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UBS-Credit Suisse: ecco chi vince e chi perde dalla fusione

UBS-Credit Suisse: ecco chi vince e chi perde dalla fusione

UBS e Credit Suisse hanno siglato un accordo storico di fusione in questo fine settimana, sperando di porre fine alle turbolenze nel mercato bancario svizzero e anche europeo. Grazie anche alla mediazione da parte delle autorità di regolamentazione, le due più grandi banche elvetiche hanno stabilito che UBS acquisterà le azioni Credit Suisse a 0,76 franchi svizzeri, il che comporterà un esborso di 3 miliardi di franchi.

L’offerta è in pratica il triplo di quella di una settimana prima di 25 centesimi per un valore complessivo di 1 miliardo di franchi, ma che era stata respinta dal Consiglio di amministrazione della banca guidata da Ulrich Koerner. Adesso si è cercato di evitare che il sistema potesse collassare, nell’interesse di tutti. Soprattutto con le dovute garanzie a UBS da parte della Swiss National Bank e del governo svizzero. A conti fatti, il sostegno statale e delle autorità monetarie per tamponare le falle potrebbe ammontare complessivamente a 260 miliardi di franchi, pari a circa un terzo del PIL della Svizzera.

 

Fusione UBS-Credit Suisse: vincitori e perdenti

La fusione tra UBS e Credit Suisse ha rilasciato vincitori e soprattutto perdenti, perché alla fine il sacrificio da sopportare sarà rilevante. Tra i vincitori risulta probabilmente UBS, che vedrà la sua attività di asset management spiccare il volo. Il patrimonio investito infatti potrebbe salire fino a 5.000 miliardi di dollari, con l’incorporazione degli asset di Credit Suisse. Allo stesso tempo la più grande banca del paese avrà un sostegno da 56 miliardi franchi per coprire eventuali svalutazioni, una garanzia di copertura delle perdite da parte del governo per 9 miliardi di franchi e l’assicurazione dal default. Tra l’altro, la banca potrà accedere a una linea di credito da 100 miliardi di franchi messa a disposizione dalla Banca centrale svizzera.

Tra i perdenti figurano gli azionisti. A parte il fatto che UBS sospenderà il riacquisto delle azioni, mentre sarà ancora impegnata in un dividendo progressivo, gli investitori di Credit Suisse perdono denaro. La Banca Nazionale Saudita, che ha una partecipazione del 9,88%, ha comunicato di aver perso 1,1 miliardi di franchi da quando ha acquistato la sua quota in occasione dell’ultimo aumento di capitale di Credit Suisse da 4 miliardi di franchi. La sua partecipazione ha perso clamorosamente di valore in questi mesi per via delle problematiche della banca, ma è naufragata dopo l’annuncio di fusione, con le azioni Credit Suisse che oggi alla Borsa di Zurigo sono arrivate a cancellare oltre il 60% di capitalizzazione durante la giornata di contrattazione.

Gli altri grandi perdenti risultano gli obbligazionisti AT1 (Additional Tier1), con la Finma che ha ordinato l’annullamento del valore dei bond. Una decisione storica, per quanto controversa, quella dell’autorità di regolamentazione finanziaria svizzera, visto che normalmente sono prima gli azionisti a sopportare le perdite rispetto agli obbligazionisti. La svalutazione complessiva ha raggiunto una quota di oltre 16 miliardi di franchi svizzeri.

I contribuenti svizzeri rappresentano un’altra categoria di soggetti a pagare dazio dalla combinazione tra le due banche. Quantunque il ministro delle Finanze Karin Keller-Sutter abbia precisato che non si tratta di un salvataggio, ma di una soluzione commerciale, il governo svizzero si è impegnato nei confronti di UBS a fornire garanzie a suon di miliardi. Da dove arriveranno questi soldi? Ovviamente dalle tasche dei cittadini, se si dovesse presentare la necessità di un intervento monetario.

L’ultimo grande perdente sarà Ulrich Koerner, amministratore delegato di Credit Suisse, che dovrebbe fare le valigie dopo l’integrazione dell’istituto da lui guidato con UBS. Quando ha assunto l’incarico la scorsa estate alla guida della banca con sede a Zurigo, ha delineato un piano per ridurre il rischio e le perdite, concentrandosi maggiormente sulla gestione patrimoniale e sull’investment banking più performante. Il programma tuttavia è fallito, con l’epilogo che è sotto gli occhi di tutti. È normale che sia proprio l’amministratore delegato a pagare.

AUTORE

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Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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