Sportwashing: cos’è e come funziona

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Lo sportwashing è considerato come una pratica appartenente al soft power di un Paese, ovvero all’abilità di un potere politico di persuadere, attrarre e cooptare tramite risorse quali la cultura e i valori della politica. Molte nazioni sono state accusate di sportwashing, andando incontro a feroci critiche e portando avanti a propria difesa argomentazioni discutibili. Vediamo quindi nel dettaglio di cosa si tratta e quali conseguenze comporta questa metodologia di comportamento.

 

Sportwashing: che cos’è?

Lo sportwashing è una strategia utilizzata dai Paesi orientata a sfruttare lo sport per abbellire la propria immagine e distogliere l’attenzione dalle discussioni sui diritti umani nel proprio territorio. L’implementazione di tale strategia può avvenire in vari modi, quali l’acquisizione di squadre sportive, l’organizzazione e sponsorizzazione di eventi sportivi, nonché le ospitate di personaggi illustri nel mondo dello sport. In questo modo gli Stati assumono una parvenza di democrazia, apertura e rispetto dei diritti umani molto più spiccati rispetto a come è la realtà. In altri termini, queste azioni servono per ripulire la propria coscienza, facendo passare in secondo piano alcuni fatti atroci attraverso manifestazioni che hanno una grande rilevanza nel radunare le persone.

Normalmente, lo sportwashing funziona bene in parte per il grande potere economico che hanno i Paesi che lo adottano, il che permette loro di organizzare manifestazioni o di fare acquisizioni imponenti; in parte perché in questo modo si rafforza la tesi che lo sport non deve mescolarsi con la politica. Lo sportwashing fa leva poi sulla passione del pubblico, che spinto dall’entusiasmo per l’evento tende a dimenticare le questioni politiche. In questo contesto, fa la sua parte anche un certo giornalismo, che si concentra esclusivamente sulla manifestazione sportiva demandando ad altri comparti della redazione il compito di occuparsi di questioni attinenti ai diritti umani.

 

Alcuni esempi

Negli ultimi anni si sono registrati svariati casi di sportwashing che hanno coinvolto Paesi anche di un certo spessore. L’Arabia Saudita è stata tra quelli più attivi. Qui in parte vale un discorso di sportwashing, in parte anche il fatto che Riyadh sta cercando di diversificare le fonti di entrate rispetto al petrolio, investendo l’enorme liquidità accumulata negli anni in attività diverse tra cui quella sportiva.

Tra le operazioni concluse dal Regno del principe ereditario Mohammed bin Salman sono da ricordare: l’acquisto nel 2021 della squadra di calcio inglese Newcastle; l’ospitata nel 2019 del gran premio automobilistico di Formula E, della finale della Tennis Cup Diriyah tra Fognini e Medvedev, del match per il titolo di campioni del mondo di pugilato tra Anthony Joshua e Andy Ruiz Jr. A dicembre di quest’anno, inoltre, la FIFA ha assegnato all’Arabia Saudita la sede per la Coppa del Mondo di calcio del 2034. Si tratta del risultato più prestigioso del Regno fino ad oggi nella sua spinta per un posto al tavolo più alto dello sport globale.

Alcuni anni prima l’Autorità generale dello sport del Regno è stata autorizzata ad aprire un fondo dedicato alle competizioni sportive per acquisire squadre di calcio e promuovere eventi, nell’ambito di un progetto di creare 40 mila nuovi posti di lavoro. Agli occhi esterni, l’Arabia Saudita si è ripulita un’immagine.

Da cosa? Negli anni il Paese ha represso molti diritti come quelli delle donne e delle minoranze, finite in carcere. Tra l’altro, i difensori dei diritti umani sono stati perseguiti, arrestati e imprigionati per le attività di protesta nel Paese. Per non parlare delle condizioni di lavoro considerate inumane a cui sono stati sottoposti i lavoratori migranti. In Arabia Saudita, poi, i tribunali hanno applicato la pena di morte, per quanto l’uso sia diminuito nel tempo.

Alcuni importanti atleti si sono opposti alla partecipazione di manifestazioni in Arabia Saudita rivendicando proprio il tema dei diritti umani. Nel 2018 era stata organizzata dal governo saudita una partita di tennis con l’invito dei più grandi giocatori, mentre infiammava il dibattito sull’uccisione del giornalista Jama Khashoggi nel consolato saudita della Turchia. Roger Federer non partecipò all’evento rifiutando un compenso di circa 1 milione di dollari.

Con riferimento ai campionati mondiali 2034, la FIFA ha dichiarato che “c’è un buon potenziale per il torneo di fungere da catalizzatore per alcune delle riforme in corso e future e contribuire ai risultati positivi sui diritti umani per le persone in Arabia Saudita e nella regione che vanno oltre l’ambito del torneo stesso”.

Amnesty International invece ha definito la valutazione della federazione una “sorprendente insabbiatura dell’atroce situazione dei diritti umani nel Paese”, aggiungendo che senza riforme urgenti “la Coppa del Mondo 2034 sarà inevitabilmente macchiata dallo sfruttamento, dalla discriminazione e dalla repressione”.

Il Qatar è un altro grande esempio di sportwashing. Nel 2022 ha ospitato la Coppa del Mondo di calcio, il più grande evento sportivo che attira tifosi, turisti e giornalisti di tutto il mondo. Ciò è servito a dare una scossa all’economia del Paese e a far dimenticare alcuni fatti preoccupanti sui diritti umani in Qatar. Gli attivisti sono repressi e perseguitati, mentre i lavoratori migranti spesso non sono stati pagati e hanno dovuto sopportare condizioni disumane e insicure, come dimostrano le migliaia di morti sul posto di lavoro nell’ultimo decennio.

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Redazione

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