La storia dei Bowie Bond rappresenta un unicum particolarmente significativo nel mondo del trading musicale: sono uno dei primi esempi di obbligazioni che utilizzano la proprietà intellettuale come garanzia sottostante. La discografia dell’artista inglese, scomparso per un tumore al fegato il 10 gennaio 2016 all’età di 69 anni, è spalmata nell’arco di quattro decenni e piena di album che hanno contribuito a rimodellare il rock, il pop e l’elettronica.
È al 1997, l’anno d’uscita di Earthling, che risale il pionieristico investimento in celebrity bond legati al genio del Duca Bianco. Prodotto con Reeves Gabrels e Mark Plati, influenzato dall’elettronica e dall’industrial, Earthling è il 21esimo studio album di David Bowie. Prima di allora, il cantante ha realizzato dischi storici, da Hunky Dory e The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars a Let’s Dance e Outside, e disseminato rarità e brani sperimentali in ristampe, raccolte, colonne sonore e lati B di singoli. Un patrimonio prezioso, messo a frutto emettendo obbligazioni dal valore legato ai diritti d’autore.
In questo articolo:
- Cosa sono i Bowie Bond e chi li ha lanciati
- Il rendimento e il rating di Moody’s
- Celebrity bond: le scommesse sui diritti dei cataloghi
Cosa sono i Bowie Bond e chi li ha lanciati
I Bowie Bond sono una forma particolare di celebrity bond, ovvero titoli obbligazionari emessi da un artista famoso (in questo caso un musicista come Bowie), titolare dei diritti di proprietà intellettuale della sua opera, sui quali permette ai risparmiatori di poter investire. In cambio, gli investitori che acquistano questi prodotti ottengono il diritto di riscuotere lo sfruttamento futuro dei diritti d’autore. Nel 1997 Bowie è ancora titolare dei diritti su tutte le sue opere e conta su una discografia imponente: 21 album, tre live, due dischi con i Tin Machine, tre colonne sonore, svariate compilation e numerosi singoli.
“Nei prossimi dieci anni il mondo della musica subirà una trasformazione radicale che lo cambierà rispetto a come lo conosciamo oggi, e nulla può arrestare questa rivoluzione – racconta Bowie in un’intervista concessa nel 2002 al New York Times –. Per esempio sono convinto che sparirà il concetto dei diritti d’autore, la stessa musica diventerà un servizio erogabile come fosse acqua o elettricità. Quindi bisogna sfruttare questi pochi anni che rimangono”. Parole profetiche: due anni dopo arrivano Napster, le prime piattaforme di condivisione online e il terremoto digitale che sconvolge l’industria musicale tradizionale.
Consapevole di questa imminente metamorfosi, Bowie contatta il banchiere d’investimento californiano David Pullman, fondatore e amministratore delegato di The Pullman Group e specializzato in Abs (Asset-backed securities, titoli garantiti da attività) e prodotti finanziari innovativi. Chiamati inizialmente Pullman Bond, i Bowie Bond sono obbligazioni le cui cedole vengono pagate con i proventi attuali e futuri dei diritti su 25 album (287 canzoni) di David Bowie registrati tra il 1969 e il 1990. Emessi nel 1997, i bond legati alle royalty dell’artista inglese non finiscono sul mercato per piccoli risparmiatori ma vengono acquistati privatamente per 55 milioni di dollari dalla Prudential Insurance Company of America, gigante delle assicurazioni statunitense.
Il rendimento e il rating di Moody’s
Pullman diventa subito “l’uomo che vende le rockstar” e Bowie un pioniere anche nel mondo degli artisti che cercano di sfondare nella finanza. I Bowie Bond hanno un valore nominale di 1.000 dollari, una scadenza di dieci anni e un potenziale di rendimento più alto di un decennale del Tesoro dell’epoca. Non solo: pagano interessi del 7,9% e ottengono un rating A3 dall’agenzia Moody’s, che li considera prodotti piuttosto sicuri. Prudential riceve anche garanzie dalla Emi, la casa discografica di Bowie, che poco prima ha firmato un contratto da 30 milioni di dollari con il musicista.
