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Sugar tax: cos’è, come funziona e perché fa discutere

Un bicchiere di cola con ghiaccio

In un emendamento al Decreto legge n. 39 del 29 marzo 2024 sulle agevolazioni fiscali e i bonus edilizi (il decreto Superbonus), il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha anticipato l’introduzione in Italia della cosiddetta sugar tax, scatenando una bagarre all’interno della maggioranza di governo. Una norma controversa e divisiva che ha un forte impatto nel mondo degli investimenti (non soltanto per le imprese che operano nel settore del cibo e bevande) e spacca la politica tra favorevoli e contrari. Ma cosa si intende di preciso quando si parla di tassa sulle bibite zuccherate?

 

Sugar tax: cos’è la tassa sulle bibite

Presente con soluzioni molto diverse in numerosi Paesi (ad oggi se ne contano oltre cento, tra i quali gli Stati Uniti e il Canada, la Francia, il Regno Unito, il Messico, l’India, Singapore e le Filippine) e supportata dall’OMS (l’Organizzazione Mondiale della Sanità) per proteggere la salute dei cittadini, la sugar tax è l’imposta sulle bevande zuccherate come la cola, l’aranciata, la limonata, la cedrata, la gazzosa, il chinotto, l’acqua tonica, gli energy drink e così via. In queste bibite l’acqua naturale o gassata è quasi sempre addizionata ad aromi e sostanze dolci come lo zucchero e i dolcificanti, che forniscono solo calorie e un rapido picco della quantità di trigliceridi che circolano nel sangue.

L’obiettivo della sugar tax è scoraggiare il consumo di bevande ad elevato contenuto di zuccheri tramite l’aumento del prezzo e spingere le aziende a riformulare i prodotti per contrastare i tassi crescenti di obesità (soprattutto infantile), le patologie cardiache e l’epidemia di diabete che colpisce milioni di persone, anche giovani. La tassa si applica ad una vasta gamma di bibite: non solo quelle gassate, ma anche i succhi di frutta, i tè e tutti quei prodotti con zucchero aggiunto. Gli incassi generati dalla tassazione vengono investiti nella spesa pubblica, in ricerca e in campagne di educazione alimentare per favorire una maggiore consapevolezza su scelte più salutari.

 

Come funziona la sugar tax

Il modello della sugar tax italiana è quello inglese: un aumento medio della pressione fiscale, stimato del 28% per litro. Nella fase iniziale l’imposta è pari a 5 euro per ettolitro (5 centesimi per litro) per i prodotti finiti e a 0,13 euro per chilogrammo per i prodotti diluiti. A pieno regime, diventa di 10 euro per ettolitro (10 centesimi per litro) e di 0,25 euro per chilogrammo. I soggetti obbligati a rispettare il provvedimento sono le imprese del settore (anche quelle non residenti nel territorio nazionale) e i soggetti per conto dei quali le bevande edulcorate sono ottenute dal fabbricante o dall’esercente dell’impianto di condizionamento.

Le sostanze edulcoranti ad alto potere dolcificante vanno da aspartame e destrosio a sucralosio e taumatina. Le bevande con meno di 25 grammi di zuccheri e quelle edulcorate per esigenze nutrizionali sono esonerate. Chi non rispetta la sugar tax incappa in sanzioni. Il mancato pagamento della tassa è punito con una multa dal doppio al quintuplo dell’importo evaso da versare per una cifra non inferiore ai 250 euro; se il pagamento avviene in ritardo, si applica una percentuale del 25%. In caso di dichiarazione tardiva, la sanzione amministrativa è da 250 a 2.500 euro.

In Europa la sugar tax è già presente in Belgio, Estonia, Finlandia, Francia, Irlanda, Norvegia, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Svezia e Ungheria. In Italia la prima proposta di legge risale al 2018, quando la SID (Società Italiana di Diabetologia) e varie società mediche inviano all’allora ministra della Salute, Giulia Grillo, un appello e una lettera aperta per chiedere l’istituzione della tassa. L’iniziativa viene approvata nel 2019 ma posticipata più volte fino ad oggi: inizialmente prevista per il 2026, l’entrata in vigore è fissata per il 1° luglio 2024, anche se due sub-emendamenti potrebbero riportare l’attivazione dell’imposta al 30 giugno 2026. Tuttavia, l’impalcatura e l’operatività della norma generano tensioni e polemiche sia nella politica che nelle industrie del settore.

