Nella storia dell’esplorazione spaziale c’è una data che potrebbe segnare l’inizio di una nuova era: quella di venerdì 3 luglio 2026. Alle 10:36 del mattino, ora italiana – le 8:36 di sera nelle Isole Marshall – dall’atollo di Kwajalein, nel mezzo dell’Oceano Pacifico meridionale, è infatti decollata la prima missione americana di salvataggio orbitale della storia. Il suo obiettivo? Raggiungere, agganciare e letteralmente sollevare il Neil Gehrels Swift Observatory, lo storico telescopio spaziale della Nasa che, lanciato nel 2004 per dare la caccia ai lampi di raggi gamma – le esplosioni più potenti dell’universo – sta lentamente ma inesorabilmente precipitando verso la Terra.
In questo articolo:
- Il salvataggio orbitale di Katalyst
- Chi è e cosa fa Katalyst
Il salvataggio orbitale di Katalyst
Protagonista dell’operazione è LINK, un veicolo spaziale robotico costruito dalla startup Katalyst Space Technologies, che ha raggiunto l’orbita a bordo di un razzo Pegasus XL di Northrop Grumman. Un lancio, quest’ultimo, tutt’altro che convenzionale: il razzo è stato infatti sganciato a circa 40mila piedi di altitudine (circa 12mila metri) dalla pancia dello Stargazer, il leggendario aereo L-1011 modificato della stessa Northrop Grumman, per poi accendere i propri motori e portare il satellite direttamente nell’orbita di Swift. Il decollo, peraltro, è arrivato dopo diversi rinvii dovuti al maltempo e a un problema software che giovedì aveva costretto ad annullare un primo tentativo di lancio.
Ma perché la Nasa ha bisogno di salvare Swift? La risposta sta nel Sole. Come spiegato dall’agenzia spaziale americana, l’atmosfera terrestre genera un attrito che riduce gradualmente l’altitudine dei veicoli in orbita bassa privi di sistemi di propulsione, e la recente intensa attività solare – con il picco del ciclo undecennale raggiunto nel 2024 – ha amplificato questo effetto, facendo decadere l’orbita del telescopio più rapidamente del previsto. Non solo. Swift non è dotato di propulsori propri e non è mai stato progettato per essere riparato o assistito in orbita, tanto che dallo scorso febbraio la Nasa ha spento gli strumenti scientifici dell’osservatorio proprio per rallentarne la discesa.
Se non si interviene entro ottobre, quando il telescopio scenderà sotto la soglia critica di circa 300 chilometri di altitudine, il destino di Swift sarà segnato: un rientro incontrollato nell’atmosfera terrestre entro la fine dell’anno. Ecco perché, adesso, LINK dovrà prima acquisire il segnale e completare i controlli di sistema, poi trascorrere alcune settimane a studiare il telescopio per identificare i punti di presa ottimali e, infine, afferrarlo con i suoi tre bracci robotici per riportarlo, grazie a tre propulsori a ioni e nell’arco di due-tre mesi, alla quota originaria di circa 600 chilometri. Un’operazione che, se tutto andrà secondo i piani, potrebbe riportare Swift all’attività scientifica già a settembre, allungandone la vita operativa di diversi anni.
Chi è e cosa fa Katalyst
Fondata nel 2020 e con sede a Flagstaff, in Arizona, Katalyst Space Technologies è una startup specializzata nei servizi di manutenzione satellitare in orbita che, nell’aprile del 2025, ha accelerato la propria crescita acquisendo Atomos Space. Ma è con il contratto firmato con la Nasa nel settembre dello scorso anno che la società ha conquistato i riflettori: appena 30 milioni di dollari – comprensivi del costo del lancio – e meno di un anno di tempo per progettare, costruire, testare e lanciare LINK.
Una sfida che la stessa agenzia spaziale americana considerava quasi impossibile, ma che rappresenta anche un cambio di paradigma: dopo la cancellazione nel 2024 della missione interna OSAM-1 a causa dei costi fuori controllo, la Nasa ha infatti scelto di affidarsi a un operatore privato per una capacità mai dimostrata prima da un veicolo americano. Basti pensare che, finora, solo la Cina ha portato a termine un’operazione simile, spostando nel 2022 un satellite verso un’orbita cimitero. Un dettaglio, quest’ultimo, tutt’altro che secondario anche sul piano geopolitico. “Lo U.S. Space Command tiene molto a questa missione, perché in ultima analisi si tratta di un elemento centrale della superiorità spaziale”, ha infatti dichiarato a Reuters il ceo di Katalyst, Ghonhee Lee.
Del resto, per Katalyst il salvataggio di Swift non è un punto di arrivo, ma il trampolino di lancio verso un vero e proprio business della riparazione spaziale. La startup sta già sviluppando NEXUS, un veicolo di servizio di nuova generazione destinato all’orbita geostazionaria e atteso al debutto nel 2027, capace di raggiungere satelliti fino a circa 36milzchilometri di quota. E nel mirino c’è anche un obiettivo ben più celebre: il telescopio spaziale Hubble che, proprio come Swift, sta perdendo quota a causa dell’attività solare e potrebbe ricevere una spinta salvavita da Katalyst nel 2028. La visione di lungo periodo di Lee, d’altronde, è ancora più ambiziosa: centinaia di robot in orbita in grado non solo di riparare e sollevare satelliti, ma anche di rifornirli di carburante e di costruire infrastrutture spaziali come centrali solari e data center. Perché se LINK riuscirà davvero ad afferrare Swift, non avrà salvato soltanto un telescopio: avrà dimostrato che nello spazio, da oggi, nulla è più necessariamente perduto.