I titoli sono self-liquidating, ovvero rappresentano un’operazione autoliquidante perché a periodo limitato: i proventi generati dai diritti sui dischi ripagano il capitale che diminuisce di anno in anno. Quando viene firmato l’accordo con Pullman, si calcola che l’intero catalogo combinato venda più di un milione di copie all’anno. Subito dopo la stipula, Bowie investe quanto guadagnato su se stesso e la propria musica: usa parte dei fondi raccolti per riacquistare i diritti di precedenti canzoni che erano rimaste di proprietà del suo ex manager.
Nei primi Duemila l’emergere degli mp3, l’idea di condividere musica gratuitamente, la possibilità di poter scaricare milioni di canzoni dal web e la concezione di fruizione sempre più liquida, producono un forte calo delle vendite. La pressione di Internet sull’industria discografica è così asfissiante che Moody’s declassa il rating dei Bowie Bond da A3 a Baa1, tre gradini sopra il territorio “junk” che segnala gli investimenti a maggior rischio di insolvenza. L’agenzia spiega che il downgrade è determinato da ricavi inferiori alle aspettative “a causa della debolezza delle vendite musicali”.
Celebrity bond: le scommesse sui diritti dei cataloghi
Nel 2007, a dieci anni dall’emissione, i Bowie Bond si esauriscono come da scadenza prefissata, ma i celebrity bond non smettono di esistere. La cartolarizzazione dei diritti di proprietà intellettuale di band e cantanti rappresenta un investimento stabile a lungo termine per investitori che colgono anche l’opportunità di possedere un “pezzo” della propria rockstar o popstar preferita. David Pullman ha legato il suo nome a Bowie, eppure è riuscito a ripetere l’operazione (con fortune alterne) con i Motown Bond (titoli obbligazionari legati agli incassi della storica etichetta fondata da Berry Gordy) e con i bond di artisti del calibro di James Brown, The Isley Brothers, Ashford & Simpson, Jake Hooker (il co-autore della hit I Love Rock ‘n’ Roll con Joan Jett) e Duane Hitchings, autore di canzoni portate al successo da Rod Stewart, Tupac Shakur e Kim Carnes.
Particolarmente interessanti sono i casi dei bond piazzati sul mercato da Bob Dylan e Neil Diamond (ma l’offerta del 2011 da parte di Goldman Sachs viene rinviata e infine annullata a causa dello scarso interesse degli investitori), da Michael Jackson e Marvin Gaye (dietro c’è Parviz Omidvar, discusso competitor di Pullman e presidente di Music Royalty Consulting), da Ray Charles, Adele e Iron Maiden. Nel caso dei Maiden, è il 1999 quando il gruppo metal britannico emette obbligazioni per un valore di 20 milioni di sterline. I titoli si basano sui diritti dei dischi incisi a partire dall’album omonimo del 1980 con Paul Di’Anno alla voce.
Negli ultimi anni sono il private equity e i colossi dell’industria musicale a scommettere sui diritti dei cataloghi. Nel 2018 Hipgnosis Songs Fund di Merck Mercuriadis e Blackstone Group acquistano in joint venture le library di Leonard Cohen, Nile Rodgers, Justin Timberlake e Nelly Furtado. Nel 2022 KKR Credit emette celebrity bond per 732 milioni garantiti dalle royalties di artisti come Childish Gambino, Lorde e The Weeknd, mentre Apollo Global Management acquista il catalogo di Luis Fonsi, il cantante portoricano della hit Despacito.
Tra il 2001 e il 2024, infine, Sony compra i diritti di tre vasti e significativi cataloghi musicali: quelli di Bruce Springsteen per 500 milioni di dollari, di Bob Dylan (dopo l’intesa del premio Nobel con Universal per i testi) per una cifra tra i 150 e i 200 milioni e dei Pink Floyd per un importo vicino ai 400 milioni. Per quest’ultima vendita, l’operazione è particolarmente complessa perché la formazione inglese capitanata da Roger Waters, David Gilmour e Nick Mason cede i diritti di registrazione, ma non la scrittura delle canzoni e mantiene sempre l’ultima parola in merito all’utilizzo commerciale della loro musica.









