Poste Italiane è il primo azionista di Telecom Italia. Il gruppo guidato da Matteo Del Fante ha acquistato il 15% della società di telecomunicazioni dalla francese Vivendi, arrivando al 24,81% del capitale sociale. L’operazione è stata conclusa a un prezzo di 0,2975 euro per azione, con un esborso totale di 684 milioni di euro. L’accordo è subordinato all’approvazione dell’Antitrust. Poste si era portata al 9,8% di Tim il mese scorso dopo uno scambio di partecipazioni con Cassa Depositi e Prestiti, che aveva acquisito il 3,8% detenuto dalla società di pacchi e corrispondenza in Nexi. Dopo la vendita delle azioni Tim, Vivendi manterrà una quota di minoranza del 2,51% nel capitale sociale della compagnia italiana.
Telecom Italia: cosa significa l’operazione di Poste
La transazione pone Poste Italiane a un passo dalla quota del 25% in Telecom Italia, oltre la quale scatterebbe per legge l’Opa obbligatoria. Tuttavia, il gruppo finanziario ha precisato che non intende imbarcarsi in una scalata totale su Tim. Si tratta invece di un investimento di natura strategica, fa sapere la società, con l’obiettivo di svolgere un ruolo di azionista industriale di riferimento nel lungo periodo, sfruttando le sinergie. Inoltre, Poste si propone di promuovere il consolidamento del settore delle telecomunicazioni in Italia. Non solo. Dal primo gennaio del 2026 Poste Mobile potrebbe iniziare a utilizzare la rete Tim, per sostituirla alla rete Vodafone. Altre sinergie potrebbero sancire una collaborazione a tutto campo, interessando i settori della telefonia, dei contenuti media, dei servizi finanziari, assicurativi e dei pagamenti, nonché i settori dell’energia. Tra poco, nel consiglio di amministrazione di Telecom Italia potrebbero essere annunciato kl’arrivo di esponenti di Poste Italiane.
Il riassetto farà sicuramente felice il governo italiano, che da un lato mira a creare un leader nazionale assoluto delle telecomunicazioni, dall’altro intende proteggere Tim dall’assalto di operatori stranieri. Al riguardo, Iliad e fondi di private equity avevano messo un occhio sulla compagnia guidata da Pietro Labriola dopo la vendita della rete fissa e il conseguente abbattimento del debito.
I 10 anni travagliati di Vivendi
La mossa di Poste ha un significato importante anche per Vivendi, che a questo punto esce di scena dalla sua avventura in Tim, seppur mantenendo una quota di minoranza. La società francese era entrata nel gruppo dell’ex-monopolista nel 2015 con una partecipazione del 15%, che poi ha incrementato fino al 23,94% nel marzo del 2016. Nelle scorse settimane l’azienda di Vincent Bolloré era scesa nel capitale, passando al 18,3%. Il crollo negli anni del prezzo del titolo Tim in Borsa ha portato in perdita l’affare di Vivendi, che ci ha rimesso circa 4 miliardi di euro.
Oltre che su quello economico, però, l’esperienza della società parigina di media e telecomunicazioni ha avuto risvolti travagliati anche sul versante politico, strategico e giuridico. Sul piano politico, nel 2017 Vivendi ha dovuto subire l’intervento a sorpresa del governo italiano con il golden power, che conferisce allo Stato poteri speciali per proteggere un asset considerato strategico per la nazione. Sotto il profilo strategico, ha dovuto assistere inerme alla vendita della rete fissa a un consorzio guidato dalla società di investimento statunitense Kkr, vendita alla quale si era opposta energicamente. Dal punto di vista giuridico, il ricorso contro il golden power di fronte al Consiglio di Stato e contro la vendita della rete al Tribunale di Milano si sono rivelati un salto nel vuoto.
C’è da dire che l’assoggettamento francese è stato pagato a caro prezzo da Telecom Italia. In un decennio, la compagnia telefonica è passata da quasi 20 miliardi di euro di fatturato, un reddito operativo di circa 7 miliardi di euro e un debito di 27,3 miliardi di euro a ricavi per 14,5 miliardi di euro, un ebitda di 3,7 miliardi e un debito di 7,3 miliardi (ridotto solo a seguito dell’incasso per la cessione della rete fissa).









