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Start-up: i lavoratori licenziati vendono le loro azioni

Le start-up sono in preda a una situazione complessa: i lavoratori stanno cercando di vendere le loro azioni. L’ondata di licenziamenti che è avvenuta nel settore tecnologico ha innescato un meccanismo secondo cui gli ex-dipendenti che sono in possesso delle azioni delle società si devono liberare dei titoli. Le motivazioni sono fondamentalmente due: fare cassa per far fronte al venir meno della fonte di reddito da lavoro ed evitare di vendere l’anno prossimo ed evitare il rischio del deterioramento del mercato. Per molti che sono stati lasciati a casa, le azioni giungono a maturazione entro 60 giorni, anche se alcune aziende stanno dando la possibilità di  proroga.

Le transazioni di questi titoli privati sono facilitate attraverso società come Rainmaker Securities. L’amministratore delegato dell’azienda, Greg Martin, ha osservato come in corso vi sia “un afflusso di persone licenziate che cercano di vendere le loro azioni, essendo altamente motivate”. Per questo il prezzo delle azioni sta avendo “un calo dal 30% all’80% rispetto a un anno fa”, ha aggiunto Martin.

 

Start-up: come si è ridotto il valore delle azioni

Alcune delle principali fintech come Klarna, Chime e Stripe, il gruppo di e-commerce Instacart e il gruppo di consegne autonome Nuro, hanno tagliato dal 10% al 30% la loro forza lavoro a partire da inizio novembre, seguendo le orme delle big tech come Meta Platforms e Amazon. Queste mosse, spingendo l’aumento delle vendite delle azioni, hanno indirizzato verso il basso la valutazione delle start-up. Le preoccupazioni che ne sono derivate stanno allontanando i venture capitalist dalle aziende, per cui queste stanno evitando di raccogliere fondi per il timore di dover accettare una valutazione troppo bassa rispetto alle potenzialità.

Allo stesso tempo, le vendite nei mercati secondari privati delle azioni è cosa tutt’altro che facile, in quanto tali mercati sono diventati molto illiquidi, complicando la possibilità di trovare un prezzo equo per i titoli. Secondo i dati di Rainmaker, le azioni della società di intelligenza artificiale Anduril, sostenuta dal Founders Fund di Peter Thiel e Andreessen Horowitz, a novembre erano scambiate a 16,95 dollari, mentre otto mesi prima valevano 31,50 dollari. Anche le azioni di Chime Bank, sostenuta da SoftBank, hanno perso circa il 25% del valore che avevano ad agosto 2021, quando la società era valutata 25 miliardi di dollari. Ora, il titolo scambia a 60 dollari per azione nei mercati secondari privati.

 

I problemi creati dalle mancate IPO

Per vendere azioni, considerando il forte ridimensionamento che le società hanno subito in termini di valutazione, i gruppi tecnologici hanno creato programmi di liquidità strutturati per i dipendenti, dal momento che c’è stato un crollo delle IPO. Secondo Kevin Swan, specialista in mercati privati presso la divisione di soluzioni finanziarie nei posti di lavoro di Morgan Stanley, le aziende che avevano pianificato di diventare pubbliche nel 2022 “stanno cercando di trovare opzioni di prestito o vendere azioni nei mercati secondari”.

I lavoratori e gli investitori si aspettavano di incassare i loro soldi attraverso le IPO quest’anno, ha osservato Swan, ma sono stati costretti a muoversi in maniera diversa mettendo sotto pressione le start-up. I problemi sul prezzo che ne derivano significano che alcune società sono arrivate al punto di limitare le vendite di azioni secondarie per i dipendenti esistenti, ha rilevato Glen Kernick, leader della Silicon Valley di Kroll, che fornisce servizi di valutazione alle start-up.

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Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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