C’è un filo rosso che coinvolge le banche europee e che sembra destinato a definire il profilo del 2026: la ricerca di un equilibrio raro, quasi ideale, in cui redditività, qualità degli attivi, condizioni macroeconomiche e contesto regolamentare convergono senza generare eccessi, né in positivo né in negativo.
Un equilibrio che la letteratura dei mercati finanziari chiama da tempo “goldilocks“, in omaggio alla fiaba di Riccioli d’oro e i tre orsi: né troppo caldo, né troppo freddo. Una condizione che negli ultimi quindici anni, segnati prima dalle crisi sovrane, poi dai tassi negativi e infine dal rialzo più rapido del costo del denaro nella storia dell’euro, le banche europee hanno raramente sperimentato.
In questo articolo:
- Come si presenta il 2026 per le banche
- La resilienza del 2025: un ponte verso il 2026
- Il contesto macro: inflazione sotto controllo e crescita debole ma stabile
- Margini d’interesse: verso un punto di equilibrio
- Commissioni e attività di mercato: dopo gli eccessi, un atterraggio morbido
- Costi del rischio: un leggero rialzo, ma lontano dai livelli di guardia
- M&A: l’Italia torna epicentro del risiko europeo
- Perché il 2026 può davvero essere un anno goldilocks
Come si presenta il 2026 per le banche
Il lungo report pubblicato da Morningstar DBRS ricostruisce i fondamentali con una precisione quasi chirurgica e intravede nel 2026 l’anno in cui i principali istituti del continente potrebbero toccare una forma di stabilità operativa difficilmente riscontrabile nel recente passato. È una previsione che non nasce da entusiasmi facili: al contrario, poggia su una serie di dinamiche che, prese singolarmente, non sembrerebbero destinate a generare un boom, ma che nel loro complesso dipingono un quadro sorprendentemente solido.
Il 2025 è stato un anno di raffreddamento, dopo gli utili record del 2024. Le politiche monetarie sono tornate più prevedibili, i margini d’interesse si sono normalizzati, la crescita economica ha perso brillantezza e la volatilità delle Borse ha raggiunto livelli elevati, sostenuta dall’euforia per l’intelligenza artificiale e dalle reazioni dei mercati alle tensioni geopolitiche. Tuttavia, né la redditività né la qualità degli attivi hanno subito un impatto negativo rilevante. Le banche europee hanno dimostrato una resilienza che, in molte fasi del passato, sarebbe sembrata irraggiungibile.
Adesso il 2026 si affaccia come un anno che potrebbe portare in dote una forma di stabilizzazione benefica: margini d’interesse che smettono di scendere, commissioni ancora vivaci, costi operativi sotto controllo grazie alla digitalizzazione e all’ondata emergente dell’AI, rischi di credito in leggero aumento ma non tali da intaccare la profittabilità complessiva. A sostenere lo scenario ci sono anche capitali ancora robusti, in una fase di transizione regolamentare delicata come quella introdotta dal CRR3, il Capital Requirements Regulation 3, un regolamento europeo entrato in vigore il 1 gennaio 2025 che ha stabilito nuove e più stringenti norme sui requisiti patrimoniali delle banche.
Sul fronte strategico, la partita più affascinante riguarda l’Italia, ormai diventata la vera fucina del consolidamento europeo. Una posizione paradossale, forse sorprendente, ma perfettamente coerente con le dinamiche di un mercato che negli ultimi cinque anni ha performato meglio delle attese, attirando l’interesse di competitor stranieri e generando tensioni politiche e istituzionali che in alcuni casi hanno ostacolato deal che sembravano già scritti.
La resilienza del 2025: un ponte verso il 2026
Il 2025 ha rappresentato per il settore bancario europeo un anno di svolta silenziosa. Le condizioni operative sono cambiate rispetto al 2024, quando la combinazione tra tassi elevati, domanda di credito in ripresa e forte attività dei mercati aveva garantito risultati straordinari. La normalizzazione dei margini d’interesse, una delle tendenze più attese, ha portato a una contrazione del net interest margin nella maggior parte dei Paesi. Eppure, la redditività complessiva è rimasta su livelli elevati, seppur inferiori ai picchi precedenti.
La ragione principale va ricercata nel comportamento di due variabili tradizionalmente volatili: il trading income e le commissioni legate al wealth management e alla consulenza. La volatilità che ha caratterizzato il 2025, alimentata dall’accelerazione del settore AI e dalle tensioni politiche internazionali, ha sostenuto fortemente le attività di mercato. Allo stesso tempo, i record raggiunti da numerosi indici azionari e l’ingente raccolta di risparmio investito presso le reti europee hanno mantenuto elevata la marginalità legata all’asset management.