 

Perché la sugar tax fa discutere

È dal 2016 che l’OMS chiede a tutti i Paesi del mondo di imporre una tassa sulle bevande con zuccheri aggiunti per far aumentare i prezzi almeno del 20% e scoraggiarne i consumi. L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che a livello globale oltre 8 milioni di persone muoiono ogni anno a causa di una dieta non sana. Adottare un’accisa sullo zucchero aggiunto alle bibite aiuterebbe a evitare 21 milioni di morti nel giro di 50 anni e produrrebbe quasi 17 trilioni di dollari di entrate aggiuntive.

Oltre che sulla reale efficacia della misura, l’introduzione della sugar tax in Italia sta generando un intenso scontro politico perché le previsioni sul suo impatto sull’economia e sull’occupazione sono discordanti. L’intera filiera delle bevande analcoliche, che sta già riducendo l’uso di zucchero, è contraria all’imposta, definita “inutile e dannosa”. “Questa scelta rappresenta una doccia fredda dopo le ripetute dichiarazioni sul non voler vessare le imprese e le rassicurazioni date al comparto anche nelle ultime settimane sul tema”, dichiara in una nota Giangiacomo Pierini, il Presidente di Assobibe, l’Associazione nazionale di categoria che rappresenta le imprese del settore.

Il comparto delle bevande analcoliche è composto per il 64% da PMI. Secondo queste aziende, la sugar tax frena la crescita invece di sostenere i consumi e aiutare la competitività. Uno studio affidato da Assobibe a Nomisma prevede che l’introduzione dell’imposta e il conseguente aumento dei prezzi (che si aggiunge al peso generato dall’inflazione) comporterà una flessione degli investimenti per oltre 46 milioni di euro e una contrazione del -16% delle vendite, con ripercussioni negative su ogni anello della filiera, a monte e a valle della fase di imbottigliamento.

I conseguenti tagli agli investimenti potrebbero mettere 5.000 posti di lavoro a rischio. Non solo: il calo delle commesse per gli approvvigionamenti delle materie prime (provenienti da tutto il territorio nazionale) è calcolato in -400 milioni di euro. Assobibe aggiunge che “la tassa sul sapore dolce che colpisce solo le bevande analcoliche, con e senza zucchero”, non porterà benefici significativi alla salute delle persone “ma solo un impatto critico per i consumatori, le imprese e i loro lavoratori”.

L’Associazione, infine, fa notare che in Italia si registrano i consumi più bassi d’Europa per le cosiddette SSB (sugar-sweetened beverages, le bibite zuccherate) e i soft drink, anche se una recente analisi della Friedman School of Nutrition fa segnare un aumento del +16% dei consumi globali negli ultimi 28 anni, a seconda dell’area geografica e dell’istruzione. L’Italia si posiziona nella fascia che consuma dalle 1,5 alle 3,5 porzioni (pari a 236 millilitri) a settimana di bevande zuccherate, che siano soft drink, limonate, energy drink, succhi e bibite analcoliche a base di frutta. La richiesta di Assobibe al governo è uno slittamento dell’entrata in vigore della tassa di almeno 6 mesi: la norma “necessita di tempo per poter implementare tutti gli adattamenti burocratici necessari, parliamo di oltre 70 procedure aggiuntive”.

AUTORE

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Alessandro Zoppo

Ascolta musica e guarda cinema da quando aveva 6 anni. Orgogliosamente sannita ma romano d'adozione, Alessandro scrive per siti web e riviste occupandosi di cultura, economia, finanza, politica e sport. Impegnato anche in festival e rassegne di cinema, Alessandro è tra gli autori di Borsa&Finanza da aprile 2022 dove si occupa prevalentemente di temi legati alla finanza personale, al Fintech e alla tecnologia.

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