ZondaCrypto è al centro di una crescente crisi di liquidità. Un caso che inevitabilmente a una dinamica già vista nella storia recente delle criptovalute: una crescita costruita sulla fiducia, amplificata dal marketing e sostenuta da un contesto regolamentare ancora incompleto, che improvvisamente si scontra con la durezza dei numeri. E i numeri sono difficili da ignorare.
In questo articolo:
- ZondaCrypto e l’Italia
- I segnali della crisi
- Zondacrypto e i flussi
- I problemi riscontrati dagli utenti
ZondaCrypto e l’Italia
Affermatosi negli anni come il principale exchange di criptovalute di origine polacca, arrivando a dichiarare circa un milione di utenti registrati, Zondacrypto vanta una presenza significativa anche in Italia, dove gli utenti rappresentano il secondo gruppo nazionale per dimensione. Un’esposizione costruita attraverso una strategia molto chiara: investire massicciamente in visibilità, in particolare nel mondo dello sport.
Il marchio è diventato familiare al pubblico italiano grazie alle partnership con l’Atalanta, dove compare come sleeve partner, con il Bologna, in qualità di top partner e official crypto exchange, con il Parma Calcio come official partner e, nella stagione precedente, con la Juventus. A queste collaborazioni si aggiungono iniziative nel ciclismo, come la presenza al Giro d’Italia, e l’utilizzo di brand ambassador di alto profilo. Il risultato è stato un posizionamento che, agli occhi dell’utente medio, suggerisce solidità, continuità e affidabilità.
I segnali della crisi
Sul piano operativo sono però iniziati a emergere segnali non proprio positivi. Dall’analisi condotta da Recoveris sui wallet operativi dell’exchange, nel periodo compreso tra maggio 2024 e aprile 2026, è stato identificato un cluster ben definito di hot wallet Bitcoin riconducibili a ZondaCrypto. Si tratta dei portafogli utilizzati per la gestione della liquidità quotidiana e, soprattutto, per l’esecuzione dei prelievi degli utenti.
Il dato centrale è la variazione del saldo medio. Nell’agosto 2024, questi wallet detenevano mediamente circa 55,7 Bitcoin. A marzo 2026, la media è scesa a 0,18 Bitcoin. La riduzione, calcolata in termini percentuali, è pari al 99,7%. Non si tratta di una fluttuazione marginale, né di una dinamica compatibile con una semplice riallocazione operativa di breve periodo. Per dare un ordine di grandezza, significa che per ogni 1.000 bitcoin disponibili nei wallet operativi nel 2024, nel 2026 ne rimanevano meno di 3.
Un confronto con altri operatori europei di dimensioni analoghe o inferiori a Zondacrypto rafforza ulteriormente la rilevanza del dato. Exchange comparabili mantengono tipicamente saldi significativamente più elevati nei propri hot wallet, proprio per garantire la continuità operativa dei prelievi. È vero che una parte consistente delle riserve può essere detenuta in cold storage, ma proprio per questo la prassi di mercato prevede, sempre più spesso, la pubblicazione di una Proof of Reserves verificabile.
Ed è qui che emerge una seconda anomalia. Il ceo di ZondaCrypto, Przemysław Król, ha dichiarato pubblicamente che la piattaforma disporrebbe di oltre 4.500 Bitcoin in riserve complessive. Tuttavia, questa affermazione non è stata accompagnata da alcuna prova verificabile on-chain, cioè basata su dati pubblici della blockchain. Non sono stati pubblicati gli indirizzi dei wallet, né è stata fornita una dimostrazione crittografica della copertura dei depositi dei clienti. In un contesto tecnologico in cui questa operazione è relativamente semplice e già adottata da diversi concorrenti, la scelta di non procedere in tal senso assume un peso specifico rilevante.
Zondacrypto e i flussi
Accanto alla riduzione delle riserve operative, un altro elemento chiave riguarda i flussi in uscita. Tra dicembre 2025 e aprile 2026 sono state identificate 511 transazioni da un indirizzo riconducibile a ZondaCrypto verso un indirizzo di deposito associato a Kraken, uno dei principali exchange globali. Il valore complessivo di queste operazioni è stimato in circa 21,2 milioni di dollari, equivalenti a circa 76 milioni di złoty polacchi. Le transazioni sono state distribuite su più asset digitali e su sei diverse blockchain, il che suggerisce un’attività coordinata e non episodica.
La frequenza e la struttura di questi trasferimenti indicano una gestione attiva della liquidità, ma sollevano anche interrogativi sulla destinazione finale dei fondi e sulle motivazioni sottostanti. In assenza di comunicazioni dettagliate da parte dell’exchange, il mercato resta costretto a interpretare segnali indiretti. Ancora più articolato è il caso della transazione del 7 aprile 2026. In quella data, circa 1,15 milioni di Usdc sono confluiti su un hot wallet Ethereum di ZondaCrypto attraverso una sequenza di operazioni non lineare. Il percorso ricostruito mostra inizialmente uno swap (una coversione) da Usdt a Usdc effettuato tramite un exchange decentralizzato. Successivamente, i fondi sono stati trasferiti attraverso otto indirizzi intermedi, ciascuno utilizzato una sola volta, con intervalli di circa due minuti tra un passaggio e l’altro.
Questo schema, pur non costituendo una prova definitiva di comportamenti illeciti, è coerente con tecniche di layering, ossia pratiche utilizzate per rendere meno immediatamente tracciabile l’origine dei fondi. Un ulteriore dato quantitativo rafforza la rilevanza dell’episodio: circa il 67% di questi fondi è stato successivamente trasferito verso lo stesso indirizzo di deposito Kraken già coinvolto nelle precedenti transazioni. In termini assoluti, si tratta di circa 770.000 Usdc. Ma non è tutto.
I problemi riscontrati dagli utenti
Sul fronte degli utenti la situazione assume una dimensione ancora più concreta. Le prime segnalazioni di ritardi nei prelievi risalgono a dicembre 2025, inizialmente nel canale Telegram polacco della piattaforma. Nel tempo, queste segnalazioni sono aumentate sia in frequenza sia in consistenza. Le verifiche indipendenti effettuate da Recoveris offrono un riscontro diretto. Un prelievo di prova in Bitcoin è rimasto in stato “in attesa” per oltre 14 giorni, per poi essere annullato senza esecuzione. Considerando che una transazione Bitcoin standard viene normalmente confermata in un intervallo che varia da pochi minuti a qualche ora, il ritardo accumulato supera di ordini di grandezza le tempistiche fisiologiche del network.
Un secondo test, relativo a un prelievo in Ethereum avviato il 6 aprile 2026, risultava ancora in sospeso al 16 aprile, quindi dopo almeno 10 giorni. Anche in questo caso, il confronto con le tempistiche standard della rete Ethereum – generalmente comprese tra pochi secondi e qualche minuto- evidenzia una discrepanza significativa. Questi problemi non risultano confinati al mercato polacco. Anche utenti italiani hanno iniziato a segnalare difficoltà analoghe. In un caso documentato il 13 aprile, un utente ha evidenziato l’assenza di trasferimenti crypto da diversi giorni. La risposta ufficiale dell’exchange ha riconosciuto l’esistenza di ritardi, rimandando a una comunicazione pubblicata sui social.









