio di McKinsey and Co., l’apporto cinese all’aumento dell’offerta globale scenderà a una quota del 16% e questo rischia di essere un problema serio. “C’è una chiara e impellente necessità di mettere in funzione ulteriore capacità mineraria, ma sarà un’impresa eccezionalmente impegnativa”, ha affermato William Tankard, analista principale per i metalli di base presso CRU.

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Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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