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Tassazione delle rendite finanziarie e capital gain: cosa devi sapere

Il calcolo della tassazione delle rendite finanziarie

Il sistema della tassazione sui redditi di capitale, meglio noti nel mondo degli affari come rendite finanziarie, è da anni al centro delle riforme del Fisco. La normativa attualmente in vigore prevede uno spettro che riconosce ai titoli di Stato (e ad altri strumenti obbligazionari glocal) un’aliquota speciale del 12,5% e sale fino al 26% per le plusvalenze di investimenti, dividendi staccati dalle azioni e fondi di investimento. Negli ultimi tempi si ragiona da più parti su un’evoluzione progressiva del sistema verso un modello duale, con un’aliquota transitoria che scenderebbe di 11 punti percentuali dal 26 fino al 15%. Ma come funziona di preciso la tassazione delle rendite finanziarie? Ecco tutto quello che c’è da sapere sul capital gain e il regime fiscale che lo regola.

 

Tassazione delle rendite finanziarie: come funziona

Le rendite finanziarie sono riconducibili a redditi da capitale (interessi da mutui, depositi e conti correnti, proventi da obbligazioni e da partecipazioni in fondi comuni di investimento, utili da partecipazioni in società di capitali) e redditi diversi (plusvalenze immobiliari, da cessioni di partecipazioni e di titoli). Il capital gain è il guadagno in conto capitale: in sostanza, è il termine tecnico che indica una plusvalenza realizzata dalla compravendita di uno strumento finanziario come titoli azionari, valute, obbligazioni e titoli di Stato, quote societarie, opzioni e futures, ETF e fondi comuni di investimento.

L’articolo 5 della legge n. 448 del 28 dicembre 2001 definisce il capital gain come “la differenza tra prezzo di emissione e prezzo di rimborso, ovvero una plusvalenza costituita dalla differenza tra il prezzo percepito all’atto della cessione della partecipazione e il costo d’acquisto al lordo degli oneri accessori. Ad esclusione degli eventuali interessi passivi, o il valore rideterminato in caso di rivalutazione delle partecipazioni stesse”.

 

I regimi di tassazione sui redditi di capitale

Il capital gain è la base imponibile per la tassazione delle rendite. Le categorie che devono tassarlo sono le persone fisiche residenti in Italia, gli enti non commerciali, le società semplici e i soggetti non residenti di qualunque natura. Per chi esercita attività di impresa, non è prevista la tassazione dei guadagni di capitale: nel caso del regime di impresa, le plusvalenze scontano l’IRPEF o l’IRES, a seconda del regime fiscale applicato. La tassazione delle rendite si divide in tre regimi:

  • dichiarativo;
  • amministrato;
  • gestito.

 

Nel regime dichiarativo, l’investitore provvede in proprio a conteggio, pagamento e inserimento in dichiarazione dei redditi delle imposte e riceve sul suo deposito titoli i proventi lordi derivanti dalla vendita, senza ritenute di imposta. Nel regime amministrato, la tassazione è a carico dell’intermediario (un broker, un fondo, una banca) che fa da sostituto di imposta e addebita direttamente sul conto corrente dell’investitore le tasse relative ai guadagni (calcolate solo sulle plusvalenze) dovute al Fisco, garantendo così l’anonimato del contribuente. Nel regime gestito, l’investitore affida la gestione patrimoniale ad un intermediario specializzato (una banca, un fondo comune, una società d’intermediazione) che applica l’imposta sostitutiva sul risultato netto della gestione maturato, sommando sia il capital gain che i redditi di capitale (interessi e dividendi).

 

Quanto si paga di tasse sul capital gain

La tassazione del capital gain si calcola dalla differenza tra il prezzo di vendita o rimborso (senza eventuali commissioni) e il prezzo di acquisto o sottoscrizione comprensivo di commissioni. Nel caso di azioni acquistate in più tranche, la tassazione si ottiene calcolando un prezzo medio in base alla media dei prezzi di ogni operazione d’acquisto, ponderata con le quantità.

