AI, la profezia “apocalittica” di Pignataro: “Addestriamo chi ci renderà superflui”

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Prima del controsorpasso firmato da Giovanni Ferrero, Andrea Pignataro era diventato secondo Forbes l’uomo più ricco d’Italia. Con un patrimonio stimato in 42,8 miliardi di dollari, il fondatore di Ion, gruppo di servizi e dati finanziari, non ha però un rapporto sereno con la nuova stagione dell’intelligenza artificiale. Ion non è quotata in Borsa, ma alcune sue obbligazioni sì e nelle ultime settimane hanno risentito del panico che a Wall Street ha bruciato circa 2 mila miliardi di capitalizzazione tra i titoli del software.

Tradizionalmente riservato, Pignataro ha scelto di intervenire con un saggio di nove pagine, “The Wrong Apocalypse”, in cui mette in guardia dal rischio che le aziende “stiano nutrendo gli stessi sistemi che stanno imparando a renderle superflue”, fino a evocare un possibile effetto a cascata sull’economia. Nel testo, la via d’uscita viene individuata, per paradosso, nella frammentazione del mercato e nelle regole europee.

 

In questo articolo:

 

  • La risposta ad Amodei e il panico da software
  • AI e software enterprise: il limite della sostituibilità
  • Adozione dell’AI, solo l’Europa ci salverà

 

La risposta ad Amodei e il panico da software

Il saggio nasce come replica a “L’adolescenza della tecnologia”, l’intervento del fondatore di Anthropic, Dario Amodei, che ha contribuito a innescare le vendite sui titoli delle società di software. Secondo Pignataro, la reazione è stata eccessiva. Alcuni strumenti di Claude, il modello di Anthropic, sono in grado di svolgere compiti oggi affidati a software o impiegati: scrivere codice, analizzare dati, redigere documenti. Il punto controverso riguarda il passo successivo, l’idea che agenti di questo tipo possano sostituire direttamente molte soluzioni SaaS utilizzate dalle imprese.

Amodei parla di un “Paese di geni in un datacenter” e indica la possibilità di colpire fino al 50% dei lavori impiegatizi di ingresso in un orizzonte di 1-5 anni. La lettura di mercato è stata lineare: se l’agente AI è in grado di fare quello che fanno gli utenti di determinate piattaforme, il modello di business di quelle piattaforme diventa sostituibile. Pignataro contesta questa equivalenza, pur non negando l’impatto della tecnologia, e concentra l’attenzione sulla natura dei software enterprise. Nel saggio li descrive come infrastrutture di coordinamento in contesti di fiducia incompleta: definiscono permessi, tempi, tracciabilità e responsabilità delle decisioni. In questo quadro, la capacità di un modello generativo di produrre una clausola o un flusso non coincide con la possibilità di rimpiazzare sistemi pensati per rendere quelle clausole e quei flussi utilizzabili, controllabili e auditabili su scala aziendale. A sostegno della tesi cita anche esempi concreti: PowerPoint, osserva, “serve perché le imprese hanno bisogno di un formato standardizzato che i clienti si aspettano, che i partner possono revisionare velocemente, che i consulenti junior possono produrre senza dover ricreare la struttura ogni volta e che si integra con i processi di controllo qualità aziendali”.

 

AI e software enterprise: il limite della sostituibilità

Pignataro introduce quella che definisce “substitution fallacy”, l’idea che, se un sistema AI è in grado di svolgere il compito cognitivo facilitato da un software, allora possa sostituire il software stesso. Nel saggio porta l’esempio di strumenti in grado di generare presentazioni più efficaci dei template standard di una società di consulenza: il fatto che l’agente produca il contenuto non elimina la funzione dei template, che rappresentano una grammatica interna condivisa, un formato riconoscibile per partner, clienti e team junior. Lo stesso ragionamento viene esteso a prodotti come task tracker e sistemi di ticketing, la cui centralità non dipende dalla complessità del compito cognitivo, ma dal modo in cui incapsulano ruoli, priorità, escalation, metriche e rituali organizzativi. “The Wrong Apocalypse” distingue così tra un livello “commodity”, in cui l’AI può colpire software soprattutto cognitivo (per esempio strumenti di analisi di base o di generazione documentale), e una componente più istituzionale, in cui il software è intrecciato con i processi e con il linguaggio dell’azienda. In questa seconda area, la sostituzione è più lenta perché coincide di fatto con un cambio di lingua comunitaria. Pignataro richiama l’idea dei “giochi linguistici” di Wittgenstein: un junior di studio legale non si limita a scrivere un contratto, ma partecipa a un insieme di prassi e consuetudini condivise. Allo stesso modo, molte imprese non si limitano a usare Salesforce ma “parlano Salesforce”: pipeline, KPI e modalità di relazione con il cliente sono modellate sulla piattaforma.

 

Adozione dell’AI, solo l’Europa ci salverà

Nella parte conclusiva l’attenzione si sposta sui servizi professionali che utilizzano questi strumenti. L’allarme riguarda la possibilità che l’adozione massiccia di agenti AI da parte di studi legali, società di consulenza, strutture di advisory e altri operatori generi un effetto di auto-disintermediazione. Ogni nuovo utilizzo contribuisce a insegnare alle piattaforme la grammatica del settore e una volta interiorizzati questi schemi, le stesse piattaforme possono iniziare a offrire direttamente al cliente finale una quota dei servizi oggi forniti dagli intermediari umani, a costi più bassi e con maggiore scalabilità. E a quel punto, avverte Pignataro, il rischio è una sostituzione su larga scala. Prima l’automazione delle attività standardizzate e ricorrenti, poi l’ingresso in ambiti più complessi come advisory strategico e modellizzazioni finanziarie, con un impatto sul fabbisogno di personale e su settori collegati come real estate commerciale e business travel. A seguire, gli effetti sui portafogli di venture capital e growth equity esposti a software e servizi professionali e, in caso di riduzione del volume di attività economiche che richiedono infrastrutture di AI, anche su chi investe in quell’infrastruttura. 

Per Pignataro le contromisure si muovono su due fronti. Il primo riguarda la scelta dei modelli: le imprese, a suo avviso, dovrebbero privilegiare soluzioni di intelligenza artificiale open source rispetto ai sistemi proprietari di OpenAI, Anthropic e degli altri big, che non soddisfano un requisito considerato essenziale per qualsiasi altro dipendente: l’integrità, intesa come lealtà e allineamento di interessi con il datore di lavoro, e non con la piattaforma che ambisce a sostituirlo. Il secondo fronte è l’Europa, con le sue caratteristiche spesso descritte come un freno alla competitività. Pignataro indica proprio nella frammentazione regolamentare dell’Unione, con i suoi 27 ordinamenti diversi, una protezione più forte dei lavoratori, barriere linguistiche e il perimetro fissato dal Gdpr, un potenziale elemento di rallentamento dell’“effetto a cascata”. Non si tratta di uno scudo, precisa, perché “tutto ciò non garantisce un’immunità” dal contagio dell’AI. Ma rappresenta una forma di attrito, e “l’attrito fa la differenza fra una transizione gestita e una rottura strutturale” del sistema economico.

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Hillary Di Lernia

Classe 1994 e laureata in scienze della comunicazione, si è specializzata in sociologia conseguendo successivamente un master in criminologia. Giornalista pubblicista, ha collaborato con diverse testate finanziarie tra cui Bluerating e Milano Finanza, occupandosi di risparmio gestito e approfondimenti sui mercati finanziari. Oggi svolge anche la professione di criminologa e giornalista d’inchiesta, con particolare attenzione alle dinamiche sociali, economiche e criminali.

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