Nella caccia alle risorse per investire nello sviluppo dell’intelligenza artificiale e della rete di data center che ne permette il funzionamento, le Big tech iniziano a diversificare il portafoglio di finanziatori. Alphabet, casa madre di Google, ha lanciato un’emissione di bond in yen per un valore di 576,5 miliardi (3,6 miliardi di dollari). È la prima obbligazione nella valuta giapponese lanciata da uno dei big tecnologici statunitensi e, allo stesso tempo, la prima di così grandi dimensioni proposta in moneta nipponica da una società straniera.
Franchi svizzeri, sterline, dollaro: il portafoglio valutario dei bond Alphabet
Cercare soldi all’estero diventa quasi un obbligo quando il mercato domestico risulta inflazionato di richieste. Alphabet ha iniziato a muoversi ben prima dell’ultimo bond in yen da 3,6 miliardi di dollari. Per esempio, sempre in corso d’anno sono state emesse un’obbligazione in franchi svizzeri da 3,1 miliardi e una in sterline da 5,5 miliardi, dei quali 1,1 miliardi con una tranche di durata centenaria. Nel complesso, nel corso del 2026 sono oltre 20 i miliardi di dollari di obbligazioni collocate dalla casa madre di Google.
Nonostante l’aumento del volume di raccolta, Alphabet rimane una società solida sul fronte dell’indebitamento, come calcolato dalla piattaforma Forecaster. Il rapporto tra il debito e il patrimonio si attesta infatti a 0,19, a fronte di un’ingente liquidità, pari a circa 125 miliardi di dollari. L’emissione in yen aggiunge diversificazione valutaria con scadenze medio lunghe
Big tech: emissioni 2026 arriveranno a 400 miliardi
La fame di capitali delle grandi società tecnologiche sembra non avere limiti. Una corsa che ha preoccupato i mercati finanziari, assaliti a fasi alterne dal dubbio che il rendimento di tutti questi investimenti possa essere non soddisfacente. Nel complesso, le attese per l’intero anno sono di oltre 400 miliardi di dollari di raccolta. Un trend in linea con quanto realizzato l’ultimo trimestre dello scorso anno, con una raccolta in bond che ha sfiorato i 110 miliardi di dollari. Secondo un’analisi pubblicata dal Financial Times, le Big tech diventeranno i principali emittenti investment grade entro il 2030, superando gli istituti bancari.
Jon Lahraoui di Man Group, non condivide appieno l’entusiasmo per l’intelligenza artificiale e segnala “potenziali rischi chiave nella disponibilità di energia e nell’imminente eccesso di offerta”. “Il boom delle infrastrutture per l’IA è proseguito a ritmo sostenuto – prosegue – anche se l’attenzione si è spostata sul Golfo. Il debito emesso dagli hyperscaler (Amazon, Microsoft, Meta, Alphabet e Oracle) ammonta ora a quasi il 4% dell’indice delle obbligazioni societarie Investment Grade (IG) statunitensi. Potrebbe non sembrare molto, dato che all’inizio del 2015 era inferiore all’1%, ma rappresenta un marcato aumento del volume dei loro prestiti”.
Per il manager di Man Group il mercato sta già risentendo del peso del volume di offerta sul mercato obbligazionario di bond bBg tech. L’ICE Data Indices segnala un aumento degli spread degli hyperscaler con rating A tra i 14 e i 29 punti base rispetto ai soli 4 pb registrati dal mercato in generale. “A nostro avviso, questo è dovuto all’eccesso di emissioni e alle crescenti preoccupazioni relative ai ritardi nell’attività di costruzione delle infrastrutture per l’IA, alimentate dalla crescente carenza di manodopera, dall’aumento delle reazioni negative da parte dell’opinione pubblica e dall’intervento normativo. Nonostante questo ampliamento, tali spread non ci sembrano ancora interessanti. Si tratta, in linea generale, dei bond dell’IA più sicuri e stabili nel segmento IG, ma gli spread non sono ancora a livelli sufficienti a compensare adeguatamente i rischi infrastrutturali futuri”.
Tra gli aspetti positivi, Lahraoui evidenzia come la leva finanziaria delle Big tech rimanga bassa rispetto ad altri settori. “Questo è il risultato della redditività molto elevata e della generazione di flussi di cassa della maggior parte di queste aziende – spiega -. Infatti, l’indebitamento degli hyperscaler rappresenta solo una frazione di quanto osservato nella maggior parte degli altri settori non finanziari. L’importante è che gli investitori comprendano che non tutti gli hyperscaler sono uguali. Quelle con flussi di cassa e fonti di ricavi diversificati dispongono di una flessibilità significativamente maggiore per superare eventuali difficoltà qualora la rivoluzione dell’IA dovesse richiedere più tempo del previsto”.









