Dopo oltre dieci anni di discussioni, la Commissione europea potrebbe aver messo una pietra tombale sulla Tobin Tax comunitaria. Le diverse proposte legislative presentate non avevano alcuna possibilità di passare, secondo il braccio esecutivo dell’Unione europea. Ne ha parlato Il Fatto Quotidiano, sottolineando come il progetto non abbia fatto progressi negli anni, mentre alcuni Paesi, tra cui l’Italia, sono andati avanti per la loro strada introducendo la tassa.
In questo articolo:
- Tobin Tax: cos’è e come funziona
- Tobin Tax: perché è fallito il progetto europeo
- E l’Italia?
- Tobin Tax negli altri Paesi Ue
Tobin Tax: cos’è e come funziona
La Tobin Tax prende il nome dal premio Nobel per l’economia James Tobin che la propose nel 1972, da un lato per colpire tutte le transazioni sui mercati valutari con lo scopo di stabilizzarli, dall’altro di procurare entrate a favore della comunità internazionale. L’idea di fondo è tassare in modo minimo le operazioni finanziarie per ridurre la speculazione a breve termine, che spesso genera instabilità nei mercati dei cambi. Quindi non si tratta di una tassa che penalizza gli investimenti a lungo termine, ma di uno strumento che riduce gli incentivi alla speculazione veloce e ai movimenti finanziari aggressivi. Anche se l’obiettivo originario era applicare l’imposizione sulle transazioni valutarie, alcuni Paesi europei hanno introdotto versioni della Tobin Tax non solo sul Forex, ma anche su azioni, derivati e obbligazioni.
Tobin Tax: perché è fallito il progetto europeo
La Tobin Tax in Europa fu caldeggiata nel 2011, dopo lo scoppio della crisi del debito sovrano dei Paesi dell’area mediterranea. La proposta iniziale prevedeva un’aliquota minima comune dello 0,1% sui movimenti relativi ad azioni e obbligazioni e dello 0,01% sui derivati. Le operazioni dovevano riguardare le istituzioni finanziarie, con almeno una delle due parti contraenti avente sede in uno Stato membro dell’Unione europea. Il principio di base su cui si calcolava la tassazione era quello della residenza, in modo da colpire anche le transazioni spostate fuori dall’Europa. Secondo le stime iniziali, la tassa avrebbe generato un introito per l’Ue di 57 miliardi di euro all’anno.
Alcuni Paesi, come Regno Unito, Svezia e Lussemburgo, hanno osteggiato il progetto sin dall’inizio per diverse ragioni. Innanzitutto, i sistemi nazionali erano molto diversi e ciò rendeva difficile applicare una tassa comune. In secondo luogo, una Tobin Tax avrebbe potuto ridurre la liquidità dei mercati, aumentando il costo del capitale. Infine, c’era il pericolo di fuga dei capitali, con le transazioni che si sarebbero spostate verso Paesi che non applicavano la tassa, riducendone così l’efficacia. Alla fine, non si è trovata una soluzione condivisa tra i governi per attuare una misura convincente per tutti.
Secondo Mikhail Maslennikov, policy advisor sulla giustizia economica di Oxfam Italia, sentito da Il Fatto QuotidianoIl Fatto Quotidiano, questa potrebbe essere un’occasione persa, in quanto “sancirebbe l’incapacità dei governi Ue di mettersi in sintonia con le istanze dei propri cittadini”. A suo avviso, la Tobin Tax “aiuterebbe a contrastare pratiche speculative sui mercati finanziari e, se disegnata in modo ambizioso, genererebbe cospicue risorse da destinare a soddisfare crescenti bisogni sociali, alla lotta contro il cambiamento climatico e alla solidarietà internazionale”.
E l’Italia?
Alcuni membri del blocco, nel frattempo, sono andati avanti da soli, a partire dall’Italia. Nel 2013, il governo Monti ha introdotto la tassa sulle transazioni finanziarie su azioni italiane e derivati su azioni. La prima classe di attività è stata colpita da un’aliquota dello 0,1%, mentre gli strumenti derivati sono stati gravati da un prelievo dello 0,2%. Tuttavia, occorre tenere presenti dei limiti ben definiti:
- la tassa riguarda solamente le azioni emesse da società con capitalizzazione superiore a 500 milioni di euro;
- a differenza dei derivati, il prelievo sulle azioni va applicato solo sulle operazioni di acquisto; se si vendono azioni allo scoperto, l’aliquota andrà calcolata sull’importo sborsato nel momento in cui si riacquista;
- per le azioni, si calcolano solo le operazioni multiday e non quelle intraday;
- la tassa non riguarda le società estere o quelle italiane con sede legale all’estero e non comprende le transazioni effettuate tramite broker market maker.
Il gettito stimato è di circa 400 milioni di euro all’anno.
Tobin Tax negli altri Paesi Ue
L’anno prima, la Francia aveva stabilito una tassa sulle transazioni di azioni di società nazionali con capitalizzazione superiore a 1 miliardo di euro, con un’aliquota dello 0,3% per ogni acquisto di azioni, ma non sulla vendita. Lo stesso anno, il Belgio ha colpito l’acquisto e la vendita di azioni belghe, obbligazioni e derivati, con un’aliquota che varia tra lo 0,12% e lo 0,35% a seconda dello strumento. Nel 2011 era stata l’Austria a introdurre una tassazione simile su azioni e derivati, anche se poi l’ha modificata. Altri Paesi con forme di Tobin Tax sono Grecia, Portogallo, Slovacchia e Slovenia. Altri ancora, come la Germania, hanno discusso della tassa ma non l’hanno implementata.