Anche il costo del rischio è rimasto su livelli insolitamente contenuti. La qualità del credito, eccezion fatta per la Germania e per alcuni segmenti industriali esposti alle transizioni energetiche e ai dazi, non ha subito deterioramenti significativi. Paesi come Italia, Grecia e Portogallo hanno consolidato la discesa degli Npl a livelli impensabili solo cinque anni fa, dimostrando che le pulizie di bilancio post-crisi sono state profonde e strutturali. I costi operativi, nonostante l’inflazione salariale ancora presente, sono stati gestiti con disciplina. La digitalizzazione ha continuato a produrre effetti concreti sulla riduzione delle spese strutturali, e nel 2026 il contributo dell’intelligenza artificiale potrebbe diventare ancora più evidente.
Il contesto macro: inflazione sotto controllo e crescita debole ma stabile
Lo scenario macroeconomico che fa da cornice al 2026 non è brillante, ma è quanto di più vicino alla stabilità si potesse attendere dopo anni di shock esogeni. L’inflazione nelle principali economie europee si avvicina al target del 2%, consentendo alla Bce di mantenere la politica monetaria su un sentiero prevedibile. I tagli ai tassi, già avviati nel 2025, dovrebbero proseguire in modo lento e moderato.
Un fattore chiave riguarda la tempistica con cui i tassi più bassi si riflettono sui portafogli creditizi: nei Paesi a forte prevalenza di mutui a tasso variabile, come Portogallo, Grecia e in parte Italia e Spagna, l’effetto è meno immediato, permettendo alle banche di godere ancora nel 2026 di margini non troppo compressi.
La crescita economica rimane fragile in Germania, Francia e Italia, penalizzata dalle tensioni globali e dal rallentamento della domanda interna. Al contrario, l’area iberica e Paesi come Danimarca, Polonia e Grecia continuano a mostrare una vitalità più marcata. La disomogeneità non deve trarre in inganno: nessuna delle principali economie presenta segnali di deterioramento repentino del mercato del lavoro, e questo rappresenta una condizione essenziale per la tenuta della qualità del credito.
Tuttavia, il principale rischio macro riguarda il commercio internazionale. I dazi introdotti dagli Stati Uniti e il rischio di ritorsioni, insieme alle tensioni con Cina e India, generano incertezza nei settori più esposti, come automotive, manifattura e beni durevoli. Se queste pressioni si intensificassero, il 2026 potrebbe mostrare un deterioramento del merito creditizio più rapido del previsto. Morningstar DBRS, però, considera questo scenario più un rischio che una base di riferimento.
Margini d’interesse: verso un punto di equilibrio
Una delle chiavi per definire il 2026 come un anno potenzialmente “goldilocks” risiede nella traiettoria dei margini d’interesse. Dopo due anni di fortissima espansione e uno di contrazione, il prossimo potrebbe essere il momento della stabilizzazione. Le banche che operano in Paesi dove i tassi fissi sono prevalenti trarranno beneficio dal progressivo repricing dei portafogli. In Germania e Francia, per esempio, le nuove erogazioni in un contesto di tassi ancora relativamente elevati generano un allineamento graduale dei rendimenti degli attivi.
Nel Sud Europa, la situazione è più complessa ma comunque favorevole. Nei Paesi dove i mutui variabili sono la norma, la discesa dei tassi richiede mesi per essere integralmente recepita dai vecchi contratti. Questo crea un effetto tampone che protegge i margini dall’erosione immediata. Inoltre, con la curva dei rendimenti che torna a inclinarsi, si riaprono per le banche possibilità di carry trade e di gestione attiva dei portafogli obbligazionari. Gli istituti con una maggiore propensione alla copertura attraverso hedging strutturali, come quelli britannici, potrebbero addirittura vedere una crescita degli introiti netti in fase di riduzione dei tassi.

Commissioni e attività di mercato: dopo gli eccessi, un atterraggio morbido
Il 2025 ha visto una crescita straordinaria delle commissioni grazie alla vivacità dei mercati finanziari. Private banking, trading, investment banking, origination obbligazionaria e creditizia: tutti segmenti che hanno beneficiato di una liquidità abbondante e di un ritorno di interesse verso il risk-on favorito dall’intelligenza artificiale e dall’aspettativa di tassi più bassi.
