Per qualcuno è la tecnologia che libererà il lavoro umano, per altri è solo il nuovo nome in codice dei licenziamenti. In questo confronto, la distanza tra numeri e narrativa sull’impatto dell’intelligenza artificiale è sempre più evidente: da un lato la Bce rileva che, almeno oggi, le imprese europee che usano e investono in IA tendono ad assumere più che a tagliare personale; dall’altro, le cronache dagli Stati Uniti (e non solo) raccontano ondate di esuberi in cui l’IA viene esplicitamente indicata come causa o come “cornice” strategica delle ristrutturazioni.
Il paradosso è tutto qui: mentre i dati europei suggeriscono che l’IA, per ora, accompagna la crescita dell’occupazione, la retorica aziendale e la reazione dei mercati finanziari sembrano premiare i piani industriali che associano riduzione del personale e svolta “AI first”. Capire dove finisce il reale impatto tecnologico e dove inizia la costruzione narrativa è ormai parte integrante dell’analisi su governance e modelli di business.
In questo articolo:
- AI e lavoro, il paradosso positivo che emerge dai numeri Bce
- Intelligenza artificiale, la scia di licenziamenti continua
- Block licenzia per “colpa” dell’AI, ma è davvero così?
AI e lavoro, il paradosso positivo che emerge dai numeri Bce
Il blog della Bce dedicato all’IA e all’occupazione parte da una fotografia molto precisa dell’adozione tecnologica nelle imprese europee. Due terzi delle circa 5.000 aziende intervistate nell’indagine SAFE (Survey on the Access to Finance of Enterprises) dichiarano che i propri dipendenti utilizzano strumenti di intelligenza artificiale, ma solo un quarto afferma di investire direttamente in tecnologia IA. La diffusione dell’utilizzo è quindi molto più ampia degli investimenti: grazie a software accessibili e piattaforme online, anche le realtà più piccole possono integrare strumenti basati su IA senza dover sostenere costi di ricerca, sviluppo o infrastruttura.

La distinzione diventa cruciale quando si osservano le dinamiche occupazionali. Nel complesso, la Bce non rileva differenze significative in termini di creazione o distruzione di posti di lavoro tra chi usa l’IA e chi non la utilizza, una volta controllate variabili come dimensione, settore, redditività e propensione a investire. Il quadro cambia però se si guarda all’uso “intensivo” e agli investimenti mirati: le imprese che fanno un ricorso frequente all’IA hanno circa il 4% di probabilità in più di aumentare l’occupazione rispetto alle altre, mentre chi investe direttamente in IA mostra un vantaggio di quasi 2 punti percentuali nella probabilità di assumere. L’effetto è trainato soprattutto dalle piccole imprese, dove l’IA sembra più un moltiplicatore di capacità che non un sostituto del lavoro. La crescita dell’occupazione si concentra tra le aziende che utilizzano l’IA per ricerca e sviluppo e innovazione di prodotto, non tra quelle che dichiarano di voler ridurre i costi del lavoro. Solo il 15% delle imprese indica esplicitamente quest’ultimo obiettivo e, in quel sottoinsieme, si osserva effettivamente un impatto più negativo sulle assunzioni. Ma la quota non è sufficiente a ribaltare il segno complessivo: nel breve termine, per l’Europa, l’IA resta associata più alla trasformazione dei processi e alla ricerca di nuove competenze che a una sostituzione di massa.
Anche sulle aspettative future, il quadro resta relativamente rassicurante. Le aziende che pianificano investimenti in IA nei prossimi dodici mesi non prevedono, in media, congelamenti dell’occupazione; al contrario, mostrano attese leggermente più ottimistiche sulla crescita dei dipendenti rispetto a chi non ha piani in questo ambito. È un orizzonte limitato (la stessa Bce richiama i sondaggi dell’istituto ifo in Germania, che su cinque anni segnalano invece attese di tagli) ma è sufficiente a indicare che la trasformazione profonda dei processi produttivi deve ancora dispiegarsi.
Intelligenza artificiale, la scia di licenziamenti continua
Se si sposta lo sguardo sull’altra sponda dell’Atlantico, lo scenario appare però molto diverso. Negli ultimi mesi grandi gruppi come Amazon hanno annunciato migliaia di esuberi, spesso in più ondate, citando esplicitamente l’intelligenza artificiale e l’automazione come fattori chiave delle riorganizzazioni. Nel caso del colosso dell’e-commerce, documenti interni riportati dalla stampa statunitense descrivono un piano di progressiva automazione della logistica con l’obiettivo, entro il prossimo decennio, di sostituire centinaia di migliaia di addetti con sistemi robotici e piattaforme autonome, dopo aver già integrato oltre un milione di robot in centinaia di magazzini nel mondo.
