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Azioni e obbligazioni: la correlazione positiva sta mettendo in crisi i gestori

Azioni e obbligazioni: la correlazione positiva sta mettendo in crisi i gestori

Azioni e obbligazioni non sono mai state così correlate positivamente dal 1997. Lo ha rivelato un’analisi di Bloomberg, che ha messo in luce come entrambi gli asset si stiano muovendo in tandem, come lo scorso anno. Nel 2022 si è verificata una sorta di anomalia nei mercati finanziari. Azioni e obbligazioni sono crollate in seguito dell’aumento dei tassi d’interesse da parte delle Banche centrali, in particolar modo della Federal Reserve. Quando a marzo dello scorso anno la Fed ha effettuato la prima stretta per contenere l’inflazione che avanzava pericolosamente, i mercati hanno iniziato a scontare una recessione, prevedendo un calo degli utili aziendali. Di conseguenza le azioni hanno rapidamente perso valore. Solitamente, in queste situazioni le obbligazioni fanno da sostegno e il loro valore sal in quanto asset a reddito fisso e meno rischiosi in quanto restituiscono il capitale a scadenza.

Tuttavia nel 2022 è andata diversamente in quanto l’aumento dei tassi di interesse ha provocato una caduta del valore delle obbligazioni. Questo accade perché esiste una correlazione inversa tra i tassi d’interesse e i prezzi dei bond sul mercato. Quando aumentano i tassi per i titoli a nuova emissione, i rendimenti di quelli già quotati devono adeguarsi per non perdere di competitività per gli investitori; di conseguenza, i prezzi di acquisto devono scendere.

È un processo naturale di mercato: gli investitori tendono a vendere le obbligazioni che rendono di meno provocandone l’abbassamento del prezzo. La classica strategia di portafoglio 60/40, che prevede l’investimento del 60% in azioni e del 40% in obbligazioni, non ha pertanto funzionato lo scorso anno, proprio perché la componente a reddito fisso non è riuscita a contenere i cali di quella più rischiosa.

 

Azioni e obbligazioni: le difficoltà dei gestori patrimoniali

Quest’anno sembrava che il modello potesse tornare a funzionare. Almeno così è stato per il mese di gennaio, in cui la correlazione inversa tra azioni e obbligazioni stava riprendendo forza. Recentemente, però, non è stato più così. La crisi bancaria ha aumentato i timori che possa arrivare una recessione economica spingendo gli investitori verso il porto sicuro delle obbligazioni che quindi sono salite di prezzo.

Le azioni invece hanno incorporato aspettative di resilienza, contando sul fatto che la Fed allenterà la sua politica monetaria e soprattutto abbasserà il costo del denaro prima della fine del 2023. Giocoforza, anche le azioni si sono dirette verso l’alto. “I mercati stanno scontando il meglio di entrambi i mondi: una recessione che fa scendere rapidamente l’inflazione e mantiene bassi i tassi, ma in cui gli utili societari non diminuiscono bruscamente”, hanno affermato gli analisti di Barclays Plc.

Tutto ciò però rappresenta un grosso problema in merito alla diversificazione del rischio per i gestori dei fondi, dal momento che gli asset manager non possono contare su alcuna attività che facciano da contrappeso. “La riduzione della differenza di performance tra azioni e obbligazioni rende difficile diversificare l’esposizione azionaria”, sostengono in una nota Sarah McCarthy e Mark Diver, strategist di Bernstein. Questo significa che occorre limitare gli investimenti di entrambi gli asset nel portafoglio di investimento? A giudizio di Barclays sì, in questo momento. “Siamo scettici e pensiamo che sia le obbligazioni che le azioni statunitensi siano costose”, hanno scritto gli strateghi della banca britannica.

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Johnny Zotti

Laureato in economia, con specializzazione in finanza. Appassionato di mercati finanziari, svolge la professione di trader dal 2009 investendo su tutti gli strumenti finanziari. Scrive quotidianamente articoli di economia, politica e finanza.

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