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Argentina: crisi senza fine, alti costi sociali per uscirne

La sede del Congresso Nazionale della Repubblica argentina vista dall'alto con sullo sfondo la città di Buenos Aires

L’avvitamento è impressionante, anche se per l’Argentina le crisi non sono una novità. Dopo due default negli ultimi venti anni, il paese sudamericano è di nuovo sull’orlo del precipizio finanziario, sostenuto dalle costose iniezioni del Fondo monetario internazionale. Che non servono tuttavia a far ripartire il paese né a frenare l’inflazione ma solo a contenere il disastro, nell’attesa che il nuovo presidente che uscirà dalle elezioni del 22 ottobre (primo turno) e 19 novembre (secondo eventuale turno) metta in atto la sua ricetta per evitare il naufragio completo.

L’unica ricetta possibile, secondo Polina Kurdyavko, responsabile mercati emergenti di RBC BlueBay AM, è impegnarsi a fermare la spesa eccessiva. È una ricetta dolorosa e che si scontra con una situazione sociale complessa. La maggioranza degli argentini, infatti, il precipizio lo guarda dal fondo, il naufragio lo ha già subito. Con una inflazione al 114% annuo, il quarto livello più alto al mondo, è difficile non affondare.

Secondo le rilevazioni dell’Indec, l’Istituto nazionale di statistica dell’Argentina, la povertà affligge il 39,2% della popolazione (fine 2022). Nemmeno avere un lavoro protegge visto che nel primo trimestre del 2023 la povertà tra gli occupati è aumentata dal 24,4% al 28,7%. E le disparità sociali crescono come mostra l’indice di Gini che le misura e che si attesta a 42,9 per l’Argentina. Per confronto l’Italia è a 72,4. Più l’indice di Gini è basso, più le disparità sociali sono alte. L’Argentina in crisi finanziaria deve pensare anche a contenere una crisi sociale.

 

La mappa mondiale con i paesi colorati in base all'indice di Gini, che misura il livello di diseguaglianza sociale
L’indice di Gini nei paesi del mondo – Fonte: Banca Mondiale

 

 

Il circolo vizioso dell’infinita crisi argentina

“L’Argentina è dipendente dalla spesa – afferma Kurdyavko -. Anche con il programma dell’Fmi è riuscita a spendere eccessivamente aumentando la base monetaria del 18%, stampando denaro per finanziare deficit fiscali primari negativi negli ultimi quattro anni. Queste spese eccessive si traducono in iperinflazione, perdita di fiducia nella moneta e ulteriori sfide da affrontare”.

I titoli del debito argentino riflettono in pieno questa situazione e lo scetticismo del mercato sulle possibilità di una svolta. “In futuro il mercato dovrà vedere le prove dell’impegno dei risultati del nuovo governo” riprende Kurdyavko, secondo cui da ciò dipenderà se il debito sovrano argentino continuerà a essere scambiato all’interno di una fascia di prezzo vicina ai livelli di default o se potrà balzare in un territorio di sostenibilità. “Sarà doloroso per i cittadini nel breve termine – prosegue – ma getterebbe le basi per un cambiamento strutturale a lungo termine dell’economia”. Difficile a dirsi, ancora più difficile a farsi. Con la crisi di sfiducia che investe anche il processo elettorale.

 

Chi paga la dollarizzazione?

Domenica 13 agosto in Argentina si sono tenute le elezioni primarie che hanno determinato chi saranno i candidati dei vari partiti politici alle elezioni di ottobre. Il risultato ha premiato tre esponenti politici:

 

  • Javier Milei di La Libertad Avanza (30,04%);
  • Sergio Massa di Union por la Patria (21,14%);
  • Patricia Bullrich di Juntos por el Cambio (17%).

 

Le elezioni primarie (PASO) si sono svolte in un clima di sfiducia che ha portato al livello più basso di partecipazione mai registrato, il 69% dei 35 milioni di cittadini che avevano diritto a votare. A vincere è stato il candidato del partito di destra Javier Milei, che propone di risolvere i problemi economici del paese con la dollarizzazione.