L’aliquota sul capital gain è del 26%, come stabilito dal Decreto Legge n. 66 del 24 aprile 2014 entrato in vigore il 1° luglio dello stesso anno. Il codice tributo relativo a questa imposta è 1100 con il modello F24. La tassazione del capital gain al 26% si applica anche ai dividendi staccati dalle azioni, alle cessioni di partecipazioni societarie (qualificate e non qualificate) e agli ETF e fondi comuni di investimento, ad eccezione di quelli che contengono titoli di Stato. In questo caso, i dividendi pagano solo il 48,08% di quella aliquota. La ritenuta del 26% è attiva pure sui redditi di capitale derivanti dalla partecipazione agli Organismi di investimento collettivo del risparmio (OICR) e cala al 12,5% per i redditi su titoli del debito pubblico.

L’aliquota scende al 12,5% nel caso di capital gain sui titoli di Stato, che siano BOT, BTP, CCTeu e CTZ. Questo regime speciale di fiscalità agevolata al 12,5% si applica pure alle obbligazioni degli enti locali (i titoli emessi da regioni, province e comuni), ai bond internazionali di istituzioni ed entità sovranazionali come World Bank e BEI, alle obbligazioni degli Stati esteri che fanno parte della White List, ossia i Paesi che intrattengono un adeguato scambio di informazioni con l’Italia e dove è consigliato investire. Tra le rendite finanziarie escluse dall’aliquota fissa al 26% ci sono anche:

  • i fondi pensione INPS e le forme di pensione complementare: l’11,5% dell’imposta sostitutiva dovuta sul netto maturato;
  • i dividendi corrisposti da società “figlie” italiane a società “madri”: 5%;
  • gli interessi corrisposti da società italiane consociate di società europee nell’ambito della direttiva “Interessi e canoni”: esenti o 5%;
  • i proventi derivanti dalla partecipazioni in fondi per il venture capital: esenti in determinate condizioni;
  • i titoli di risparmio per l’economia meridionale: 5% sugli interessi e gli altri redditi da capitali;
  • gli utili distribuiti a società europee, diverse da quelle sotto il regime “madre-figlia”: 1,375%;
  • gli utili distribuiti ai fondi pensione europei e i risultati maturati di gestione dei fondi pensione di diritto nazionale: 11%.

 

Capital loss: deduzioni e recuperi

Il contrario del capital gain è il capital loss: la minusvalenza. La differenza fondamentale con la plusvalenza è appunto la perdita di capitale, ovvero la riduzione di redditività di uno strumento finanziario realizzata in seguito alla compravendita rispetto al prezzo di acquisto.

La minusvalenza genera un credito fiscale che è recuperabile sulle plusvalenze conseguite nello stesso anno oppure in futuro, nei quattro anni successivi e non oltre. L’importante è che il contribuente fornisca indicazioni precise nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo d’imposta nel quale sono state realizzate le minusvalenze.

Il capital loss, tuttavia, non può essere recuperato sempre. Non prevedono un credito fiscale le minusvalenze su tutti quegli strumenti finanziari che generano redditi da capitale:

  • ETF;
  • fondi comuni di investimento;
  • dividendi azionari;
  • interessi di conto corrente;
  • cedole di obbligazioni;
  • proventi di polizze e assicurazioni.

 

Le minusvalenze sono invece compensabili con strumenti finanziari che generano redditi diversi quali azioni, obbligazioni, ETC, ETN, certificates e futures.

AUTORE

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Alessandro Zoppo

Ascolta musica e guarda cinema da quando aveva 6 anni. Orgogliosamente sannita ma romano d'adozione, Alessandro scrive per siti web e riviste occupandosi di cultura, economia, finanza, politica e sport. Impegnato anche in festival e rassegne di cinema, Alessandro è tra gli autori di Borsa&Finanza da aprile 2022 dove si occupa prevalentemente di temi legati alla finanza personale, al Fintech e alla tecnologia.

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