Nike ha avviato una revisione organizzativa nei centri di distribuzione tra Tennessee e Mississippi, in cui l’azienda richiama espressamente una maggiore integrazione tecnologica nella gestione dell’inventario e nella logistica. Hp ha delineato un piano di riduzione compreso tra 4.000 e 6.000 posti di lavoro globali entro il 2028, collegando la decisione alla crescente adozione dell’IA nei processi aziendali.
Anche in Italia si vedono segnali delle stesse dinamiche: il recente annuncio di Paramount a Milano, con il taglio di 35 posizioni nell’ambito di un piano di efficientamento, si colloca in una traiettoria di riorganizzazioni in cui l’innovazione tecnologica viene sempre più spesso evocata come cornice legittimante. Questo non significa che ogni taglio sia la conseguenza diretta di un aumento di produttività generato dall’IA. Come ricorda Fabian Stephany, docente all’Oxford Internet Institute, l’intelligenza artificiale rischia di diventare un “capro espiatorio” comodo per giustificare ristrutturazioni già in agenda o correzioni di organico dopo le assunzioni aggressive del periodo pandemico. Ma il fatto che la cornice scelta sia quasi sempre quella dell’AI transformation dice molto su come il mercato percepisce oggi il valore delle promesse tecnologiche.
Block licenzia per “colpa” dell’AI, ma è davvero così?
Il caso più emblematico di questa sovrapposizione tra strategia industriale, storytelling tecnologico e aspettative finanziarie è quello di Block. La società fondata da Jack Dorsey ha annunciato il licenziamento di oltre 4.000 dipendenti nell’ambito di una “radicale ristrutturazione guidata dall’intelligenza artificiale”. Nelle comunicazioni interne il ceo, e riportate in un articolo del New York Times, ha parlato di un’IA in grado di “abilitare un nuovo modo di lavorare che cambia radicalmente il significato di costruire e gestire un’azienda”, riconoscendo però, nella stessa nota, che alcune decisioni su quali ruoli eliminare potrebbero rivelarsi errori. È un’ammissione non banale per un’azienda che ha scelto di ridurre quasi della metà la propria forza lavoro, e che pure conferma una caratteristica tipica della cultura della Silicon Valley: puntare in anticipo sulle traiettorie percepite come inevitabili, leggendo i “segnali deboli” molto prima che le tecnologie siano mature. Block non è un’azienda di intelligenza artificiale in senso stretto, ma un gruppo di servizi finanziari digitali che, come molte altre realtà software, teme di essere percepito come un “dodo del software” in un’epoca in cui la capitalizzazione di mercato premia soprattutto i campioni dell’AI.
Già prima di quest’ultima ondata la società aveva effettuato più round di licenziamenti per correggere gli eccessi di crescita degli anni precedenti, quando duplicazioni di team e conflitti interni avevano portato a triplicare l’organico in quattro anni. La nuova ristrutturazione, che colpisce tra l’altro i team di policy e i ruoli dedicati a diversity & inclusion, ha quindi molti elementi di una tradizionale operazione di taglio costi e riallineamento delle priorità. Ma la scelta di presentarla come una svolta guidata dall’IA la trasforma in qualcos’altro: un messaggio all’esterno, soprattutto a Wall Street, che certifica l’adesione al nuovo paradigma tecnologico. All’interno, la stessa narrativa diventa un vincolo operativo. Nei mesi precedenti, ai dipendenti era stato comunicato che l’azienda stava monitorando l’uso degli strumenti di intelligenza artificiale da parte di tutti, con un messaggio implicito chiaro: l’adozione non è facoltativa. Ridurre un team da dieci persone a una sola significa costringere chi resta a integrare l’IA per assorbire il lavoro degli altri nove. In questo modo, i licenziamenti creano le condizioni per rendere vera la promessa che li giustificava: l’azienda diventa “AI first” perché non ha alternative.
La distanza tra questa realtà e l’esperienza quotidiana di molti utenti con gli strumenti di IA – tra riepiloghi di email imprecisi, chatbot che scivolano su contenuti sensibili e errori grossolani nei risultati – evidenzia quanto sia ancora largo il divario tra retorica di sostituzione e capacità effettive. Ma il mercato, per ora, guarda altrove: dopo l’annuncio, il titolo Block è salito del 24%, premiando un piano che unisce riduzione dei costi e promessa di trasformazione tecnologica. Per l’Europa, dove i dati Bce indicano per ora un impatto occupazionale complessivamente positivo, il caso Block è un promemoria importante. La sfida, per regulator, investitori e lavoratori, sarà distinguere nel tempo ciò che è vera innovazione da ciò che è semplice riposizionamento retorico, senza perdere di vista la domanda centrale: quali tipi di lavoro l’IA sta davvero creando e quali, invece, sta lentamente erodendo.