La dollarizzazione consiste in una sostituzione della valuta locale (in tal caso lo svalutato peso argentino) con un’altra valuta (in questo caso il dollaro Usa) a un tasso di cambio prestabilito. L’obiettivo è impedire alla Banca centrale argentina di continuare a stampare moneta per coprire i deficit dell’economia e fermare così l’inflazione.

Una soluzione affascinante che ha attratto l’attenzione di molti argentini ma che deve andare di pari passo con l’austerità fiscale per essere sostenibile. Inoltre è un processo costoso. Spiega Polina Kurdyavko: “Il rischio principale risiede nei costi di attuazione. Con una base monetaria di 8 miliardi di pesos e depositi locali di 12 miliardi di pesos, utilizzando un tasso di cambio ars/usd di 500 l’Argentina avrebbe bisogno di 40 miliardi di dollari per effettuare lo swap. Dato che la Banca centrale argentina ha riserve nette in valuta estera negative per 7,9 miliardi di dollari, non è chiaro chi potrebbe fornire questa liquidità in dollari”. Dopo il risultato a sorpresa delle primarie il peso si è svalutato del 20% in due giorni. Ulteriori stress potrebbero innescare, secondo la responsabile mercati emergenti di RBC BlueBay AM, una corsa alle banche.

Anche il presidente della bolivia Luis Arce si è espresso sull’idea di Javier Milei, bocciandola. Un processo simile venne tentato durante la presidenza di Carlos Menem, tra il 1989 e il 1999. Allora venne imposta una parità fissa tra pesos e dollaro Usa di 1 a 1. Il risultato fu la desertificazione dell’industria argentina visto che la parità fissa permetteva di andare a fare acquisti all’estero e la competitività delle imprese del paese ne risultò completamente danneggiata.

 

La sfiducia verso i partiti tradizionali

Quali sono le due alternative a Milei, gli altri due candidati che hanno delle chances di disputarsi la prossima presidenza della Repubblica Argentina?

Sergio Massa è l’attuale ministro dell’Economia nel governo guidato da Alberto Fernandez. È succeduto il 30 luglio 2022 a Silvina Batakis, rimasta in carica per meno di un mese tra il 4 e il 30 luglio, a sua volta nominata dopo le dimissioni di Martin Guzman. Massa è uno dei leader di Frente de Todos, la coalizione di partiti peronisti e kirchneristi che ha portato all’elezione dell’attuale presidente e che ora è compresa nella coalizione Union por la Patria. Di lui si dice che sia il candidato gradito all’ambasciata Usa. Neoliberista, sostenitore dei programmi di aggiustamento del Fondo monetario internazionale accusato di aver precipitato l’Argentina nella crisi, rappresenta la continuità con una situazione che in molti non vogliono più vedere.

Patricia Bullrich è la presidente del partito Propuesta Republicana e candidata della coalizione Juntos por el Cambio, rivisitazione allargata dell’alleanza Cambiemos che portò all’elezione di Mauricio Macrì nel mandato 2015-2019. Fa parte della corrente dei “falchi” del partito di orientamento liberista e conservatore. Non vuole la dollarizzazione ma è a favore della libera circolazione del dollaro. Vuole eliminare le restrizioni esistenti sui tassi di cambio e dare completa autonomia alla Banca centrale per incentivare gli investimenti. Per combattere l’inflazione punta su bilanci pubblici senza deficit e una riforma dello Stato che porti a una riduzione dei costi.
Sono tutte soluzioni che chiederanno altri sacrifici agli argentini e che potrebbero portare a un aumento delle già alte tensioni sociali.

AUTORE

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Alessandro Piu

Giornalista, scrive di economia, finanza e risparmio dal 2004. Laureato in economia, ha lavorato dapprima per il sito Spystocks.com, poi per i portali del gruppo Brown Editore (finanza.com; finanzaonline.com; borse.it e wallstreetitalia.com). È stato caporedattore del mensile Wall Street Italia. Da giugno 2022 è entrato a far parte della redazione di Borsa&Finanza.

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