Nel 2026 l’ambiente sarà simile, ma meno esasperato. La volatilità, pur destinata a ridimensionarsi rispetto ai picchi del 2025, rimarrà comunque presente, alimentata da fattori geopolitici e dall’andamento non lineare del ciclo americano. Le Borse, forti di valutazioni elevate, potrebbero sperimentare fasi di correzione, ma difficilmente tali movimenti saranno abbastanza profondi da compromettere la redditività del wealth management. Allo stesso tempo, la prospettiva di tassi più bassi continuerà a sostenere le emissioni obbligazionarie, mentre il ritorno di fiducia dei mercati potrà favorire nuove operazioni di M&A, operazioni di aumento di capitale e mandati di consulenza che alimentano le attività di investment banking.
Costi del rischio: un leggero rialzo, ma lontano dai livelli di guardia
Morningstar DBRS definisce il 2025 l’anno in cui il costo del rischio ha toccato il punto più basso del ciclo. Il 2026 porterà un lieve incremento, ma circoscritto e soprattutto molto differenziato per Paese. La Germania resta la grande eccezione negativa, con una qualità del credito indebolita dall’esposizione a settori industriali ad alta intensità energetica e al comparto immobiliare commerciale, che vive una trasformazione strutturale complessa.
Nei Paesi del Sud Europa, invece, la qualità del credito rimane sorprendentemente stabile. Le economie italiane, greche e portoghesi godono dell’effetto congiunto di tassi più bassi e di una discesa pluriennale degli NPL, che ha reso i bilanci molto più resistenti agli shock.
L’aumento degli accantonamenti, quando si verificherà, sarà gestibile e in molti casi già anticipato attraverso buffer di rischio costruiti durante gli anni dell’incertezza post-pandemica e nel periodo di rialzo dei tassi.
M&A: l’Italia torna epicentro del risiko europeo
Uno dei passaggi più interessanti del report riguarda il consolidamento bancario, che nel 2025 ha vissuto una fase di rinnovata vivacità. La geografia delle operazioni è eterogenea, ma una costante emerge chiaramente: l’Italia è tornata protagonista assoluta. Il 2025 ha visto operazioni di peso come l’acquisizione di Bper su Popolare di Sondrio, la mossa di Mps su Mediobanca e l’ingresso di Banco Bpm in Anima.
Il fenomeno non è casuale. Il mercato italiano è frammentato, con istituti di medie dimensioni che cercano rafforzamenti e gruppi maggiori in posizione di leadership che mirano a consolidare il proprio ruolo. Inoltre, la forte redditività degli ultimi anni ha reso gli istituti italiani più appetibili, tanto per acquirenti domestici quanto per potenziali investitori esteri.
Tuttavia, proprio dove l’attività M&A sembrava più promettente, sono emersi ostacoli politici e istituzionali. Il caso Bbva-Sabadell in Spagna e quello Unicredit-Banco Bpm in Italia mostrano che l’ingresso di player stranieri o la creazione di poli di dimensioni rilevanti vengono valutati anche con ottiche non solo industriali ma anche geopolitiche. È un atteggiamento che riflette la crescente rilevanza strategica degli istituti di credito nel contesto europeo. Il 2026, secondo DBRS, vedrà altre operazioni, in particolare nei mercati più concentrati come Irlanda, dove Permanent TSB potrebbe diventare oggetto di interesse da parte di realtà estere. Ma la grande incognita resterà la volontà politica dei singoli Paesi di favorire o ostacolare le concentrazioni.
Perché il 2026 può davvero essere un anno goldilocks
Il 2026 non sarà un anno di euforia, ma non sarà nemmeno un anno di ripiegamento. Sarà verosimilmente un anno in cui i margini d’interesse smettono di scendere, le commissioni mantengono una dinamica positiva, i costi crescono poco e i rischi rimangono gestibili. Il capitale resta robusto, l’AI inizia a mostrare i primi benefici e il consolidamento prosegue. Tutto questo crea un contesto in cui la redditività rimane elevata ma più prevedibile, la qualità del credito non è minacciata da shock macro, e il quadro regolamentare non produce scossoni.
In un’industria che ha vissuto quindici anni di alternanza tra crisi e boom, questa prevedibilità non è solo un sollievo: è un valore di per sé. Un valore che può tradursi in maggiore stabilità per gli azionisti, in migliori condizioni di credito per le imprese e in una visione strategica più chiara per i vertici bancari. Per questo il 2026 potrebbe davvero essere un anno Goldilocks. Non il migliore possibile, ma il migliore sostenibile. Ed è forse proprio ciò di cui il sistema bancario europeo ha davvero bisogno.









